Altan: La bilancia è un segno di merda, basta un niente e si squilibra

Investimenti

Posted: Maggio 10th, 2012 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Investimenti

cambia il ritmo. E cambia decisamente la location. La fatica del viaggio è altamente simbolica. Almeno per me che di fatica spesso non ne ho voluta fare scegliendo la via più facile, quella apparentemente più rassicurante e meno impegnativa. Ma quando ti ritrovi in mezzo alla fatica, e non sto ovviamente parlando della fatica sopportata durante un attraversamento pulmineo, e ne esci con le ossa un po’ rotte ma sicura di aver fatto una Scelta con la S maiuscola, la sensazione che ti pervade è decisamente differente. Forse c’è anche bisogno di viaggiare per capire certe cose, almeno per me. Le darionidi nascono, forse inconsapevolmente con l’idea di percorrere e trascrivere un viaggio tanto geografico quanto interiore. Qualcuno con gli occhialetti e la parcella gonfia dice che ho saltato a piè pari l’adolescenza, il momento del distacco dal nido, il periodo delle scelte che vanno di pari passo con le sperimentazioni. Forse a 33 anni il mio modo di sperimentare passa per il viaggio, per il tempo trascorso separata dal mio mondo, lasciando andare la mente, il corpo, il ragionamento. Sperimenti e trovi la tua via. E in questo i 21 giorni burmensi hanno aggiunto qualcosa in più a quello stupore balinese che avevo ritrovato. E dopo lo stupore, che continuo a voler tenere acceso, si placa l’irrequietezza, si osservano e si ascoltano le cose con un altro spirito, si cambia anche prospettiva.

Quindi, il primo investimento più o meno inconsapevole è stato quello di sperimentare il viaggio, nel senso più lato possibile.

Ma ci sono anche altri investimenti. Più o meno divertenti.

 

Yangoon è lontana 6 ore di autobus standard ( senza aria condizionata e con numero di passeggeri illimitato) dal mare. Sostanzialmente ci sono tre stazioni balneari in Myanmar, approdo di una ben determinata classe sociale, oltre che classica tappa finale dei viaggiatori occidentali. Ngapali, Ngwe Saung e Chaung tha, in ordine di fighetteria, se cosi’ la si può chiamare. Scartata Ngapali un po’ per i soldi un po’ per la difficoltà di raggiungerla, si arriva a Ngwe Sang. Solo mare e palme su una costa di sabbia bianca su cui si affacciano hotel assolutamente lussuosi per i miei standard. Sono bungalow, ma l’aria che si respira, la riverenza dei camerieri in divisa e il the sempre caldo sul tavolino della veranda effettivamente mi mettono quasi a disagio. Sono in una bolla spazio temporale, lontana dalla gente con cui ho condiviso ore di sudore. Immaginavo fosse così ma avevo anche bisogno di chiudere in discesa la vacanza. Il grosso del folklore non lo fanno gli occidentali, sparuti e pallidi sotto gli ombrelloni di palma, ma i locali, doppiamenti eccitati dalla vacanza balneare e dal capodanno imminente. E che locali! Gente ricca di Mandalay o di Yangoon, famiglie numerose con bambini ben vestiti, I-pad, telefonini, collane d’oro e un particolare molto south est asia…il rombante motorino.

Ma dove vai se la motoretta non ce l’hai?

Giovani coppie alla moda con la donnina coi capelli lisci al vento e l’occhiale scuro seduta di lato che sorride e saluta i turisti in maniera delicata mentre il suo boy con l’aria da duro conduce il bolide…sul bagnasciuga…ma sì, chi se ne fotte se siamo in spiaggia e se la natura è così bella e incontaminata, io con la mia motoretta piena di adesivi ( e pochi sono quelli di Aung San Su Kyi, ma va..) sgommo sulla sabbia e faccio avanti e indietro come in una domenica di struscio. “Ehi tu bagnate che  pensi che la spiaggia sia fatta per stare in panciolle e prendere il sole, scostati dalla mia pista” pensò il giovine mentre sempre sorridente alla myanmar way suona ripetutamente il clacson..pittoresco, anche questo è folklore, ora so che esiste anche la riccione burmense.

Non sempre però fila tutto liscio. E a volte rimpiangi l’amato clacson.

Passeggio in serata con una nuova amica ungherese con cui condivido il bungalow. Chiacchieriamo del più e del meno, mi fa sorridere il suo accento tedesco e la pacatezza dei suoi discorsi. Senza alcuna avvisaglia, come nei migliori schetch di Fantozzi mi ritrovo in culo un motorino guidato da una panzona occhialata e catenata d’oro. A volerlo rifare uno schetch così, non verrebbe altrettanto bene. Mi solleva da terra e continua e spingermi per almeno un paio di metri, finchè finalmente la panzona si arresta e scrosta il parafango dalla mia gamba.

Era una strettoia?

La spiaggia è larga almeno 20 metri…

C’era buio?

Erano le 4 del pomeriggio…

C’era molta gente, genere folla intricata entro cui la povera panzona doveva ahimè destreggiarsi per raggiungere l’amato figliolo piangente all’altro capo dell’assembramento umano?

Io e Cristine, due persone di 1.70, sole, in pieno giorno, in 20 metri di spiaggia…

Panzona di merda, lasciati dire “li mortacci tua”. In Italia l’avrei presa a male parole spargendo letame su tutte le generazioni passate e future. Qui tutto è inutile.

Ride, non smette di sorridere mentre io mi accascio a terra e aspetto a guardarmi la gamba per paura di avere sangue che sgorga. Cerco di far sbollire la rabbia e la voglia di saltarle al collo. Ride, sorride e ripete parole in birmano. Manco I’m sorry riesce a dire. E allora affanculo la classe dirigente birmana se il soldo ti ha fatto così rapidamente perdere la gentilezza e la poesia della povera gente. Hai il karma adiposo, ecco tutto. Cristine prende in mano la situazione e in tono deciso ordina di andare a prendere dell’acqua. Mollemente il compagno della panzona si avvia verso un gruppo di poveretti che affittano salvagenti giganti. Non ci vuole un genio per capire che l’acqua non la possono tenere nascosta in frigoriferi sotterranei. Torna sorridendo e mi chiede se voglio andare in ospedale. Gli chiedo dov’è. Mi risponde no, che non lo sa. Sorride.

Ok. Avete vinto voi. Manco mi metto a discutere. Mi alzo, zoppico fino al mare, li saluto e me ne vado.


Salita e Discesa

Posted: Maggio 8th, 2012 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Salita e Discesa

la poesia del lago Inle doveva prima o poi interrompersi. Nel bel mezzo dell’idillio ti spunta in testa il pensiero del trasferimento, le 12 ore di bus che ti aspettano chissà in quali condizioni, a quali temperature, con quali vicini. Troviamo soltanto posti in ultima fila in un bus air-con. Pareggio: gli ultimi posti sono risaputi essere uno schifo ma almeno ci sarà l’aria condizionata. E invece è una vittoria schiacciante per la sfiga (ma va…). I sedili non si possono reclinare, il nostro vicino ha la brillante idea di mangiare semi di girasole per tutta la durata del viaggio buttandoceli addosso con tutta la noncuranza ingenua con cui i birmani abitano e vivono lo “spazio pubblico”. Non si accorge nemmeno di star riducendo il pullman a una gabbia per conigli. Va avanti imperterrito mentre io, ancora schiava della mia contrattura alla schiena, alla quarta ora di viaggio crollo dal male e  mi schianto per terra, nel corridoio centrale, in mezzo a ciabatte, piedi, bucce di arancia e ovviamente semini di girasole. Me ne sbatto. Ormai mi sento immune a tutto. E infatti riesco anche a dormire tra tutti quei piedi che ovviamente alle sbandate del pullman oscillano sopra di me. Piccolo particolare omesso. La temperatura interna al pullman potrebbe aver raggiunto i 5 gradi. Ci stiamo conservando. Non c’è rischio di invecchiare in queste dodici ora di viaggio. I passeggeri starnutiscono, tossiscono, si coprono con qualsiasi cosa ma nessuno che dica niente. La sofferenza fa parte della vita, anche quando a portartela è un banalissimo condizionatore che puoi spegnere con il minimo sforzo. Tutti patiscono e nessuno neanche pensa di dire qualcosa al conducente o al suo assistente, anche loro sofferenti e coperti con asciugamani di fortuna. Ma perché? Su questo dovrei aprire un’enorme parentesi e la carica attuale del pc non me lo permette.

Comunque, alla prima pausa concessa per pisciare tutti allegramente in un campo, mi fiondo sul conducente e forse con un po’ troppa aggressività accumulata dopo il binomio pavimento-semini gli dico di chiudere l’aria condizionata. Un po’ esterrefatto dalla mia richiesta mentre io lo guardo con gli occhi ricolmi di altrettanta perplessità , sorride e dice di si. Il pullman tira un sospiro di sollievo quando la temperatura ritorna a valori umani. E anche io finalmente non tremo più. Pochi minuti di pace con il mondo dei trasporti birmani, anche il mangiatore di semini mi fa quasi tenerezza. Poi, chissà perché, per quale oscuro motivo, riaccende il tutto. E si torna a congelare. C’è grossa comprensione culturale…

 

Yangoon. La stazione dei bus. Una città nella città. Un tripudio di gente ammassata, tavolini con sopra telefoni chissà connessi a quale rete, gasolio, polvere, donne urlanti che sponsorizzano i loro prodotti al sapor di suola di scarpe, masticatori di bethel, produttori di bethel, fiotti rossi di bethel ovunque. E’ un androne infernale, sono le 6.30 della mattina e già la caldazza ti si appiccica addosso. Destinazione “centro” con un pullmanino devastato. Sto arrivando a destinazione, mi piace questo scatafascio, l’entrata nella città, la foschia che sale, riconoscere alcune vie. Il mio e’ un ritorno a Yangoon, dopo le meraviglie del nord. Da qui sono passata appena 15 giorni fa e mi sembra passato tantissimo tempo. La fatica che ho addosso va di pari passo con le migliaia di immagini che mi porto dentro. Un viaggio faticoso è soddisfacente nel corpo e nell’anima. Ma richiede energia e io sento che comincio ad averne sempre meno. Il caldo asfissiante mi porta addirittura a rinchiudermi in un internet caffè. Non c’è altro posto dove posso avere pace. E’ dura. In questo girovagare con la maglietta fradicia mi prendo qualche bestia infettiva, e diversamente non poteva essere. Sono alla fine del viaggio, il livello di attenzione si è ridotto. Qualcosa si è impadronito del mio intestino e mi accompagna in viaggio.

La meraviglia di Yangoon è la Shwedagon Paya. A cui arrivo nel tardo pomeriggio, stremata, arrancante. I templi sono stati le red bull di questo viaggio, le rinascite energetiche. E’ una di quelle aree monumentali su cui il governo si arricchisce, ma non vederla mi sembra troppo una perdita. E infatti. Dall’imbrunire alle prime luci della notte continuo ad aggirarmi tra le piccole e infinite pagode che cingono lo stupa centrale. Un brulicare di persone, un continuo ondeggiare di schiene che si piegano davanti ai Buddha dorati. Mi ubriaco di scintillii d’oro, di profumo di incenso, di candele con le fiamme al vento. Cammino a piedi scalzi, ogni tanto mi fermo, mi siedo, rimango incantata tra l’amaranto dei monaci.


Noodles o non noodles?

Posted: Maggio 2nd, 2012 | Author: | Filed under: solidaria planet | 1 Comment »

 

Oggi è il 5 aprile. Una bilancia è posizionata davanti all’entrata dell’albergo. Curiosità. Ma anche una certezza, che si conferma. Meno 2 Kg. E non e’ merito del riso. La questione è che non mangio. Salto i pasti, scelgo il digiuno. Ma per meglio comprendere la scelta, che poco ha a che fare con un percorso spiritual-buddista, veniamo all’epopea del cibo birmano.

Tutto si svolge come nei copioni più banali. Fase di eccitazione, fasi di accomodamento, stasi, noia, disgusto.

Copione già noto, appunto.

 

Fase di eccitazione

yuuuuuuhuuu, finalmente posso abbuffarmi di verdurine sane, di riso mangiato lentamente con le bacchette, di pollo a bocconcini, il tutto speziato con odori e sapori che solo qui posso assaporare.

I noodles mi sono sempre piaciuti e qui hanno una consistenza che non ha nulla a che vedere con quella a cui anche il mitico jubin mi ha abituato. Qui sembrano tagliatelline. E questa similitudine si addice solo a quei primi giorni perché, come vedremo nella fase della noia o ancor più del disgusto, ben presto il paragone con le Sante Tagliatelle ha del sacrilego.

I piatti sono colorati, c’è il verde del broccolo, la carota, il pomodoro, il tutto adagiato sul noodles avorio. Mi scofano piatti su piatti senza accorgermi che sto preparando il mio stomaco alla fase successiva.

 

Fase di accomodamento

la papilla gustativa non si eccita più. Il recettore è ben presto saturo, la carotina assomiglia sempre di più al noodles broccolato e il pomodoro si scioglie in bocca come acqua. Ma vado avanti, perchè c’è sempre un caldo boia, mi stanco in fretta, il riso si sa n’ora te tene tisu e la fame si ripresenta puntuale dopo un paio di orette dal consumo del pasto. L’unica scarica di neurotrasmettitori sulle vie organolettiche la generano i pezzetti di frutta tagliata che, talvolta, vengono serviti a fine pasto. O l’anguria che si raccatta per strada dai camion che ne trasportano a quintalate. Peccato sia calda. Ma è sempre anguria, rossa e dolce. Il caro noodle è avorio e insapore, quindi ben distante dallo zuccherino.

 

Fase di stasi

e’ rapida, manco te ne accorgi. Ormai mangi come un automa, ingurgiti le poche calorie che un pasto simile può darti. Hai messo in stand by tutta la corteccia cerebrale deputata al piacere del mangiare. Sei un criceto. Nooooooo, non dire quella parola. Ecco ci fiondiamo nella fase della noia e del disgusto.

 

Ricordo ancora quando un bel dì, per la prima volta incrociai la via del sapor di criceto…eravamo a Bagan e dopo aver riso per l’ennessima vaccata in inglese trascritta sul menù ( offrivano qualcosa come baby dead), lasciai a metà il mio rigoglioso e ennesimo piatto di fried noodles (ah certo avevo omesso il simpatico particolare che qui il noodle è rigorosamente fritto e strafritto in chissà quale oglio con il gl per aumentarne la pesantezza) per un retrogusto che, come la madeleine di Proust, mi rimandava alla velocità della luce ad un’immagine, chiara e precisa: la gabbia di un criceto. Qull’odore penetrante, secco, di semini misti a merda e stantio. Ingenua a pensare che si trattasse di cibo parzialmente avariato. Poi capii che si trattava di una spezia, di un intingolo che accompagna ogni pasto e che viene  opportunamente disposto in piattini rotondi al centro della tavola, cosìcche anche se non vuoi favorire, l’aroma ti si sparge intorno. Un breeze al criceto.

A questo simpatico e emozionante trip sensoriale aggiungi la rivolta del tuo stomaco al fritto strafritto… lasciatemi sprofondare nel trash adesso che credo di aver risollevato leggermente la testa… forse è stata colpa delle fave contenute segretamente nel classico noodle, ma io voglio pensare che si tratti invece della rivoluzione giacobina intestinale alla dittatura della cucina birmana. Mi sveglio alle tre e mi trovo di fronte all’ardua scelta: sbatto la testa contro il muro finchè non mi passa il cerchio che mi opprime dalle tempie alle orbite degli occhi, o mi ficco due dita in gola? Occcazzo, occazzissimo non avevo calcolato la fattezza dei vuccì birmani. Trattasi di vater con un residuo abbondante di acqua stagnante, pulita neh, ma sempre stagnante è. Lascio all’immaginazione del lettore il proseguo. Troppo tardi, il vomito indotto è partito. Subirò anche quest’affronto da parte del vater ribelle e mi lancerò diretta nella fase del disgusto.

 

Fase del disgusto

Basta. Ho detto basta. Ci ho provato. Ho fatto anche l’automa, ho ingurgitato sperando di ritrovare nelle carotine quell’ebbrezza dei primi giorni. Ma possibile che io sia già in questa fase dopo solo 10 giorni? Quasi non mi riconosco, poi penso ai pranzi e alle cene da Mr. Food a Hsipaw e trovo mille ragioni. Chiudo gli occhi e vedo montagne di noodles. Mi immagino come un enorme Doraemon che frontegggia il mostro filamentoso. È una guerra impari. Più cerco di combattere più mi viene in mente quello che ho sempre denigrato nei viaggi lontani da casa. La pasta. La santissima pasta, la pizza con la pummarola in coppa.

Così inizia il digiuno. Riso in bianco, bollito, appiccicoso, servito in bacinelle di plastica. Cerco l’assenza totale di sapore, il neutro. Ogni tanto mi sfiora l’odore del criceto e io lo rimando indietro con boccate stanche di poltiglia bianca. Affronto a digiuno il viaggio della speranza, 16 ore di pulmann che ti fanno rimpiangere la Salerno-Reggio Calabria in agosto. Sosta alle 22 in un baracchino dove tutto è già pronto per i malcapitati che arrivano in pulmann e che hanno solo 30 minuti per mangiare. Le tavole sono già apparecchiate, un coprivivande di plastica azzurro è posato al centro del tavolo di legno. Scoperchiato…eccola lì, bella al centro, la poltiglia marrone, oleosa…criceto fragrance. Quest’affronto mi uccide. Interrompo il digiuno di quasi 24 ore con due cucchiate di riso, poi proseguo nell’autolesionisimo, vado nei bagni pubblici e mi ributto sul pulmann dove l’odore di umanità mi sembra almeno più sopportabile.

 

 

Poi ci sono i miracoli. E come spesso accade qui in Birmania, la difficoltà del viaggio ti fa apprezzare le scoperte. Effetto oasi nel deserto. Sono sul lago Inle e la colazione offerta dall’albergo prevede un pancake al miele. Due sapori assolutamente nuovi. A pranzo bevo un lassie alla fragola, minchia che festa! La sera, alle 19, con lo stomaco ristretto ma senza i morsi della fame scorgiamo un bancone di spiedini di fronte ad una griglia per strada. Apriti cielo. Pesce, gamberi, zucchine, patate e broccoli, tutti infiocinati e pronti ad essere semplicemente grigliati. Niente fritto. Sono una donna felice.