Gotama
Posted: Ottobre 24th, 2011 | Author: d'aria | Filed under: mitologia | 1 Comment »
Preambolo: esci (ah, ne sei uscita? vabè questa è un altra storia…) dallo storione della tua vita, in un certo senso tranci un rapporto che fatichi a portare avanti perchè di fatica non ne vuoi sapere, di scavare manco…esci, ti guardi intorno e prendi il primo che ti capita a tiro. Mamma mia come ti ci applichi (aaaah, ma qui stiamo aprendo parentesi su parentesi, poi chi legge come fa a capire…), usti come ti lanci alla cieca. Vola vola vola l’ape maia…tre mesi e si esaurisce la poesia. Con il biglietto del traghetto ora puoi farci un aereoplanino…Insomma, ti fai scaricare dal diversivo e decidi di partire per la prima volta da sola. E così nacquero le darionidi, primo viaggio in solitaria forzata. E’ così, miracolosamente, come la Venere del Botticelli, nacque dalla schiuma del mare delle Baleari -suono di trombe- G O T A M A. E benedetto sia il Signore.
Dio mio che sguardo impaurito e sprovveduto che ho nel primo autoscatto della vacanza, seduta sulla poltroncina della nave, le cuffiette e lo sguardo autistico che trasuda ansia. Della serie ” e mò che ci faccio qui una settimana”. Te lo dico io cosa ci fai…
Ci metti tre giorni, e forse ce ne avresti messi di più, ad adattarti al ritmo del viaggio in solitaria. Inizi a scrivere le darionidi, quasi compulsivamente, un pò per raccogliere e fissare tutte le emozioni contrastanti che si susseguivano, un pò per focalizzare l’attenzione su qualcosa di concreto. E poi?
Poi ti lasci andare. Però esageri. Ti lanci in un topless nella spiaggia all’altro capo dell’isola. Ti fai abbordare in tre secondi netti e in altrettanti tre secondi netti sei al chiriguito (con il pareo) con un mojito in mano e tre tizi che ti offrono da bere. Un ciccione, un mezzo indios e uno dalle fattezze nordeuropee. Bel mix. Vai con il secondo mojito. UUUUH che bello, ci sono anche delle ragazze argentine (what a presagio!!). Altro giro. Finisce che accetto di recarmi con il trio mix l’indomani, sulla loro barca, da sola, in mezzo al mare. Sono una galla, ho pensato. Sei un’idiota, invece.
Ma anche dopo aver smaltito l’alcol con un rientro notturno in bicicletta per una ventina di km, non ho cambiato idea. Neanche la mattina dopo. Sì, sono andata al porto, ho addirittura raggiunto la barca. Che fortunatamente era vuota. Non soddisfatta da questo tentativo divino di salvarmi dallo stupro collettivo con successivo occultamento del cadavere in mare aperto, ho lasciato pure un biglietto dicendo che non li avevo trovati e che sarei tornata più tardi. Della serie “ehi aspettatemi, ragazzi, sono il vostro bocconcino!”.
Dio vuole che mi allontani dalla barca. Uppalà, ci sono delle bancarelle. Facciamo allora la disinvolta mentre aspettiamo che tornino i miei potenziali aguzzini. E lì, tra una camicetta a fiori e un pantalone thailandese, scorgo quello che diventerà in poco meno di 24 ore (eh sì, sono un pò all’antica…) G O T A M A. Finisce il preambolo e inizia la mitologia.
Si chiacchiera, si ride e gli compro pure una camicetta. Chiedo di sedermi e gli chiedo l’accendino. Non fuma. Iniziamo a parlare dell’Argentina, suo paese d’origine. Mi mostra foto e dalla quantità di stagioni che si susseguono comincio a chiedermi “ma quanto cazzo viaggia sto qua??”. E infatti è così. Cinque mesi di bancarella e il resto dell’anno in giro per il mondo, preferibilmente oriente. Mica male sto Pablo. Decido di rinviare lo stupro collettivo e comunico a Pablo il mio intento di spiaggiarmi prima possibile. Mi offre l’ombrellone. Un dono estremamente fallico ma gradito. Anche perchè se me lo presti, vorrà dire che te le devo riportare indietro stasera…
La sera, prima di riportare “l’ombrellone”, mi vesto BENE, scegliendo TUTTO con criterio, anche, devo ammetterlo, il colore delle mutande. Piccola postilla: ricevo contemporaneamente due approcci telefonici dagli esseri mitologici che mi stavano rallegrando l’estate facendomi perdere 6 kg in 30 giorni. Carini loro, che tempismo adorabile. Mando giù e imbraccio l’ombrellone.
Alla bancarella lui è lì, che ancora sistema. Sorride. E io mi sciolgo. Mi invita a cena. Liquidata la seconda tazza di vino, si offre per portarmi a casa
D: Ma abito proprio lì..
G: Dai ho parcheggiato qui..
(lo sguardo si sposta su un furgone. Questo vuole portarmi a casa con il furgone. O meglio. Vuole farmi salire sul furgone solo per attraversare la strada. Ci deve essere un sottotesto…)
Tra un “lì” e un “qui” esordiscono sul panorama mondiale dell’approccio le celeberrime 3 MOSSE DI GOTAMA
1- bacio
2- mano destra: apertura portone furgone
3- mano sinistra (già stretta attorno alla mia vita): lancio della preda dentro il furgone. Questo implica che la mossa 1 e 2 si debbano svolgere contemporaneamente, onde evitare inutili perdite di tempo e di elegante sincronismo.
Io avrei voluto fargli un applauso ma ero già planata su un materasso adibito per ogni occorrenza. Il telo era ghepardato. E ho detto tutto.
L’indomani il mio romanticismo si sgretola immediatamente non appena, al rientro dalla spiaggia, vedo che hanno smantellato tutte le bancarelle. Vabè, è andata così. Puff.
Ma a volte ritornano. E rischia che non ti diano tregua per tre giorni. E benedetto sia il Signore bis.
Il Gotama si riproduce preferenzialmente in ambiente bucolico, alla guisa del fauno. Spudorato, assolutamente non convenzionale, se ne impippa allegramente delle consuetudini morali e ricerca il binomio natura-istinto, con grande gaudio della compagna. Sta giustappunto alla compagna il compito di sapersi adeguare alle regole caldeggiate dal fauno, dimenticando le ammonizioni materne e incamminandosi verso una nuova frontiera della conoscenza. Senza questa sorta di patto il fauno non si intrippa e la compagna rimane nell’imbarazzo. Presumo. Qui si è scelto di intraprendere senza esitazioni il grande cammino del Gotama.
Gotama ha una passione per le superfici rigide. Cazzi tuoi se hai le ossa sporgenti.
Gotama cucina da Dio (assiomatico). E non ha paura di fare il galante.
Gotama ti insegna a respirare. E lo fa nei momenti meno convenzionali ridicolizzando in un secondo Mina e e il suo “l’importante è finire”.
Gotama fa yoga. Avvistarlo la mattina fuori dalla tenda in un campo di papaveri, munito solo di un candido pantalone thailandese, è uno spettacolo della natura.
Gotama c’è. Semplicemente. Senza giri di parole e senza ragionamenti inutili. Questo, al di là dei racconti mitologici è la vera forza di Pablito. Tutto si semplifica. E tutto diventa più vero.
Il Pablito io me lo sono “curato” per qualche mese dopo il primo stravolgente incontro. Mai ho pensato che tra di noi si potesse creare una relazione convenzionale e non soltanto per la distanza. Ma anche per una incompatibilità apparente di intenti. Lui viaggiatore, zingaro. Io nel marasma di una separazione con tutte le mie dipendenze dalle relazioni. Ma me lo sono curato perchè quella semplicità d’azione mi affascinava e avrei tanto voluto farla mia. Imparare. Scoprire uno sguardo nuovo, sganciarmi da quello che si deve fare e affrontare invece quello che capita, con quello stupore infantile che oggi, ottobre 2011, sto ricercando in tutto e per tutto. E sì, me lo sono curato anche per “quello”, mica sono scema.
Un messaggio qui, una mail di là, i rapporti non sono difficili da mantenere perché basati sulla sincerità di quell’incontro. Ci si è piaciuti. Non c’è dubbio. E nessuna tristezza e angoscia si è mai insinuata nei nostri discorsi. In questo clima idilliaco ci si scambiava virtualmente opinioni sulle rispettive vite. Senza approfondire, certo. Ma senza neanche parlare a vanvera.
Semplicemente gli ripropongo di vederci di nuovo. Dopo 8 mesi. E semplicemente lui c’è. Si organizza lui e mi organizzo magistralmente io, lo ammetto, sospinta da un entusiasmo impareggiabile.
E qui, a posteriori, la mia sottile vendetta sull’antigotama.
Apro una parentesi. L’antigotama è il cerebrale per eccellenza, quello che piuttosto che una pippa si spara un ragionamento contorto esistenziale. L’antigotama era entrato in collisione con la mia orbita alla fine di aprile. Eravamo a maggio. L’antigotama che gli piaci, ma forse no, o forse sì, ma chissà possiamo dormire insieme, però non si tromba, perché mi piaci troppo, o forse non mi piaci, ma non te lo dico, anzi ti dico che mi piaci, uuuuh come mi piaci, sai io prima trombavo a tutto spiano con chiunque mi capitasse a tiro ma con te è diverso, non ti trombo apposta, ma vorrei, però non te lo mollo, facciamo passare un altro mese dai che vedo che ti stai divertendo parecchio, sì mi sei un tantino smagrita e ti vedo con l’espressione un po’ tesa ma dai che mi resisti un altro paio di mesetti su! Ma dirmi che non ne vuoi mezza no?????? Chiudo la parentesi. E non in senso figurato.
La sottile, mica tanto sottile, vendetta consiste nel acconsentire che l’antigotama mi raggiunga in vacanza. Diabolico ( e lungimirante) Darione che si organizza la luna di miele con il Pablito con un incastro perfetto che gli concede ovviamente il diritto assoluto di precedenza. Perché a Gotama mai avrei rinunciato. Perché mi faccio prendere per il culo per un mese ma un minimo di orgoglio l’ho mantenuto. Perché se ci avessi rinunciato (in nome di cosa? Coerenza? Spirito di sacrificio?) mi sarei data della cogliona a vita.
E così prendo l’aereo da Maiorca per arrivare a Barcellona. Dove affitto una macchina. E attraverso Barcellona, la tangenziale, pensando che è meraviglioso lasciarsi andare all’istinto e fare quello che si ha voglia di fare. L’incontro con Pablo sorridente mi fa sentire nel posto giusto al momento giusto.
Ah, andiamo a casa dei tuoi? Molto bene.
Ah, dormiamo (dormiamo?) nella stanza di tua sorella? Ottimale direi…
Ingenua tu che credi che la situazione possa condizionare Gotama. Ringrazia che non ti ha proposto di appenderti al davanzale del balcone di casa perché sai benissimo che lo avresti fatto…
Si parte alla scoperta della Catalunya. E parlando, passando ore insieme, viaggiando, scopro di nuovo Pablo e la sua visione del mondo. Un briciolo della sua vita in Argentina, le sue passioni, il suo essere solitario, Aqua de beber canticchiata alla chitarra sotto il vulcano e Frank Zappa. Il campo di grano. Magia.
La magia sta nel fatto che ancora una volta al momento della separazione la tristezza o la malinconia non si affacciano nemmeno per un momento. E’ bello così, in fondo ci siamo trovati, nel nostro modo di relazionarci. E ci piace. Senza pensieri aggiunti.
[e l’antigotama che mi chiede come mi sono fatta quei segni…
e quella risposta ingenua…
“in un campo di grano…”]



