minestrone e formaggio
Posted: Febbraio 27th, 2012 | Author: d'aria | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su minestrone e formaggio
Nei momenti di consapevolezza (e la parola va pronunziata con il giusto tempo per farne assaporare la pesantezza e il complesso percorso di acquisizione) si capiscono molte cose.
Si capisce che abbiamo un sacco di carenze, un sacco di necessità, in sostanza un sacco di problemi. Divago volentieri sul “un sacco di problemi” perché la giornata del 27 febbraio è stata ricca di incontri e scoperte umane.
Cristo si è fermato poco prima del centro Sarca
Federico è un alcolista. C’è davvero poca ironia da fare perché in quell’ambulatorio, di gente profondamente disagiata e seriamente ai confini della società se ne vede eccome. E per me è abbastanza una novità, almeno a questi livelli. L’hinterland è pesante. Mi mette in crisi continuamente. E meno male. Perché ho la netta percezione di non essere mai sufficientemente adeguata. E infatti non lo sono, non posso pretendere di esserlo. Federico sbiascica, si regge a fatica in piedi ma appena si accorge che lo sto giudicando, diventa una bestia violenta. Io non lo so che vita ha avuto, io non sono nella posizione per dirgli che deve smettere di bere. Mi esce un “come ti sei conciato”. La parola conciato gli accende una luce negli occhi che mi fa paura. Per fortuna ci sono persone come Federico che ti spiattellano in faccia il fatto che anche se sei medico, non sei onnipotente, che lui non lo cambierai mai perché beve da quando ha 14 anni e che non puoi fargli la lezioncina. Federico scoppia a piangere dicendomi che se avesse una bella ragazza al suo fianco la smetterebbe di bere. So che non è vero. Ma capisco un po’ di più da dove gli viene quest’accanimento contro se stesso. Mi parla di una ragazza che aveva quando era adolescente. E si commuove mentre mi racconta di quanto era bella. Si certo, da ubriachi si piange spesso. Ma c’era qualcosa di più. Un’angoscia profonda che mi può soltanto sfiorare. Posso solo ascoltare. E stare muta.
Le maledette abitudini
La sala d’aspetto di uno studio condiviso di psicologi è un minestrone umano di una sapidità inesauribile. Soprattutto per chi fin dall’infanzia è abituata (sì lo ammetto per la profonda solitudine in cui versavo) ad ascoltare almeno 3 conversazioni differenti e ad osservare attentamente i prototipi umani circostanti (immaginate una bambinetta dall’aria castorina, per via dei dentoni davanti, che seduta in maniera educata al tavolo, come mamma e papà suo le avevano insegnato, cercava di combattere la noia mortale che la prendeva guardando gli altri bambini/famiglie. Occhi sbarrati. Orecchie protese. Sottotesto: portatemi via, mi sono rotta i coglioni di fare la brava!!!!)
Tre specialisti.
La mia è intoccabile. Solo io posso, solo quando decido io, darle della bastarda ma in altre giornate, tipo questa, guai a chi me la tocca.
Lo psicologo amico. Quello che mi chiama “collega” perché molto inopportunamente mi ha chiesto che lavoro faccio e dove lavoro. Quello che mi regala sempre il suo giornale anche se io in quei 5 minuti di attesa vorrei anche farmi un po’ gli affari miei prima di calarmi le braghe e raccontarli a quella là. Quello che mi parla della sua sedia di Le Courboisier e di quanto l’ha pagata. Dandomi ovviamnete del tu. Quasi quasi cambio studio, vado da lui e a fine seduta gli do una pacca sulla spalla corredata da un “bella zio, a posto così allora, grazie”. Simpatia 7—, livello di assurdità 8
Lo psicologo turbato. La somiglianza alla fotografia di Freud che campeggia a fianco del suo studio è già esilarante di per sé. Oltretutto Freud aveva un taglio di capelli/non capelli onorevole e adeguato. Questo ha un caschetto alla Kurt Cobain (+frangetta…allora forse la Carrà gli si avvicina di più) che stona un pochino con la sua professione. Il suo appalesarsi con la camminata lenta e l’andatura un po’ da bradipo in completo cachi indipendentemente dalla stagione stimola inconsultamente il diaframma che vorrebbe liberarsi nella produzione di una risata fragorosa. Il suo immancabile distogliere lo sguardo e rifiutarmi il saluto (anche dopo il mio cordiale buonasera) lo rende un personaggio da fumetto. Ora che mi sembra di aver superato la fase di disperazioneangosciacolite, mentre salgo le scale già rido sotto ai baffi pensando all’incontro umano che mi si sta per rappresentare. Dentro di me spero sempre di incontrare lo psicologo turbato, perché ogni volta mi chiedo quale rocambolesco modo troverà per non rivolgermi la parola. Fingerà una crisi epilettica? Lentamente girerà le spalle rispondendo al telefono? Si stringerà i pantaloni come per un’orinazione impellente? Ma cazzo sono io che sto venendo dallo psicologo, tu la tua analisi dovresti averla già conclusa!!Simpatia 3, livello di assurdità 10 cum laude
I pazienti .Diciamo che la sola idea che qualcuno da fuori possa ascoltare quello che dico così come faccio io ( e ben tre sedute contemporaneamente) mi fa inorridire.
“scusi signorina Pocaterra ma perché bisbiglia? “
“ eh, lo so io, lo so io. Cazzo c’avete dei muri di cartone!”
Frutto di anni, di rapporti, di meccanismi calcarei solidificati con il tempo, i bisogni io me li immagino come dei buchi nella nostra personalità, nel nostro Io. Ci sono due vie per colmarli.
Cercare facilmente di riempirli a partire dal mondo che ci circonda
Cercare di capire la loro origine e scoprire all’improvviso che niente di esterno sarà mai all’altezza delle nostre aspettative. Il rischio è quello di restare come degli emmenthal insoddisfatti.
