Salita e Discesa
Posted: Maggio 8th, 2012 | Author: d'aria | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Salita e Discesala poesia del lago Inle doveva prima o poi interrompersi. Nel bel mezzo dell’idillio ti spunta in testa il pensiero del trasferimento, le 12 ore di bus che ti aspettano chissà in quali condizioni, a quali temperature, con quali vicini. Troviamo soltanto posti in ultima fila in un bus air-con. Pareggio: gli ultimi posti sono risaputi essere uno schifo ma almeno ci sarà l’aria condizionata. E invece è una vittoria schiacciante per la sfiga (ma va…). I sedili non si possono reclinare, il nostro vicino ha la brillante idea di mangiare semi di girasole per tutta la durata del viaggio buttandoceli addosso con tutta la noncuranza ingenua con cui i birmani abitano e vivono lo “spazio pubblico”. Non si accorge nemmeno di star riducendo il pullman a una gabbia per conigli. Va avanti imperterrito mentre io, ancora schiava della mia contrattura alla schiena, alla quarta ora di viaggio crollo dal male e mi schianto per terra, nel corridoio centrale, in mezzo a ciabatte, piedi, bucce di arancia e ovviamente semini di girasole. Me ne sbatto. Ormai mi sento immune a tutto. E infatti riesco anche a dormire tra tutti quei piedi che ovviamente alle sbandate del pullman oscillano sopra di me. Piccolo particolare omesso. La temperatura interna al pullman potrebbe aver raggiunto i 5 gradi. Ci stiamo conservando. Non c’è rischio di invecchiare in queste dodici ora di viaggio. I passeggeri starnutiscono, tossiscono, si coprono con qualsiasi cosa ma nessuno che dica niente. La sofferenza fa parte della vita, anche quando a portartela è un banalissimo condizionatore che puoi spegnere con il minimo sforzo. Tutti patiscono e nessuno neanche pensa di dire qualcosa al conducente o al suo assistente, anche loro sofferenti e coperti con asciugamani di fortuna. Ma perché? Su questo dovrei aprire un’enorme parentesi e la carica attuale del pc non me lo permette.
Comunque, alla prima pausa concessa per pisciare tutti allegramente in un campo, mi fiondo sul conducente e forse con un po’ troppa aggressività accumulata dopo il binomio pavimento-semini gli dico di chiudere l’aria condizionata. Un po’ esterrefatto dalla mia richiesta mentre io lo guardo con gli occhi ricolmi di altrettanta perplessità , sorride e dice di si. Il pullman tira un sospiro di sollievo quando la temperatura ritorna a valori umani. E anche io finalmente non tremo più. Pochi minuti di pace con il mondo dei trasporti birmani, anche il mangiatore di semini mi fa quasi tenerezza. Poi, chissà perché, per quale oscuro motivo, riaccende il tutto. E si torna a congelare. C’è grossa comprensione culturale…
Yangoon. La stazione dei bus. Una città nella città. Un tripudio di gente ammassata, tavolini con sopra telefoni chissà connessi a quale rete, gasolio, polvere, donne urlanti che sponsorizzano i loro prodotti al sapor di suola di scarpe, masticatori di bethel, produttori di bethel, fiotti rossi di bethel ovunque. E’ un androne infernale, sono le 6.30 della mattina e già la caldazza ti si appiccica addosso. Destinazione “centro” con un pullmanino devastato. Sto arrivando a destinazione, mi piace questo scatafascio, l’entrata nella città, la foschia che sale, riconoscere alcune vie. Il mio e’ un ritorno a Yangoon, dopo le meraviglie del nord. Da qui sono passata appena 15 giorni fa e mi sembra passato tantissimo tempo. La fatica che ho addosso va di pari passo con le migliaia di immagini che mi porto dentro. Un viaggio faticoso è soddisfacente nel corpo e nell’anima. Ma richiede energia e io sento che comincio ad averne sempre meno. Il caldo asfissiante mi porta addirittura a rinchiudermi in un internet caffè. Non c’è altro posto dove posso avere pace. E’ dura. In questo girovagare con la maglietta fradicia mi prendo qualche bestia infettiva, e diversamente non poteva essere. Sono alla fine del viaggio, il livello di attenzione si è ridotto. Qualcosa si è impadronito del mio intestino e mi accompagna in viaggio.
La meraviglia di Yangoon è la Shwedagon Paya. A cui arrivo nel tardo pomeriggio, stremata, arrancante. I templi sono stati le red bull di questo viaggio, le rinascite energetiche. E’ una di quelle aree monumentali su cui il governo si arricchisce, ma non vederla mi sembra troppo una perdita. E infatti. Dall’imbrunire alle prime luci della notte continuo ad aggirarmi tra le piccole e infinite pagode che cingono lo stupa centrale. Un brulicare di persone, un continuo ondeggiare di schiene che si piegano davanti ai Buddha dorati. Mi ubriaco di scintillii d’oro, di profumo di incenso, di candele con le fiamme al vento. Cammino a piedi scalzi, ogni tanto mi fermo, mi siedo, rimango incantata tra l’amaranto dei monaci.
