The day after
Posted: Giugno 6th, 2012 | Author: d'aria | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su The day after
Poche informazioni, confuse. Birmani sorridenti e assolutamente non curanti della situazione di panico che si sta generando attorno. Non c’è la voglia e nemmeno la lucidità per capire se questa sia davvero tranquillità basata sulle informazioni che loro sanno (e che non ci dicono) o se sia totale fatalismo. Il sorriso birmano questa sera, con il sole che ormai è scomparso sotto al mare, davvero non mi tranquillizza.
Dopo una giornata di mare sto per imboccare la lunga strada per il villaggio. Stanca, con la pancia vuota. Saluto da lontano il ragazzo slovacco che sudato e con il viso stravolto mi chiede dove sto andando.
“a tsunami is arriving on this coast in 2 hours”
La sensazione è tremenda, lacerante. Se fossi in italia, saprei cosa fare, dove andare, come spostarmi. Ma qui ho solo le gambe e attorno a me non conosco il territorio. Realizzo in un lampo il viaggio di andata qui e mi appaiono in visione le colline che ho attraversato. Ma quanto sono lontane? Cosa sono due ore? Che vuol dire tsunami. Nel frattempo sono già passati 15 minuti.
Corro in camera e metto l’orologio al polso fissandomi in testa le 1930. Riempio lo zaino. Metto tutto pensando alle peggiori cose possibili, no, non ci penso, lo riempio e basta. Metto una bottiglia d’acqua e corro di nuovo verso gli altri stranieri.
Nessun aiuto, nessun conforto. Il personale dell’albergo è totalmente assente, guarda le news in birmano e basta.
Risultato. Saliamo su una collina dietro l’albergo, dove anche i militari hanno radunato qualcuna delle loro armi. Se pensano siano al sicuro, allora forse è un posto sufficientemente alto…
La visuale è devastante. Sono sullla terrazza della piccola pagoda che si affaccia sulla spiaggia. Una collina di circa 10-15 metri di altezza. Davanti a noi, la visuale spazia ben oltre i 180 gradi, come se ci trovassimo su un piccolo promontorio.
Davanti a noi, c’è solo mare, sconfinato. Mi sento sulla prua di una barca, di fronte l’oceano che infrange le sue onde sulla sabbia bianca.
Sta diventando buio, ormai si vede solo la schiuma bianca delle onde rifratte ed è proprio quella che continuiamo a fissare per controllare che non si ritragga. Tanto più si ritrae, tanto più l’onda è alta. Dicono…
Fissa le onde Daria. Controlla l’orologio.
E penso. Penso che non può essere vero. Che è un falso allarme. Penso che mia madre starà malissimo. Penso alla mia vita a Milano. A mia nonna che era rimasta impressionata dalle immagini di Bagan che avevo visto su internet. Penso che tutti quelli attorno a me sono dei coglioni e non hanno capito la mole del problema. Penso che devo fidarmi di loro perchè non ho altro. Penso a casa mia. Voglio tornare a casa. Ho paura. Cazzo se ho paura.
La ragazza che si trovava in Shri lanka nel 2004 è nel panico totale
Il vecchio che sta con la ragazzina birmana accende l’i-phone e ci fa ascoltare bob dylan
I ragazzi belgi bevono rhum
Qualcuno scatta foto. Mi sono sempre chiesta perchè su youtube si trovino così tanti video delle catastrofi. Ma come cacchio si fa a mettersi a fare foto e filmati quando hai paura di morire? Esorcizzi la paura. Puoi persino ridere e fare dell’ironia.
Io fumo, scherzo, rido, cerco parole rassicuranti che talvolta arrivano, talvolta no.
Aspetto. Il giorno dopo mi diranno che sembravo la più calma perchè scherzavo con tutti.
Effettivamente ad un tratto ho pensato che non potevo fare altro che aspettare.
“can we go higher on the hill?”
“ you can try, but there are many cobras”
ok. questa fa ridere. Anche io ho riso. Lo tsunami e i cobra…nient’altro?.
Passano le 1930 e neanche un ondina smilza si infrange sulla costa. Allarme rientrato. Con il senno del poi, il tutto ha l’aria dello psicodramma.
La serata prosegue al tavolo del bar. Si è creato il gruppo degli tsunami’s friends. Ci conosciamo, ridiamo, chiacchieriamo e cerchiamo di ritardare il momento in cui dovremo chiuderci nei nostri bungalow, al buio, con il rumore del mare che proviene dalla spiaggia.