Altan: La bilancia è un segno di merda, basta un niente e si squilibra

Vicino Vicini

Posted: Ottobre 12th, 2012 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Vicino Vicini

 

Casa di ringhiera milanese, gialle le pareti, verdi le persiane.

Un sacco di giovani coppie o giovani single si affacciano sul cortile centrale.

E come nella più classiche della finestre sul cortile, se ti attardi a curiosare dietro le finestre, spesso vedi un mondo colorato, un po’ etnico, un po’ radical chic, anche un po’ fintofreak. C’è la rossa di capelli che cura le sue piante mentre il moroso apparecchia il tavolo, la coppia chic con lei orientale, capelli curati e pelle candida, il gruppo dei tatuati con cane al seguito, il figo della fastweb che ancora non ho capito se è macho per davvero o macho per sauna. E ancora, il ragazzo sputatore di professione che fa il gallo con la morosa alla finestra e le parla tra un’aspirata di Marlboro e una sputacchiata in cortile, il folle sociopatico vestito da marins sulla sua moto, il vecchio incazzoso che odia il nipote, la famiglia di filippini e i loro odori di cucina tradizionale.

Lui invece è poco scrutabile. Il suo mondo non si presta allo sguardo curioso della ragazza del quarto piano. Motivi geometrici, pochi riflessi da sfruttare, gelsomini invadenti che si frappongono tra i due. Eppure solo un muro li separa, i due condividono i rumori del mattino, le scelte musicali del pomeriggio, i film della sera guardati con un occhio solo tra le lenzuola del letto. Tanta intimità e altrettanta incomunicabilità. Più volte lei ha cercato un approccio, uno sguardo, un saluto d’intesa. Sempre caduto nel vuoto, o peggio, schiantato contro l’indifferenza, o peggio, trucidato da uno sguardo in direzione contraria di intenti.

 

Lui ti odia. Non c’è niente da scoprire, nessun segreto fiabesco, nessun ragionamento contorto in cui sadicamente immergerti. Odia te come odia i colori del cortile. Nessuna preferenza. La sola sfiga è che tu sei la sua vicina e quindi più di altri sfiorerai i suoi silenziosi percorsi giornalieri. E bada bene. Il fatto che condividiate lo stesso cortile non significa niente. Tanto il nero vicino sgattaiola veloce lungo le scale, attraverso il cortile, rifuggendo lo sguardo inquisitore della portiera. Lo spazio pubblico non lo possiede, è un’ombra furtiva, impalpabile ma allo stesso tempo granitica nel suo sguardo. Passa, scivola sulle mattonelle.  Puoi raggiungerlo solo nel privato, quando si rintana a casa e tu, prediletta, puoi percepirne la presenza al di là del muro. Lui lo sa. E lui ti sente. Per questo ti odia. Perché stabilisci un contatto con lui contro la sua volontà.

 

Si veste di nero. E fin qui chissenefrega.

È rasato, e vabbè.

Ha una tomba tatuata sul braccio. Okkeeeeeei…

Anfibio? Presente.

Gatto nero. Simpatico dettaglio.

Con quali meravigliosi figli dei campi adorna il suo balcone? Cactus…

Musica preferita? Direi i Ramstein. Me ne accorgo una  domenica mattina, quando forse, mea culpa, rispondo al telefono con un tono di voce troppo alto per i muri di casa mia. Però parliamone, d’accordo che è domenica mattina, ma sono comunque a casa mia e non sto facendo una festa di 40 persone. Nonostante l’entusiasmo della telefonata non credo di aver superato una soglia di decibel tale da impedirti il sonno. Ma svegliare il nero è sufficiente perché il suo acido solforico si riversi sul malcapitato di turno. E la malcapitata sono io. Scatta il cd dei Ramstein a tutto volume. Non un brano, ma tutto il cd. In loop. Non per sproloquiare sui generi musicali, ma credo sia abbastanza condivisibile che cotanta violenza musicale ben poco si adatta alle 9 della mattina. Si sente il gusto della vendetta, non c’è che dire. Non mi venite a dire che l’ha sparata a palla perché doveva trovare la carica giusta per spolverare le mensoline del bagno.

E da lì una dopo l’altra. Silenzioso odio. Voltate di faccia appena mi incrocia, per lui puzzo come una carcassa in putrefazione. Esco sul balcone per fumare una sigaretta, mi nota, mi guarda con il sopracciglio incurvato e rientra. Gli ammorbo l’aria.

Ma a distanza di quasi tre anni di convivenza di muro, l’effetto che mi lascia il nero vicino è il medesimo dello psicologo turbato. Ormai mi diverte. Mi diverte vedere fin dove si può spingere, fin dove il suo collo può torcersi di fronte ad un mio sguardo amichevole.

Forse la vera sadica sono io.

 

 

 

 

Nella bassa non ci sono le case di ringhiera.  Io in questa ci sono capitata per caso, dopo appena 6 mesi dal mio arrivo a Milano. Una casa scartata da una coppia. Una casa colorata e vissuta, con la lacca alle porte di legno, con l’intonaco un po’ fatiscente, con la catenella del cesso fatta all’uncinetto e la vasca da bagno con i piedini.

Sei stata la mia tana, il mio guscio. La precedente coinquilina l’ha lasciata dicendomi che “è una casa in cui essere felici”… tesoro mio bello, io in questa casa mi sono stracciata le vesti e ho raggiunto livelli di abulia che avevo provato solo in piena adolescenza…mannaggia a te e al tuo inconsapevole anatema.

Ma come in Martin Eden, nel momento in cui si tocca il fondo, si può appoggiare il piedino e spingersi verso l’alto, ricercando ossigeno.

Così, in 3 anni esatti, si ri-forma il darione. Tanta merda, presa, data, affittata e coltivata. Ma tanto altro. Tre anni in salita. Una pièce teatrale con tutti i crismi.

 

Di questa casa amo

La luce e il cielo di Milano, bello o butto che sia, che si staglia contro il tetto sghembo davanti alla camera da letto

Il pavimento psichedelico

Le scale che quando sei sballato sembrano non finire mai e i saluti infiniti che ne conseguono

Indicare ai visitatori che si approcciano per la prima volta a la maison dove sono ubicata gridando dal balcone

L’accozzaglia di colori

La cucina più anni 70 che abbia mai avuto

I piedi gelati sul pavimento

I vicini di casa che sbanfano per arrivare a domicilio

Le vibrazioni della metropolitana nel silenzio

I ritorni dai viaggi con gli zaini sparsi qua e là

I resti degli intrusi, osannati come risolutivi del mio malessere, consumati come cereali nel latte caldo. Li ho visti appassire e li ho pure vomitati. Un po’ mi è anche dispiaciuto. Un po’ sì e un po’ no…

Le ciotole dei cani

Le piante immortali

 

… e spiare i vicini…