Altan: La bilancia è un segno di merda, basta un niente e si squilibra

Santa Psaico de Monte Bianco

Posted: Luglio 26th, 2013 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su Santa Psaico de Monte Bianco

Io le ho lasciato 480, dico quattrocentottantamicabriciole, sull’unghia e non mi sono sembrati neanche tanti. Si potrebbe pure pensare che il mio incoscio abbia sapientemente organizzato la dimenticanza del pagamento del mese scorso, nonchè la perdita del mio libretto di assegni, cosicchè da rendere necessaria la raccolta del malloppo in biglietti da 20. Tiè, beccati tutti sti soldi come peso della mia gratitudine, come segno tangibile della ricompensa. Manco li ha contati. Che amore.

Tralasciando i dettagli degni da tempo delle mele

“oh, ci siamo tagliate i capelli insieme…”

“hihihihih”

“oh, ma si è fatta rossa anche lei”

“uhuhuhuhuh”

e gli imbarazzi del saluto sulla porta in cui lei mi tende la mano e io con tutto l’imbarazzo di chi vorrebbe invece abbracciarla, scivolo agitata su quella stretta, cosa che tra l’altro NON FACCIO MAI, sempre decisa la stretta, invece con lei oggi c’era l’imbarazzo dell’emozione. Quello del saluto con il sorriso. Dicevo, tralasciando i dettagli che hanno fatto da contorno a questi 50 minuti d’oro, la sedutasaluto di oggi aveva un sapore particolare. Quello della banalità. Io sto scoprendo a poco a poco quello che rappresenta la scoperta dell’acqua calda per molti. La banalità di un dialogo con i genitori dove le parole non siano annebbiate dai sottotesti

CIAO COME VA?

perchè non mi chiami mai?

LAVORI TANTO?

perchè non torni neonata così che io possa prendermi cura di te?

La banalità della noia, del tempo che passa senza che succeda niente. La banalità di una discussione che, banalmente, si risolve senza che si avverino presagi apocalittici di solitudine e morte .

Benedetta la psaico che mi ha riportato sul piano della banalità. Della semplicità.

Santa psaico de monte bianco che mi hai mostrato l’imprevisto, storicamente acerrimo nemico della mia necessità di controllo, come un semplice folletto cacacazzi che mi cambia scenografia senza consultarmi. Niente di più. Un banale cambio di scenografia che mi para davanti mille altre possibili strade.

Stabilmente squilibrella. Lo squilibrio me lo hai lasciato come parte costruttiva del mio essere. Solo sto imparando a goderne e a non averne paura.

Io questo cercavo. Un pò come quando sulla spiaggia di Bali sono rimasta nello stupore infantile di un sole grande grande che sprofonda nell’oceano. Io come un puntino minuscolo, immerso in tutto ciò che sopra, sotto, dentro di me si stava autogenerando fottendosene altamente delle mie aspettative di mondo.

e ora, con questa bella immagine new age, immagino già cosa abbia voglia di fare ora squilibrella….

 


Traslochi

Posted: Dicembre 18th, 2012 | Author: | Filed under: squilibri | 2 Comments »

 

Uuuuh finalmente basta pipponi psicoanalitici, deliri di onnipotenza e concentrati di rabbia frullati all’occasione. Parliamo di traslochi.

E vi frego.

Perché le metafore sono una delle mie figure retoriche preferite.

E vi incanalo direttamente nella sezione squilibri.

Partendo da un’ammissione che nasce da una presa di coscienza.

 

IO SONO UNA PERSONA ESTREMAMENTE ANSIOSA.

 

L’ho detto. E ora può sollevarsi anche il coro gratuito di ovazioni al vaso di Pandora o all’acqua calda se preferite l’immaginario popular a quello intellectual.

Posso pure dire di essere stata nutrita a pane ferrarese e ansia. Le buone abitudini si coltivano fin da piccoli, si trasmettono all’infante nel periodo della crescita e se troveranno terreno fertile le potremo vedere animarsi, conformarsi, delinearsi e conficcarsi saldamente nel comportamento quotidiano o nella visione del mondo.

L’ansia è la mia fedele compagna. Quella che mi manda in confusione. Quella che nutro con minuzia e passione. Quella che mi accelera i pensieri.

Funziona più o meno così.

Diciamo che fondamentalmente le mie aspettative, che definirei napoleoniche e rivolte verso qualsiasi ambito della vita sociale, affettiva e lavorativa, fanno sì che io pretenda e mi aspetti che tutto vada come voglio io. Mi sono convinta che io posso eliminare il fottutissimo fattore imprevedibile che puntualmente fa capolino nelle giornate degli esseri umani e della natura in generale. Poveri voi che non avete sufficientemente sviluppato la vostra materia grigia per permettervi di controllare il flusso degli eventi a vostro piacimento…io sono diversa! Povero Napoleone che si è preso una mazzata sui denti nella Campagna di Russia. Gli sarebbe servito un consulente strategico…

E’ chiaro che una mente che si ritiene in grado di fare questo architetta piani faraonici per il suo avvenire. Piani perfetti. Definiti in ogni singolo particolare. Nulla è lasciato al caso, al fottutissimo caso.

E’ oltremodo chiaro che tanto più si alza la posta in gioco, tanto più aumenta la possibilità di fallimento. E questo genera nel meccanico e splendente ingranaggio uno scricchiolio. E’ lei, l’ansia che si insinua.

Tu pensa solo che figura di merda ci fai se dall’oggi al domani ti convinci che ti eleggeranno Papa e questo non succede. Minchia. Mi viene l’ansia. Perchè fino all’ultimo ci proverai, cercherai di arrivare all’obiettivo dimenticando che per esempio, non sei manco cresimata e magari questo potrebbe creare un problemuccio

E allora che fai?

Non puoi restare in confusione, in balia dei pensieri e delle sensazioni.

Semplice. Controlli. Usi la testa e pianifichi, organizzi, sezioni, indicizzi. Che meravigliosa sensazione quella generata dalla visione di una lista a punti che ti permette come un lumicino in un labirinto di avvicinarti alla via di uscita. Primo punto: cresimarsi…

Il problema è che certe cose possono assoggettarsi al processo di razionalizzazione e altre no. Sono comunque convinta che una parte di problematiche abbia una soluzione quasi matematica, che non prevede, o almeno non in porzioni significative, il caso. Poi magari più avanti ritratterò il tutto.

Devi fare la spesa?

Ti organizzi. E lo fai.

Certo, ti puoi pure trovare la macchina sfondata da un platano che in quel preciso giorno ha deciso di stendersi al suolo senza alcun apparente motivo se non quello di impedirti di scorrazzare nei vialoni dell’esselunga, les champs elysèe del consumatore.

Ma generalmente puoi controllare o prevedere ragionevolmente gli eventi.

Il problema è che se quello che devi fare non è la spesa ma qualcosa di meno pratico e più elaborato, tipo costruirti una vita, trovare un lavoro, coltivare amicizie e stare al mondo in generale, non puoi pensare che tutto possa risolversi con un algoritmo unidirezionale.

Temo di essermi accorta che il darione invece questo secondo passaggio l’aveva rimosso.

Orbene, a questo punto le situazioni ansiogene, ossia quelle che prevedono la possibilità di un fallimento, si moltiplicano esponenzialmente. A meno che il darione non si limiti a trascorrere i prossimi 40 anni tra il banco frigo e l’allettantissimo settore nutrizione bio…

Ma abbiamo una ruota di scorta. Eccerto, semo mejo de Napoleone o no?

La ruota di scorta è il trasloco, ossia lo spostamento dell’ansia su un altro scenario più gestibile. Penso ad uno spettacolo teatrale in cui l’attore, sempre lui, vede scorrere dietro di sé cambi di scenografie. L’ansia della morte è difficilmente risolvibile con un algoritmo. Così come l’ansia della solitudine, del fallimento, del dolore. Cosa fai? Una freccina che parte dal quadratino “soffri?” e che si dirige ineluttabilmente nel quadratino “ ma no, dai…sorridi che la vita è bella”? Molto meglio caricarsi di tutta quest’ansia incontrollabile e spostarla in un ambito più terra a terra. Basta scegliere qualcosa della vita quotidiana. I colleghi di lavoro così come la scomparsa della vostra marca di yoghurt preferito dall’ormai sovracitato bancone frigo. A quel punto il gioco è fatto. Tutta l’ansia, sicuramente spropositata, nata in altri scenari si convoglia sullo yoghurt. E ora, individuato il campo da gioco, le possibilità sono due.

Se va bene, trovi lo yoghurt da un’altra parte e torni a casa serena, soddisfatta della tua soluzione razionale.

Se va male ribalti la cassiera di turno riproducendo lo stesso disagio che ben altre situazioni, lasciate nascoste nell’incoscio, avevano generato. Lei è lì, con il suo bel completino e cuffietta che sorride di fronte al tuo accanimento per il fantomatico yoghurt e non sa che mentre tu pronunci con incompresibile enfasi parole come “marca, ecocompatibile, sapore, fermenti” in realtà non sono altro che la trasformazione razionale di “famiglia, lavoro, procreazione, stima”. Come dire. Se sono in ansia perché mi sono accorta che queste ultime cose non dipendono solo dal mio raziocinio, capisci perchè vorrei impiccarti, tu, che manco al supermercato mi lasci essere padrona della mia volontà?

Lei ovviamente vede solo una pazza isterica che parla di latticini come se fossero nati dal suo utero. E questo ti fa ancora più incazzare.

 

Capire il meccanismo del trasloco è illuminante quanto frustrante. Indovina un po’? perché ancora una volta ti genera ansia, ti mostra vulnerabile.

Ora devo solo trovare un modo per eliminare o affievolire (ma non sotterrare, no…quella daria E’ R I M O Z I O N E) l’ansia di partenza.

 

Dite che fare le torte aiuta?

 


Chiedimi se faccio fatica

Posted: Giugno 6th, 2012 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su Chiedimi se faccio fatica

Senza ambivalenza non c’è conflitto, e senza conflitto non c’è mutamento.

Sono in piena ambivalenza, tirata di qua e di là dalle pulsioni, dalle idee, dai sogni, dai legami.

Sono in conflitto e non me ne ero resa conto.

Non sono in angoscia, non ho ansia. E questo è un gran bene. Sicuramente ho paura, perché detto popolaramente “si sa cosa si lascia ma non quello che si trova”. E io mi trovo qui.  Come in quell’immagine del bambino di Talking heads in pantaloncini, di spalle, con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Marò quant’è grande quest’orizzonte e che paura che fa a guardarlo da qui, tutto piccoletto…però non sembra affatto male.. e tra questo guardare avanti e guardare indietro il piccoletto o la piccoletta che sarei io, ci si stanca parecchio. E’ fatica, sì. Mica che mi dispiaccia fare una fatica del genere, soprattutto se in previsione di un cambiamento scelto (e forse dovrei sottolinearla questa iniziale, timida, capacità acquisita di scelta che negli ultimi mesi sta caratterizzando i progressi del darione sdraiato sul lettino viola). Ma chiedi a Coppi se mentre pedalava sulle Alpi era solo contento della fatica che faceva…

Dall’espressione si direbbe di no…

Vien da dire ” meno male che c’era Bartali”…

ed è effettivamente così. Avanti da sola. Sostenuta. Ma i piedi sui pedali ce li metto io, scegliendo la strada da fare, affiancandomi agli altri corridori, condividendo la salita e mirando al traguardo. E con queste premesse, davvero si può dire che ovunque e comunque vada, sarà un successo.


minestrone e formaggio

Posted: Febbraio 27th, 2012 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su minestrone e formaggio

 

Nei momenti di consapevolezza (e la parola va pronunziata con il  giusto tempo per farne assaporare la pesantezza e il complesso percorso di  acquisizione) si capiscono molte cose.

Si capisce che  abbiamo un sacco di carenze, un sacco di necessità, in sostanza un sacco di problemi. Divago volentieri sul  “un sacco di problemi” perché la giornata del 27 febbraio è stata ricca di incontri e scoperte umane.

 

Cristo si è fermato poco prima del centro Sarca

Federico è un alcolista. C’è davvero poca ironia da fare perché in quell’ambulatorio, di gente profondamente disagiata e seriamente ai confini della società se ne vede eccome. E per me è abbastanza una novità, almeno a questi livelli. L’hinterland è pesante. Mi mette in crisi continuamente. E meno male. Perché ho la netta percezione di non essere mai sufficientemente adeguata. E infatti non lo sono, non posso pretendere di esserlo. Federico sbiascica, si regge a fatica in piedi ma appena si accorge che lo sto giudicando, diventa una bestia violenta. Io non lo so che vita ha avuto, io non sono nella posizione per dirgli che deve smettere di bere.  Mi esce un “come ti sei conciato”. La parola conciato gli accende una luce negli occhi che mi fa paura. Per fortuna ci sono persone come Federico che ti spiattellano in faccia il fatto che anche se sei medico, non sei onnipotente, che lui non lo cambierai mai perché beve da quando ha 14 anni e che non puoi fargli la lezioncina. Federico scoppia a piangere dicendomi che se avesse una bella ragazza al suo fianco la smetterebbe di bere. So che non è vero. Ma capisco un po’ di più da dove gli viene quest’accanimento contro se stesso. Mi parla di una ragazza che aveva quando era adolescente. E si commuove mentre mi racconta di quanto era bella. Si certo, da ubriachi si piange spesso. Ma c’era qualcosa di più. Un’angoscia profonda che mi può soltanto sfiorare. Posso solo ascoltare. E stare muta.

 

 

 

Le maledette abitudini

La sala d’aspetto di uno studio condiviso di psicologi è un minestrone umano di una sapidità inesauribile. Soprattutto per chi fin dall’infanzia è abituata (sì lo ammetto per la profonda solitudine in cui versavo) ad ascoltare almeno 3 conversazioni differenti e ad osservare attentamente i prototipi umani circostanti (immaginate una bambinetta dall’aria castorina, per via dei dentoni davanti, che seduta in maniera educata al tavolo, come mamma e papà suo le avevano insegnato, cercava di combattere la noia mortale che la prendeva guardando gli altri bambini/famiglie. Occhi sbarrati. Orecchie protese. Sottotesto: portatemi via, mi sono rotta i coglioni di fare la brava!!!!)

 

Tre specialisti.

La mia è intoccabile. Solo io posso, solo quando decido io, darle della bastarda ma in altre giornate, tipo questa, guai a chi me la tocca.

 

Lo psicologo amico. Quello che mi chiama “collega” perché molto inopportunamente mi ha chiesto che lavoro faccio e dove lavoro. Quello che mi regala sempre il suo giornale anche se io in quei 5 minuti di attesa vorrei anche farmi un po’ gli affari miei prima di calarmi le braghe e raccontarli a quella là. Quello che mi parla della sua sedia di Le Courboisier e di quanto l’ha pagata. Dandomi ovviamnete del tu. Quasi quasi cambio studio, vado da lui e a fine seduta gli do una pacca sulla spalla corredata da un “bella zio, a posto così allora, grazie”. Simpatia 7—, livello di assurdità 8

 

Lo psicologo turbato. La somiglianza alla fotografia di Freud che campeggia  a fianco del suo studio è già esilarante di per sé. Oltretutto Freud aveva un taglio di capelli/non capelli onorevole e adeguato. Questo ha un caschetto alla Kurt Cobain (+frangetta…allora forse la Carrà gli si avvicina di più) che stona un pochino con la sua professione. Il suo appalesarsi con la camminata lenta e l’andatura un po’ da bradipo in completo cachi indipendentemente dalla stagione stimola inconsultamente il diaframma che vorrebbe liberarsi nella produzione di una risata fragorosa. Il suo immancabile distogliere lo sguardo e rifiutarmi il saluto (anche dopo il mio cordiale buonasera) lo rende un personaggio  da fumetto. Ora che mi sembra di aver superato la fase di disperazioneangosciacolite, mentre salgo le scale già rido sotto ai baffi pensando all’incontro umano che mi si sta per rappresentare. Dentro di me spero sempre di incontrare lo psicologo turbato, perché ogni volta mi chiedo quale rocambolesco modo troverà per non rivolgermi la parola. Fingerà una crisi epilettica? Lentamente girerà le spalle rispondendo al telefono? Si stringerà i pantaloni come per un’orinazione impellente? Ma cazzo sono io che sto venendo dallo psicologo, tu la tua analisi dovresti averla già conclusa!!Simpatia 3, livello di assurdità 10 cum laude

 

I pazienti .Diciamo che la sola idea che qualcuno da fuori possa ascoltare quello che dico così come faccio io ( e ben tre sedute contemporaneamente) mi fa inorridire.

“scusi signorina Pocaterra ma perché bisbiglia? “

“ eh, lo so io, lo so io. Cazzo c’avete dei muri di cartone!”

 

 

 

Frutto di anni, di rapporti, di meccanismi calcarei solidificati con il tempo, i bisogni io me li immagino come dei buchi nella nostra personalità, nel nostro Io. Ci sono due vie per colmarli.

Cercare facilmente di riempirli a partire dal mondo che ci circonda

Cercare di capire la loro origine e scoprire all’improvviso che niente di esterno sarà mai all’altezza delle nostre aspettative.  Il rischio è quello di restare come  degli emmenthal insoddisfatti.

 

 


Foglietti illustrativi

Posted: Gennaio 18th, 2012 | Author: | Filed under: squilibri | 2 Comments »

 

Torno a casa scalpitando, con passi veloci e ritmati, gli scalini tre alla volta. Sono arrabbiata, gli angoli della bocca sono all’ingiù e stringo le labbra che un po’, sì è vero, tremano e rimangono incastrate tra i denti. Sono arrabbiata, sono nervosa, aggrotto la fronte. Ancora una volta la rabbia vuole uscire e, trovatasi costipata nella mia pancia, nella mia testa, quando esce devasta e sparge sale.

Sparo la musica e schiaccio i tasti della tastiera, sperando di fare ordine, di sfogare, di tirare fuori.

L’aspettativa è un linguaggio. Quello che spaventa è che oggi ne ho la percezione come se si trattasse di un gene, di un virus contagioso e pertanto trasmissibile. Nel complicato universo darionesco si cresce investiti da aspettative e si impara a ragionare per aspettative. Interrompere il circolo vizioso mi sembra un’impresa titanica.

 

Dopo una rapida e superficiale lettura internettica riguardo al significato sociale delle aspettative, mi imbatto nell’interessantissimo effetto Pigmalione, tematica prettamente scolastica ma che trova altrettante stimolanti applicazioni nell’ambito delle relazioni.

 

Nella mitologia greca, Ovidio narra di Pigmalione, scultore, che dopo aver creato e plasmato una statua in avorio rappresentante il suo ideale di femminilità e di bellezza, se ne innamora. Venere, la dea della bellezza commossa da questo suo stato di perdizione amorosa, esaudisce il desiderio e le preghiere di Pigmalione, dando vita alla statua, trasformandola in Galatea.


Ripercorro un po’ la mia storia educativa e trovo alcune agghiaccianti corrispondenze. La brava bambina, quella che si comporta bene al ristorante, quella che va bene a scuola, quella che si impegna e non per ultimo quella che si mette in giovanissima età con un uomo di 10 anni più grande che la istruisce per filo e per segno. Tante cose belle ma sicuramente nel momento formativo più sbagliato. A 16 anni forse si dovrebbe andare a fumarsi le canne ai concerti piuttosto che ascoltarsi Bach alla Sainte Chapelle a Parigi no? Sì certo, come sei stata fortunata a fare la vita da principessa a quell’età. Ma ero davvero nelle condizioni di scegliere? Il primo sdoppiamento lo riconduco a quel periodo, quando partecipavo a salotti intellettuali portando la mia ingenuità e la mia testa fertile e allo stesso tempo mi devastavo di nascosto, per paura di deludere. Bella storia. Sono la vittima consapevole del mio Pigmalione francese. Mai rabbia contro di lui. Sempre comprensione. Un campanello suona tutte le volte che mi accorgo di aver abbassato la testa come un fedele animale domestico di fronte a coloro che non volevo deludere. Quando il campanello suona, scatta la rabbia, la voglia di rivalsa. Da questi campanelli sono nati i rigurgiti velenosi contro il Dottor Merda e contro l’Antigotama. Facile prendersela con loro che poco hanno contato nella mia vita, la posta in gioco era bassa. Ora da gestire c’è la rabbia verso il nido, verso gli affetti che ti hanno fatto crescere (o plasmato?).

 

Riconoscerla è il primo passo.

Appalesarla senza senso di colpa sarebbe il secondo.

 

Ma sul secondo punto si inseriscono le fottutissime aspettative. Quello che gli altri si aspettano da te e quello che tu, per la proprietà transitiva del contagio, giocatrice più o meno inconsapevole di questo gioco al massacro, credi che gli altri si aspettino da te. In questo senso l’aspettativa è un linguaggio, una rete di comunicazione che ti collega agli altri universi.

 

Di esempi concreti questa settimana ne ho avuti a iosa.

Giovedì e venerdì mi sento male, prendo un antibiotico sbagliato e divento l’epifania del foglietto illustrativo. Che qui riporto fedelmente

 

Disturbi psichiatrici

Non comune: insonnia, nervosismo.

Raro: reazioni psicotiche, depressione, stato confusionale, agitazione, ansia.

Molto raro: reazioni psicotiche con comportamenti autolesivi compresi ideazione o atti suicidi (vedere paragrafo 4.4), allucinazioni.

 

Bene, molto bene Daria. Li abbiamo sperimentati tutti. Ora ho un vero motivo per non avventurarmi nell’esperienza funghetto allucinogeno.

Dunque, mi sento male, ma male male male. All’ ennesimo scarafaggio con la bocca larga che vedo appena chiudo gli occhi, mi spavento e cerco aiuto.

Prima telefonata. Autentica.

Ho paura, sto male, chiamami ogni ora per assicurarti che stia bene. Grazie, sei un’amica.

Seconda telefonata. Il gioco delle aspettative.

Sto malino, non ti preoccupare, siiiii vedo gli insettini ma sono tanto carucci e mi fanno ciao ciao con le zampine. Mah dai, magari ci sentiamo tra un po’.

 

Cosa ho capito.

1- che avevo delle chiare aspettative nel secondo caso.

2- che mi sentivo investita da aspettative del tipo “ce la puoi fare da sola”. Sono una brava bambina che sa gestire TUTTO, anche uno stato psicotico.

Risultato: le parole non sono autentiche, sono mitigate, sono plasmate. E la reazione a quelle parole non può che andare contro alle aspettative che inconsciamente avevo.

Le nostre aspettative influenzano le relazioni con gli altri in modo sorprendente. Per esempio, chi vive con la paura di essere rifiutato dagli altri, metterà inconsapevolmente in atto dei comportamenti che provocheranno il rifiuto altrui (cit.)

Propongo dunque un foglietto illustrativo alternativo…

ASPETTIVIX, supposte da 500 g, clisteri da 1kg abbondante rivestiti di ortica

Indicazioni terapeutiche: nei  bambini/adolescenti in accrescimento ASPETTIVIX supposte garantisce un ottimo rendimento nei campi da VOI graditi. In caso di personalità eccessivamente autonome somministrare ASPETTIVIX clisteri ripetutamente.

Posologia e modo di somministrazione:  abbondante q.b. Non sono necessari alcuni aggiustamenti posologici per insufficienza psico-attitudinale

Controindicazioni: ASPETTIVIX risulta inefficace (ma ci potete provare comunque) su pazienti con le idee chiare.

Effetti collaterali: ansia da prestazione, sdoppiamento della personalità, stati maniacali seguiti da profonde fasi depressive, paraculaggine, gatti che si mordono la coda, recriminazioni, piagnistei, egocentrismo, cazzi e mazzi.

Interazioni: non somministrare ASPETTIVIX se il paziente sta andando dallo psicologo perché oltre a giragli i coglioni per tutto quello che spende, si potrebbe anche accorgere del clistere da 1 kg e due che si è autosomministrato dopo opportuno addestramento; in tal caso le reazioni avverse comprendono acidità, aggrottamento, irritabilità, perdite più o meno inconsapevoli di telefoni cellulari, isolamento e vendetta. Nel caso di persistenza dei sintomi è consigliabile una dose di carico di cannabinoidi guardando Henry pioggia di sangue a scopo sedativo.

Gravidanza e allattamento: ASPETTIVIX garantisce uno stimolo costante sul centro della frustrazione.

Sovradosaggio: non c’è mai limite a ASPETTIVIX. Dagliene finchè vuoi. E vedrai che il paziente somministrerà a sua volta ASPETTIVIX a tutti i suoi conoscenti.

 


Talking Head(s)

Posted: Ottobre 23rd, 2011 | Author: | Filed under: squilibri | 1 Comment »

 

Sono pronta. C’è chi dice “addà passà a nuttata” o più semplicemente “ne deve passare  d’acqua sotto i ponti”. Nel mio caso il viaggio ha reso tutto più semplice, e forse da un lato ha reso le cose più dinamiche, ha sospinto i pensieri ormai arenati nella melma, dove si crogiolavano, come maiali nel fango. Con l’unica e sostanziale differenza che i miei pensieri non si sollazzavano nella melma come gli animaletti rosa, ma piuttosto ci sguazzavano in nome di una sorta di sadico piacere.

Trovo uno sguardo diverso. Ancora esito nel convincermi che questo è il mio nuovo sguardo. Ho paura che non duri, ho paura di tornare nella trincea con il mio elmetto in testa e il fucile imbracciato guardando a destra e a sinistra, sparando un colpo qua e là, trovando alleati temporanei sulla strada, senza sapere veramente dove andare. E nel dubbio, fermarsi, in mezzo alla melma e ai colpi di pistola miei e altrui.

L’immagine che ho adesso davanti agli occhi è quella di un bambino (non una bambina, ma qua c’è il fottutissimo problema dell’imprinting) di spalle. Fa parte di un fumetto, i disegni sono minuziosi e onirici come in uno scorcio di Miyazaki. E’ di spalle, in canottiera e pantaloncini bianchi e ha i capelli corti. Sembra fermo, l’istante esatto prima di iniziare a fare il primo passo. Una placida tensione che si traduce immediatamente in tensione emotiva. Davanti a sé l’orizzonte confuso con il cielo . Sì, il confine del mondo che gli si svela davanti non è definito. Ma è verde, è una distesa di verde, ravvivata da cespugli o alberi che ne interrompono la serena monotonia.

Un mondo. Aperto. Dove sta per entrare.

Dietro di se, invisibile allo spettatore odierno, c’è una porta che ancora non ha chiuso, forse non la chiuderà neanche mai, non ce n’è bisogno, o al contrario, sempre per il principio del contrasto, è necessario che rimanga aperta. Resta invisibile e volutamente all’oscuro, tutto quello che si cela prima di quella benedetta porta.

[ l’immagine è stata trovata a posteriori. Semplicemente digitando Miyazaki su google]

L’affettività

Studiare lo sviluppo affettivo significa analizzare il tipo di rapporti che il soggetto instaura con l’ambiente e le caratteristiche individuali, evidenziando i fattori che influenzano l’evoluzione.

Aspetti di ordine ambientale che condizionano la qualità delle relazioni affettive possono essere:

– il comportamento dei genitori, in modo specifico quello della madre nei primi anni di vita;

– l’atteggiamento di accettazione o di rifiuto dell’ambiente;

– la possibilità di sperimentare esperienze sociali positive.

Daria ha una relazione complicata con la propria affettività. E’ ufficiale. E’ incontrovertibile. Provate a smontarmi e non ci riuscirete.

Troppo facile sarebbe ironizzare sui tre citati aspetti, anche se esilarante. Dico solo questa: sulla “possibilità di sperimentare esperienze sociali positive” ho senza volere (anche se quel bastardo del Sig. Inconscio già ride sotto i baffi mentre tieni i fili che mi gestiscono come una marionetta) allestito la sezione “mitologia”, fa  un po’ te…

Affrontare seriamente gli altri due punti si fa soltanto da sdraiati con una vocina che ti parla da dietro.

Quindi passiamo agli effetti piuttosto che alle cause.  E preciso : ste cazzo di cause…

Ci sono blocchi e bulimiche espressioni di affettività. E quando la faccenda si fa così antitetica c’è qualcosa che stride in sottofondo. Eccome se stride. La ricerca sconclusionata e vorace del contatto fisico e la rigida risposta distaccata all’abbraccio materno possono albergare nella stessa persona? Se e solo se la persona in oggetto ha un’ affettività conflittuale. Lo stridore viene da lì. Da una rotella che cerca di girare ma si intoppa ad ogni rotazione e sprizza scintille ovunque, in tutte le direzioni.

 

 


Cristo, un precedente scomodo

Posted: Ottobre 19th, 2011 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su Cristo, un precedente scomodo

E’ colpa sua. Ero già nervosa. Lei era pure in ritardo e io avevo mille sbattimenti tutti incastrati alla perfezione nella mia testa bacata grazie al mio SuperIo con gli occhialetti da professore e il grembiulino della brava massaia. E provavo dolore. Dolore fisico. Ma non mi dilungherò sul dolore fisico, perchè c’è, sta lì e mi logora. Fanculo.

Ma non potevamo continuare a parlare delle relazioni con l’altro sesso? Quante scenette divertenti, quanta ironia, quanta gratificante sofferenza (la massaia occhialuta ammicca con lo sguardo, maledetta!)…no, lei vuole scavare e io le vado dietro perchè comunque lo sappiamo entrambe che il nucleo sta lì. Un nucleo brulicante di sensazioni contrastanti, un magma urente che sprizza scintille impalpabili e ustionanti allo stesso tempo. e va beeeeeeene, approcciamoci all’argomento del C O R D O N E O M B E L I C A L E…

Ho urgenza di essere dissacrante, per portare il tutto su una dimensione più ironica e leggera. Per la pesantezza c’è tempo e ci spenderemo altri soldi, ma non ora.

Quindi, coroniamo la giornata con la sequenza di sfighe che il mio trentatreesimo compleanno ha inaugurato. Cristo. Che precedente scomodo.

in primis…Gotama si è fidanzato.

Donne, raccogliamoci in almeno un minuto di silenzio.

E me lo ha scritto. Insieme a tante cose belle. Insieme ad una agghiacciante scelta grammaticale: il tempo passato. Genere: è stato bello conoscerti. Gotama sta chiudendo la parentesi, dichiarando il suo nuovo status…e adesso dove mi insinuo io?

e telegraficamente riporto

l’ennesimo portafoglio rubato

un clamoroso pacco che per carità, siamo amici, e sei pure l’amico dell’uomo frigorifero oltremodo detto pervinca perculo perwerther quello che manco se gliela offri su un piatto d’argento ti fa la carità (mi sto scaldando, forse è finalmente giunto il momento di inserire il soggetto nella categoria mitologia con il nomignolo di frigidaire), e sei pure l’ex special friend della mia amica, ma perchè poi volevi uscire con me e soprattutto perchè mi hai dato pacco all’ultimo secondo?proprio oggi che gotama si è fidanzato?

Tutto qui? Sì tutto qui…infatti la vera tragedia è Gotama, non c’è niente da aggiungere.  Nel momento in cui lo scrivo sento una vocina che dice “ma cosa te ne frega? Mica ci contavi su di lui, non faceva parte della tua vita, era un simpatico aneddoto con cui ridere con le amiche”. Ma fatti un pò i cazzi tuoi, si chiama fantasia, via di fuga, evasione… io vado a raccogliermi nel mio dolore

 


la gabbia e l’ingranaggio

Posted: Ottobre 10th, 2011 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su la gabbia e l’ingranaggio

 

 

Ci sono mille vite possibili, la possibilità di reinventarsi tende all’infinito. Rendersene conto è per me una vera scoperta.

E aggiungo. Una scoperta infantile.

Delle chiacchierate in casa Rosseti a Legian mi porto dentro le infinte suggestioni letterarie e i pensieri di chi ha vissuto più di me e in maniera totalmente diversa. Ritrovo uno dei libri che bene mi ero annotata nella mente  con l’intento di leggerlo sdraiata sul divano.

E leggo.

Anche se in tutti è sepolto il gran tesoro dell’infanzia, esso si trova a irraggiungibili profondità. strati su strati, discorsi e formulette lo ricoprono e, induriti dal tempo, diventano le difese invalicabili dell’ordine sociale. Sicchè si sta su una piatta terra che si stende fino all’orizzonte, una distesa di noia e sconforto. Quasi nessuno sa applicarsi, con l’assidua ed estenueante fatica che sarebbe necessaria, a scavare e ritrovare il tesoro nascosto;quasi tutti passano la vita intera vedendo d’attorno null’altro che un suolo miserando e inerte: la vita quotidiana, strumentale, irretita nelle categorie note, recintata in ogni minimo aspetto.

Due cose: le difese invalicabili e la vita strumentale. Nel primo caso, la sensazione è quella della gabbia. Nel secondo dell’ingranaggio.

La gabbia nasce come una protezione, una superstruttura che ti permette di dare un confine, di tracciare una riga, di unire i puntini alla ricerca di un disegno. L’assenza di disegno fa paura. La fatalità è disarmante. Sapere che potrai rimanere da solo tutta la vita o che al contrario troverai la persona giusta con cui accompagnarti è frutto della più spaventosa casualità.  E non è solo questione di relazioni. Ma la gabbia è anche invalicabile, e in questo diventa uno strumento di offesa e non di difesa. La gabbia ti si ritorce contro celandosi dietro l’aspetto confortevole di una copertina di Linus. Quante scorie puoi produrre in una gabbia? Quanta energia spenderai per smaltirle? Queste scorie le avresti prodotte in un altro contesto? Intendiamoci. E’forse impossibile prescindere dal contesto, siamo immersi in una realtà che ci condiziona a meno di restare in uno stato onirico persistente, appunto fuori dalla realtà . La questione secondo me si sviscera meglio considerando l’ingranaggio.

Io mi sento parte di un ingranaggio. Sono una piccola rotella all’interno di un motore che ha cominciato  a girare prima di me e con il quale ho iniziato una sorta di patto meccanico. Procede bene il motore con la sua nuova rotellina, e la rotellina si compiace di questo organico movimento. Ma la rotellina voleva proprio far parte di quel motore? O ha trovato la propria ragione d’esistenza nel credere di essere una parte di un ingranaggio che, in fondo, non ha neanche scelto?

Linee, incastri, disegni…può essere molto bello, non necessariamente si tratta di noia e vita piatta. Semplicemente si fa parte di un dipinto dove abbiamo avuto la fortuna/sfortuna, a seconda dei casi, di essere piazzati, magari in primo piano o addirittura sullo sfondo.

Mi piacerebbe scegliere il dipinto di cui fare parte e non consumarmi alla ricerca della necessaria armonia in quello in cui mi sono trovata.

Vado avanti a leggere

Lavorati a puntino sono gli uomini da un’educazione avvilente, ronzano loro costantemente i ricatti degli affetti e dei doveri. Eppure qualcuno fa eccezione, rarissimo, isolato nell’interiorità, sa affondare fino alle sue iniziali memorie, rivive quei lembi remoti e annebbiati, talvolta ne ricontempla lo splendore. Nel momento più distante cui la sua memoria si spinga, costui si ravvolge come in un bozzolo d’oro donde proietta i delicati filamenti dell’attenzione a cogliere realtà che le parole ancora non sono riuscite a alterare, ordinare, ripartire, giudicare. Ma “cogliere” non è un verbo proprio. E’ piuttosto come se costui dalle realtà si staccasse appena appena: si avverte sì distinto, eppure ancora intriso, pervaso, rapito. In un attimo trasognato e sospeso rivive l’infanzia. Qualcosa ne ridonda dei grandi entusiasmi, negli amori e nelle stupefazioni.

La rotellina dimentica troppo spesso cosa significhi sentirsi intrisi, pervasi, rapiti, come nel giocare con la schiuma delle onde.

[Lo stupore infantile, Elémire Zolla]


Una risata ti seppellirà. Ma adesso è il momento degli anatemi

Posted: Settembre 4th, 2011 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su Una risata ti seppellirà. Ma adesso è il momento degli anatemi

Una sera, d’improvviso è scattata la Rabbia. E come tutti gli squilibri ha fatto da padrone. Non l’ho governata, lei ha spinto tutti i tasti e io mi sono estasiata nel guardarla. Un’estasi diabolica. Molto catartica. Il risultato non si può definire “elegante”…

 

Rabbia, falla uscire, sentitela dentro, fatti inarcare gli angoli della bocca, stringi i pugni, sogna cose atroci, pensa a come metterle in pratica, godi ad occhi chiusi la sequenza esatta dei fotogrammi che vorresti vedere davanti a te. Batte il cuore, un’energia malsana ti pervade. Cazzo sì, è rabbia, senti come cresce, senti come è cieca. Se ne fotte di tutto quelle che “è bene”, quello che “va fatto”, quel cazzo di “amore per la terra che da solo buoni frutti”. E’ incredibile come ad una pulsione emotiva seguano irrefrenabilmente modificazioni fisiche, impercettibili ma fortunatamente inesorabili. Mi sto trasformando in un lurido scarafaggio, sento la schiena che si indurisce, le zampette che fremono, la voglia di merda che cresce. Non la mia di merda, ma la tua. Quella che ti scaraventerei addosso per farti soffocare.

Non posso prendere un’accetta in mano. E allora a me personalmente, con le mie zampette veloci, nero pece, rigide e forti sulla tastiera, viene voglia di concretizzare quest’onda di letame e fuoco che mi sento nello stomaco. Brutta la rabbia, bella la rabbia. Questo cercavo in Ammaniti. Il gusto malsano della rabbia che si fa concreta e che fottendosene di tutto, cerca spazio nella vita, lasciando dietro a se cadaveri che ne arricchiscono il cammino. E mentre esplode, mentre lascia salire al cielo i suoi zampilli di merda e incendia ogni filo d’erba, lentamente si estingue. Bene, già molto meglio.

Ma ravviviamola un po’…che in fondo questa versione di daria scarafaggio assetato di sangue ci da un brivido di piacere.

Sì, concentriamo per un attimo la mia rabbia su di me, sulla mia insopportabile capacità di dare fiducia o, chiamiamola, capacità di raccontarmi sonore filastrocche per il puro gusto di sentirle. C’è tempo. C’è tanto tempo. Io me la voglio godere tutta questa ritrovata sensazione. Questa rabbia che finalemente esce.

Grazie dottor merda (per chi non conoscesse l’incommensurabile Dottor Merda si prega di consultare a breve la sezione personaggi mitologici…ilarità assicurata): tu mi hai dato un simpatico spunto per togliermi questi abiti da comprensiva santarellina che per trovare approvazione è disposta a farselo mettere in culo dal primo che passa. Anzi no. Non il primo, la scelta è assolutamente oCULATA, perché non devi essere palesemente stronzo, nooooooo.

Facciamo casting signori e signori!

Mostratemi la vostra DUALITA’, la vostra innata AMBIGUITA’ , i vostri DISAGI INTERIORI, le vostre vite difficili, perché noi, vestite da sante ma con le chiappe all’aria siamo qui pronte ad accogliervi con il sorriso sulle labbra ed una preziosa espressione comprensiva. Ahhhh, siamo meravigliose nella nostra auto sodomia…ecco perché la rabbia poi la raccoglierò e costruttivamente la incanalerò verso di me nella soffitta delle scatole, chiuderò lo scatolone (non troppo sigillato perché chissà quante altre volte avremo bisogno di aprirlo, guardarci dentro per ricordarci cosa ci abbiamo messo, riempirlo con nuovi cimeli) e ci scriverò sopra con il pennarello blu “POLLYANNA VAI A FARTI FOTTERE”. Sempre a dire che ci vuole fiducia, sempre a dire che prima o poi il bene che riversi ti tornerà indietro, sempre con quel senso recondito di voler educare le persone. Il problema è che non tutti si possono educare, c’è gente che non ne vuole sapere di comportarsi in maniera diversa dal varano e che continuerà naturalmente a ferire, infettarti con il suo alito putrido ed aspettare che crepi.

Non lottare contro il varano di Komodo. Mi ci farò una maglietta rigorosamente autoprodotta.

 


What’s squilibri?

Posted: Settembre 1st, 2011 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su What’s squilibri?

Non c’è un momento preciso, ci sono soltanto dei  “fattori predisponenti” che spaziano dall’ennesimo latte andato a male in frigorifero alla periodica altalena ormonale. Ti prende e si impossessa di te. E’ il pensiero che ti trapana la testa, positivo o negativo che sia, lui sta lì, ti modifica lo sguardo, la fisicità, e se ne va come era venuto. E guai a pensare che lo squilibrio sia solo in down…esaltati in fase maniacale non sentitevi immuni!

A me piace fissarlo nelle parole. Per rileggerlo, per cercare di capirlo e carpirlo, perchè la radiazione di fondo è nell’atmosfera.

Gli “intoccabili”, quelli sereni che vatuttosemprebene solleticano la mia diffidenza e in parte anche la mia indifferenza.

Perchè il disequilibrio è l’attimo prima dell’azione, qualunque essa sia. E’ tensione emotiva. Basta solo (solo???) saperla gestire