Noodles o non noodles?
Posted: Maggio 2nd, 2012 | Author: d'aria | Filed under: solidaria planet | 1 Comment »
Oggi è il 5 aprile. Una bilancia è posizionata davanti all’entrata dell’albergo. Curiosità. Ma anche una certezza, che si conferma. Meno 2 Kg. E non e’ merito del riso. La questione è che non mangio. Salto i pasti, scelgo il digiuno. Ma per meglio comprendere la scelta, che poco ha a che fare con un percorso spiritual-buddista, veniamo all’epopea del cibo birmano.
Tutto si svolge come nei copioni più banali. Fase di eccitazione, fasi di accomodamento, stasi, noia, disgusto.
Copione già noto, appunto.
Fase di eccitazione
yuuuuuuhuuu, finalmente posso abbuffarmi di verdurine sane, di riso mangiato lentamente con le bacchette, di pollo a bocconcini, il tutto speziato con odori e sapori che solo qui posso assaporare.
I noodles mi sono sempre piaciuti e qui hanno una consistenza che non ha nulla a che vedere con quella a cui anche il mitico jubin mi ha abituato. Qui sembrano tagliatelline. E questa similitudine si addice solo a quei primi giorni perché, come vedremo nella fase della noia o ancor più del disgusto, ben presto il paragone con le Sante Tagliatelle ha del sacrilego.
I piatti sono colorati, c’è il verde del broccolo, la carota, il pomodoro, il tutto adagiato sul noodles avorio. Mi scofano piatti su piatti senza accorgermi che sto preparando il mio stomaco alla fase successiva.
Fase di accomodamento
la papilla gustativa non si eccita più. Il recettore è ben presto saturo, la carotina assomiglia sempre di più al noodles broccolato e il pomodoro si scioglie in bocca come acqua. Ma vado avanti, perchè c’è sempre un caldo boia, mi stanco in fretta, il riso si sa n’ora te tene tisu e la fame si ripresenta puntuale dopo un paio di orette dal consumo del pasto. L’unica scarica di neurotrasmettitori sulle vie organolettiche la generano i pezzetti di frutta tagliata che, talvolta, vengono serviti a fine pasto. O l’anguria che si raccatta per strada dai camion che ne trasportano a quintalate. Peccato sia calda. Ma è sempre anguria, rossa e dolce. Il caro noodle è avorio e insapore, quindi ben distante dallo zuccherino.
Fase di stasi
e’ rapida, manco te ne accorgi. Ormai mangi come un automa, ingurgiti le poche calorie che un pasto simile può darti. Hai messo in stand by tutta la corteccia cerebrale deputata al piacere del mangiare. Sei un criceto. Nooooooo, non dire quella parola. Ecco ci fiondiamo nella fase della noia e del disgusto.
Ricordo ancora quando un bel dì, per la prima volta incrociai la via del sapor di criceto…eravamo a Bagan e dopo aver riso per l’ennessima vaccata in inglese trascritta sul menù ( offrivano qualcosa come baby dead), lasciai a metà il mio rigoglioso e ennesimo piatto di fried noodles (ah certo avevo omesso il simpatico particolare che qui il noodle è rigorosamente fritto e strafritto in chissà quale oglio con il gl per aumentarne la pesantezza) per un retrogusto che, come la madeleine di Proust, mi rimandava alla velocità della luce ad un’immagine, chiara e precisa: la gabbia di un criceto. Qull’odore penetrante, secco, di semini misti a merda e stantio. Ingenua a pensare che si trattasse di cibo parzialmente avariato. Poi capii che si trattava di una spezia, di un intingolo che accompagna ogni pasto e che viene opportunamente disposto in piattini rotondi al centro della tavola, cosìcche anche se non vuoi favorire, l’aroma ti si sparge intorno. Un breeze al criceto.
A questo simpatico e emozionante trip sensoriale aggiungi la rivolta del tuo stomaco al fritto strafritto… lasciatemi sprofondare nel trash adesso che credo di aver risollevato leggermente la testa… forse è stata colpa delle fave contenute segretamente nel classico noodle, ma io voglio pensare che si tratti invece della rivoluzione giacobina intestinale alla dittatura della cucina birmana. Mi sveglio alle tre e mi trovo di fronte all’ardua scelta: sbatto la testa contro il muro finchè non mi passa il cerchio che mi opprime dalle tempie alle orbite degli occhi, o mi ficco due dita in gola? Occcazzo, occazzissimo non avevo calcolato la fattezza dei vuccì birmani. Trattasi di vater con un residuo abbondante di acqua stagnante, pulita neh, ma sempre stagnante è. Lascio all’immaginazione del lettore il proseguo. Troppo tardi, il vomito indotto è partito. Subirò anche quest’affronto da parte del vater ribelle e mi lancerò diretta nella fase del disgusto.
Fase del disgusto
Basta. Ho detto basta. Ci ho provato. Ho fatto anche l’automa, ho ingurgitato sperando di ritrovare nelle carotine quell’ebbrezza dei primi giorni. Ma possibile che io sia già in questa fase dopo solo 10 giorni? Quasi non mi riconosco, poi penso ai pranzi e alle cene da Mr. Food a Hsipaw e trovo mille ragioni. Chiudo gli occhi e vedo montagne di noodles. Mi immagino come un enorme Doraemon che frontegggia il mostro filamentoso. È una guerra impari. Più cerco di combattere più mi viene in mente quello che ho sempre denigrato nei viaggi lontani da casa. La pasta. La santissima pasta, la pizza con la pummarola in coppa.
Così inizia il digiuno. Riso in bianco, bollito, appiccicoso, servito in bacinelle di plastica. Cerco l’assenza totale di sapore, il neutro. Ogni tanto mi sfiora l’odore del criceto e io lo rimando indietro con boccate stanche di poltiglia bianca. Affronto a digiuno il viaggio della speranza, 16 ore di pulmann che ti fanno rimpiangere la Salerno-Reggio Calabria in agosto. Sosta alle 22 in un baracchino dove tutto è già pronto per i malcapitati che arrivano in pulmann e che hanno solo 30 minuti per mangiare. Le tavole sono già apparecchiate, un coprivivande di plastica azzurro è posato al centro del tavolo di legno. Scoperchiato…eccola lì, bella al centro, la poltiglia marrone, oleosa…criceto fragrance. Quest’affronto mi uccide. Interrompo il digiuno di quasi 24 ore con due cucchiate di riso, poi proseguo nell’autolesionisimo, vado nei bagni pubblici e mi ributto sul pulmann dove l’odore di umanità mi sembra almeno più sopportabile.
Poi ci sono i miracoli. E come spesso accade qui in Birmania, la difficoltà del viaggio ti fa apprezzare le scoperte. Effetto oasi nel deserto. Sono sul lago Inle e la colazione offerta dall’albergo prevede un pancake al miele. Due sapori assolutamente nuovi. A pranzo bevo un lassie alla fragola, minchia che festa! La sera, alle 19, con lo stomaco ristretto ma senza i morsi della fame scorgiamo un bancone di spiedini di fronte ad una griglia per strada. Apriti cielo. Pesce, gamberi, zucchine, patate e broccoli, tutti infiocinati e pronti ad essere semplicemente grigliati. Niente fritto. Sono una donna felice.

Ah, ricordo ancora sensazioni simili in India… dopo 24 giorni di riso e lenticchie (intercalati da un paio di tandoori e onion bhaji), ci buttammo in un ristorante Thai strafico spendendo in una cena la stessa cifra che avevamo speso fino a quel momento dall’inizio del viaggio…