Altan: La bilancia è un segno di merda, basta un niente e si squilibra

Gotama

Posted: Ottobre 24th, 2011 | Author: | Filed under: mitologia | 1 Comment »

 

Preambolo: esci (ah, ne sei uscita? vabè questa è un altra storia…) dallo storione della tua vita, in un certo senso tranci un rapporto che fatichi a portare avanti perchè di fatica non ne vuoi sapere, di scavare manco…esci, ti guardi intorno e prendi il primo che ti capita a tiro. Mamma mia come ti ci applichi (aaaah, ma qui stiamo aprendo parentesi su parentesi, poi chi legge come fa a capire…), usti come ti lanci alla cieca. Vola vola vola l’ape maia…tre mesi e si esaurisce la poesia. Con il biglietto del traghetto ora puoi farci un aereoplanino…Insomma, ti fai scaricare dal diversivo e decidi di partire per la prima volta da sola. E così nacquero le darionidi, primo viaggio in solitaria forzata. E’ così, miracolosamente, come la Venere del Botticelli, nacque dalla schiuma del mare delle Baleari -suono di trombe- G O T A M A. E benedetto sia il Signore.

Dio mio che sguardo impaurito e sprovveduto che ho nel primo autoscatto della vacanza, seduta sulla poltroncina della nave, le cuffiette e lo sguardo autistico che trasuda ansia. Della serie ” e mò che ci faccio qui una settimana”. Te lo dico io cosa ci fai…

Ci metti tre giorni, e forse ce ne avresti messi di più, ad adattarti al ritmo del viaggio in solitaria. Inizi a scrivere le darionidi, quasi compulsivamente, un pò per raccogliere e fissare tutte le emozioni contrastanti che si susseguivano, un pò per focalizzare l’attenzione su qualcosa di concreto. E poi?

Poi ti lasci andare. Però esageri. Ti lanci in un topless nella spiaggia all’altro capo dell’isola. Ti fai abbordare in tre secondi netti e in altrettanti tre secondi netti sei al chiriguito (con il pareo) con un mojito in mano e tre tizi che ti offrono da bere. Un ciccione, un mezzo indios e uno dalle fattezze nordeuropee. Bel mix. Vai con il secondo mojito. UUUUH che bello, ci sono anche delle ragazze argentine (what a presagio!!). Altro giro.  Finisce che accetto di recarmi con il trio mix l’indomani, sulla loro barca, da sola, in mezzo al mare. Sono una galla, ho pensato. Sei un’idiota, invece.

Ma anche dopo aver smaltito l’alcol con un rientro notturno in bicicletta per una ventina di km, non ho cambiato idea. Neanche la mattina dopo. Sì, sono andata al porto, ho addirittura raggiunto la barca. Che fortunatamente era vuota. Non soddisfatta da questo tentativo divino di salvarmi dallo stupro collettivo con successivo occultamento del cadavere in mare aperto, ho lasciato pure un biglietto dicendo che non li avevo trovati e che sarei tornata più tardi. Della serie “ehi aspettatemi, ragazzi, sono il vostro bocconcino!”.

Dio vuole che mi allontani dalla barca. Uppalà, ci sono delle bancarelle. Facciamo allora la disinvolta mentre aspettiamo che tornino i miei potenziali aguzzini. E lì, tra una camicetta a fiori e un pantalone thailandese, scorgo quello che diventerà in poco meno di 24 ore (eh sì, sono un pò all’antica…) G O T A M A. Finisce il preambolo e inizia la mitologia.

Si chiacchiera, si ride e gli compro pure una camicetta. Chiedo di sedermi e gli chiedo l’accendino. Non fuma. Iniziamo a parlare dell’Argentina, suo paese d’origine. Mi mostra foto e dalla quantità di stagioni che si susseguono comincio a chiedermi “ma quanto cazzo viaggia sto qua??”. E infatti è così.  Cinque mesi di bancarella e il resto dell’anno in giro per il mondo, preferibilmente oriente. Mica male sto Pablo. Decido di rinviare lo stupro collettivo e comunico a Pablo il mio intento di spiaggiarmi prima possibile. Mi offre l’ombrellone. Un dono estremamente fallico ma gradito. Anche perchè se me lo presti, vorrà dire che te le devo riportare indietro stasera…

La sera, prima di riportare “l’ombrellone”, mi vesto BENE,  scegliendo TUTTO con criterio, anche, devo ammetterlo, il colore delle mutande. Piccola postilla: ricevo contemporaneamente due approcci telefonici dagli esseri mitologici che mi stavano rallegrando l’estate facendomi perdere 6 kg in 30 giorni. Carini loro, che tempismo adorabile. Mando giù e imbraccio l’ombrellone.

Alla bancarella lui è lì, che ancora sistema. Sorride. E io mi sciolgo. Mi invita a cena. Liquidata la seconda tazza di vino, si offre per portarmi a casa

D: Ma abito proprio lì..

G: Dai ho parcheggiato qui..

(lo sguardo si sposta su un furgone. Questo vuole portarmi a casa con il furgone. O meglio. Vuole farmi salire sul furgone solo per attraversare la strada. Ci deve essere un sottotesto…)

Tra un “lì” e un “qui” esordiscono sul panorama mondiale dell’approccio le celeberrime 3 MOSSE DI GOTAMA

1- bacio

2- mano destra: apertura portone furgone

3- mano sinistra (già stretta attorno alla mia vita): lancio della preda dentro il furgone. Questo implica che la mossa 1 e 2 si debbano svolgere contemporaneamente, onde evitare inutili perdite di tempo e di elegante sincronismo.

Io avrei voluto fargli un applauso ma ero già planata su un materasso adibito per ogni occorrenza. Il telo era ghepardato. E ho detto tutto.

L’indomani il mio romanticismo si sgretola immediatamente non appena, al rientro dalla spiaggia, vedo che hanno smantellato tutte le bancarelle. Vabè, è andata così. Puff.

Ma a volte ritornano. E rischia che non ti diano tregua per tre giorni. E benedetto sia il Signore bis.

Il Gotama si riproduce preferenzialmente in ambiente bucolico, alla guisa del fauno. Spudorato, assolutamente non convenzionale, se ne impippa allegramente delle consuetudini morali e ricerca il binomio natura-istinto, con grande gaudio della compagna. Sta giustappunto alla compagna il compito di sapersi adeguare alle regole caldeggiate dal fauno, dimenticando le ammonizioni materne e incamminandosi verso una nuova frontiera della conoscenza. Senza questa sorta di patto il fauno non si intrippa e la compagna rimane nell’imbarazzo. Presumo. Qui si è scelto di intraprendere senza esitazioni il grande cammino del Gotama.

Gotama ha una passione per le superfici rigide. Cazzi tuoi se hai le ossa sporgenti.

Gotama cucina da Dio (assiomatico). E non ha paura di fare il galante.

Gotama ti insegna a respirare. E lo fa nei momenti meno convenzionali ridicolizzando in un secondo Mina e e il suo “l’importante è finire”.

Gotama fa yoga. Avvistarlo la mattina fuori dalla tenda in un campo di papaveri, munito solo di un candido pantalone thailandese, è uno spettacolo della natura.

Gotama c’è.  Semplicemente. Senza giri di parole e senza ragionamenti inutili.  Questo, al di là dei racconti mitologici è la vera forza di Pablito.  Tutto si semplifica.  E tutto diventa più vero.

Il Pablito io me lo sono “curato” per qualche mese dopo il primo stravolgente incontro.  Mai ho pensato che tra di noi si potesse creare una relazione convenzionale e non soltanto per la distanza. Ma anche per una incompatibilità apparente di intenti. Lui viaggiatore, zingaro. Io nel marasma di una separazione con tutte le mie dipendenze dalle relazioni. Ma me lo sono curato perchè quella semplicità d’azione mi affascinava e avrei tanto voluto farla mia. Imparare. Scoprire uno sguardo nuovo, sganciarmi da quello che si deve fare e affrontare invece quello che capita, con quello stupore infantile che oggi, ottobre 2011, sto ricercando in tutto e per tutto.  E sì, me lo sono curato anche per “quello”, mica sono scema.

Un messaggio qui, una mail di là, i rapporti non sono difficili da mantenere perché basati sulla sincerità di quell’incontro. Ci si è piaciuti. Non c’è dubbio. E nessuna tristezza e angoscia si è mai insinuata nei nostri discorsi. In questo clima idilliaco ci si scambiava virtualmente opinioni sulle rispettive vite. Senza approfondire, certo. Ma senza neanche parlare a vanvera.

Semplicemente gli ripropongo di vederci di nuovo. Dopo 8 mesi. E semplicemente lui c’è. Si organizza lui e mi organizzo magistralmente io, lo ammetto, sospinta da un entusiasmo impareggiabile.

E qui, a posteriori, la mia sottile vendetta sull’antigotama.

Apro una parentesi. L’antigotama è il cerebrale per eccellenza, quello che piuttosto che una pippa si spara un ragionamento contorto esistenziale. L’antigotama era entrato in collisione con la mia orbita alla fine di aprile. Eravamo a maggio. L’antigotama che gli piaci, ma forse no, o forse sì, ma chissà possiamo dormire insieme, però non si tromba, perché mi piaci troppo, o forse non mi piaci, ma non te lo dico, anzi ti dico che mi piaci, uuuuh come mi piaci, sai io prima trombavo a tutto spiano con chiunque mi capitasse a tiro ma con te è diverso, non ti trombo apposta, ma vorrei, però non te lo mollo, facciamo passare un altro mese dai che vedo che ti stai divertendo parecchio, sì mi sei un tantino smagrita e ti vedo con l’espressione un po’ tesa ma dai che mi resisti un altro paio di mesetti su! Ma dirmi che non ne vuoi mezza no?????? Chiudo la parentesi. E non in senso figurato.

La sottile, mica tanto sottile, vendetta consiste nel acconsentire che l’antigotama mi raggiunga in vacanza. Diabolico ( e lungimirante) Darione che si organizza la luna di miele con il Pablito con un incastro perfetto che gli concede ovviamente il diritto assoluto di precedenza. Perché a Gotama mai avrei rinunciato. Perché mi faccio prendere per il culo per un mese ma un minimo di orgoglio l’ho mantenuto. Perché se ci avessi rinunciato (in nome di cosa? Coerenza? Spirito di sacrificio?) mi sarei data della cogliona a vita.

E così prendo l’aereo da Maiorca per arrivare a Barcellona. Dove affitto una macchina. E attraverso Barcellona, la tangenziale, pensando che è meraviglioso lasciarsi andare all’istinto e fare quello che si ha voglia di fare. L’incontro con Pablo sorridente mi fa sentire nel posto giusto al momento giusto.

Ah, andiamo a casa dei tuoi? Molto bene.

Ah, dormiamo (dormiamo?) nella stanza di tua sorella? Ottimale direi…

Ingenua tu che credi che la situazione possa condizionare Gotama. Ringrazia che non ti ha proposto di appenderti al davanzale del balcone di casa perché sai benissimo che lo avresti fatto…

Si parte alla scoperta della Catalunya. E parlando, passando ore insieme, viaggiando, scopro di nuovo Pablo e la sua visione del mondo. Un briciolo della sua vita in Argentina, le sue passioni, il suo essere solitario, Aqua de beber canticchiata alla chitarra sotto il vulcano e Frank Zappa. Il campo di grano. Magia.

La magia sta nel fatto che ancora una volta al momento della separazione la tristezza o la malinconia non si affacciano nemmeno per un momento. E’ bello così, in fondo ci siamo trovati, nel nostro modo di relazionarci. E ci piace. Senza pensieri aggiunti.

[e l’antigotama che mi chiede come mi sono fatta quei segni…

e quella risposta ingenua…

“in un campo di grano…”]


Talking Head(s)

Posted: Ottobre 23rd, 2011 | Author: | Filed under: squilibri | 1 Comment »

 

Sono pronta. C’è chi dice “addà passà a nuttata” o più semplicemente “ne deve passare  d’acqua sotto i ponti”. Nel mio caso il viaggio ha reso tutto più semplice, e forse da un lato ha reso le cose più dinamiche, ha sospinto i pensieri ormai arenati nella melma, dove si crogiolavano, come maiali nel fango. Con l’unica e sostanziale differenza che i miei pensieri non si sollazzavano nella melma come gli animaletti rosa, ma piuttosto ci sguazzavano in nome di una sorta di sadico piacere.

Trovo uno sguardo diverso. Ancora esito nel convincermi che questo è il mio nuovo sguardo. Ho paura che non duri, ho paura di tornare nella trincea con il mio elmetto in testa e il fucile imbracciato guardando a destra e a sinistra, sparando un colpo qua e là, trovando alleati temporanei sulla strada, senza sapere veramente dove andare. E nel dubbio, fermarsi, in mezzo alla melma e ai colpi di pistola miei e altrui.

L’immagine che ho adesso davanti agli occhi è quella di un bambino (non una bambina, ma qua c’è il fottutissimo problema dell’imprinting) di spalle. Fa parte di un fumetto, i disegni sono minuziosi e onirici come in uno scorcio di Miyazaki. E’ di spalle, in canottiera e pantaloncini bianchi e ha i capelli corti. Sembra fermo, l’istante esatto prima di iniziare a fare il primo passo. Una placida tensione che si traduce immediatamente in tensione emotiva. Davanti a sé l’orizzonte confuso con il cielo . Sì, il confine del mondo che gli si svela davanti non è definito. Ma è verde, è una distesa di verde, ravvivata da cespugli o alberi che ne interrompono la serena monotonia.

Un mondo. Aperto. Dove sta per entrare.

Dietro di se, invisibile allo spettatore odierno, c’è una porta che ancora non ha chiuso, forse non la chiuderà neanche mai, non ce n’è bisogno, o al contrario, sempre per il principio del contrasto, è necessario che rimanga aperta. Resta invisibile e volutamente all’oscuro, tutto quello che si cela prima di quella benedetta porta.

[ l’immagine è stata trovata a posteriori. Semplicemente digitando Miyazaki su google]

L’affettività

Studiare lo sviluppo affettivo significa analizzare il tipo di rapporti che il soggetto instaura con l’ambiente e le caratteristiche individuali, evidenziando i fattori che influenzano l’evoluzione.

Aspetti di ordine ambientale che condizionano la qualità delle relazioni affettive possono essere:

– il comportamento dei genitori, in modo specifico quello della madre nei primi anni di vita;

– l’atteggiamento di accettazione o di rifiuto dell’ambiente;

– la possibilità di sperimentare esperienze sociali positive.

Daria ha una relazione complicata con la propria affettività. E’ ufficiale. E’ incontrovertibile. Provate a smontarmi e non ci riuscirete.

Troppo facile sarebbe ironizzare sui tre citati aspetti, anche se esilarante. Dico solo questa: sulla “possibilità di sperimentare esperienze sociali positive” ho senza volere (anche se quel bastardo del Sig. Inconscio già ride sotto i baffi mentre tieni i fili che mi gestiscono come una marionetta) allestito la sezione “mitologia”, fa  un po’ te…

Affrontare seriamente gli altri due punti si fa soltanto da sdraiati con una vocina che ti parla da dietro.

Quindi passiamo agli effetti piuttosto che alle cause.  E preciso : ste cazzo di cause…

Ci sono blocchi e bulimiche espressioni di affettività. E quando la faccenda si fa così antitetica c’è qualcosa che stride in sottofondo. Eccome se stride. La ricerca sconclusionata e vorace del contatto fisico e la rigida risposta distaccata all’abbraccio materno possono albergare nella stessa persona? Se e solo se la persona in oggetto ha un’ affettività conflittuale. Lo stridore viene da lì. Da una rotella che cerca di girare ma si intoppa ad ogni rotazione e sprizza scintille ovunque, in tutte le direzioni.

 

 


Cristo, un precedente scomodo

Posted: Ottobre 19th, 2011 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su Cristo, un precedente scomodo

E’ colpa sua. Ero già nervosa. Lei era pure in ritardo e io avevo mille sbattimenti tutti incastrati alla perfezione nella mia testa bacata grazie al mio SuperIo con gli occhialetti da professore e il grembiulino della brava massaia. E provavo dolore. Dolore fisico. Ma non mi dilungherò sul dolore fisico, perchè c’è, sta lì e mi logora. Fanculo.

Ma non potevamo continuare a parlare delle relazioni con l’altro sesso? Quante scenette divertenti, quanta ironia, quanta gratificante sofferenza (la massaia occhialuta ammicca con lo sguardo, maledetta!)…no, lei vuole scavare e io le vado dietro perchè comunque lo sappiamo entrambe che il nucleo sta lì. Un nucleo brulicante di sensazioni contrastanti, un magma urente che sprizza scintille impalpabili e ustionanti allo stesso tempo. e va beeeeeeene, approcciamoci all’argomento del C O R D O N E O M B E L I C A L E…

Ho urgenza di essere dissacrante, per portare il tutto su una dimensione più ironica e leggera. Per la pesantezza c’è tempo e ci spenderemo altri soldi, ma non ora.

Quindi, coroniamo la giornata con la sequenza di sfighe che il mio trentatreesimo compleanno ha inaugurato. Cristo. Che precedente scomodo.

in primis…Gotama si è fidanzato.

Donne, raccogliamoci in almeno un minuto di silenzio.

E me lo ha scritto. Insieme a tante cose belle. Insieme ad una agghiacciante scelta grammaticale: il tempo passato. Genere: è stato bello conoscerti. Gotama sta chiudendo la parentesi, dichiarando il suo nuovo status…e adesso dove mi insinuo io?

e telegraficamente riporto

l’ennesimo portafoglio rubato

un clamoroso pacco che per carità, siamo amici, e sei pure l’amico dell’uomo frigorifero oltremodo detto pervinca perculo perwerther quello che manco se gliela offri su un piatto d’argento ti fa la carità (mi sto scaldando, forse è finalmente giunto il momento di inserire il soggetto nella categoria mitologia con il nomignolo di frigidaire), e sei pure l’ex special friend della mia amica, ma perchè poi volevi uscire con me e soprattutto perchè mi hai dato pacco all’ultimo secondo?proprio oggi che gotama si è fidanzato?

Tutto qui? Sì tutto qui…infatti la vera tragedia è Gotama, non c’è niente da aggiungere.  Nel momento in cui lo scrivo sento una vocina che dice “ma cosa te ne frega? Mica ci contavi su di lui, non faceva parte della tua vita, era un simpatico aneddoto con cui ridere con le amiche”. Ma fatti un pò i cazzi tuoi, si chiama fantasia, via di fuga, evasione… io vado a raccogliermi nel mio dolore

 


la gabbia e l’ingranaggio

Posted: Ottobre 10th, 2011 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su la gabbia e l’ingranaggio

 

 

Ci sono mille vite possibili, la possibilità di reinventarsi tende all’infinito. Rendersene conto è per me una vera scoperta.

E aggiungo. Una scoperta infantile.

Delle chiacchierate in casa Rosseti a Legian mi porto dentro le infinte suggestioni letterarie e i pensieri di chi ha vissuto più di me e in maniera totalmente diversa. Ritrovo uno dei libri che bene mi ero annotata nella mente  con l’intento di leggerlo sdraiata sul divano.

E leggo.

Anche se in tutti è sepolto il gran tesoro dell’infanzia, esso si trova a irraggiungibili profondità. strati su strati, discorsi e formulette lo ricoprono e, induriti dal tempo, diventano le difese invalicabili dell’ordine sociale. Sicchè si sta su una piatta terra che si stende fino all’orizzonte, una distesa di noia e sconforto. Quasi nessuno sa applicarsi, con l’assidua ed estenueante fatica che sarebbe necessaria, a scavare e ritrovare il tesoro nascosto;quasi tutti passano la vita intera vedendo d’attorno null’altro che un suolo miserando e inerte: la vita quotidiana, strumentale, irretita nelle categorie note, recintata in ogni minimo aspetto.

Due cose: le difese invalicabili e la vita strumentale. Nel primo caso, la sensazione è quella della gabbia. Nel secondo dell’ingranaggio.

La gabbia nasce come una protezione, una superstruttura che ti permette di dare un confine, di tracciare una riga, di unire i puntini alla ricerca di un disegno. L’assenza di disegno fa paura. La fatalità è disarmante. Sapere che potrai rimanere da solo tutta la vita o che al contrario troverai la persona giusta con cui accompagnarti è frutto della più spaventosa casualità.  E non è solo questione di relazioni. Ma la gabbia è anche invalicabile, e in questo diventa uno strumento di offesa e non di difesa. La gabbia ti si ritorce contro celandosi dietro l’aspetto confortevole di una copertina di Linus. Quante scorie puoi produrre in una gabbia? Quanta energia spenderai per smaltirle? Queste scorie le avresti prodotte in un altro contesto? Intendiamoci. E’forse impossibile prescindere dal contesto, siamo immersi in una realtà che ci condiziona a meno di restare in uno stato onirico persistente, appunto fuori dalla realtà . La questione secondo me si sviscera meglio considerando l’ingranaggio.

Io mi sento parte di un ingranaggio. Sono una piccola rotella all’interno di un motore che ha cominciato  a girare prima di me e con il quale ho iniziato una sorta di patto meccanico. Procede bene il motore con la sua nuova rotellina, e la rotellina si compiace di questo organico movimento. Ma la rotellina voleva proprio far parte di quel motore? O ha trovato la propria ragione d’esistenza nel credere di essere una parte di un ingranaggio che, in fondo, non ha neanche scelto?

Linee, incastri, disegni…può essere molto bello, non necessariamente si tratta di noia e vita piatta. Semplicemente si fa parte di un dipinto dove abbiamo avuto la fortuna/sfortuna, a seconda dei casi, di essere piazzati, magari in primo piano o addirittura sullo sfondo.

Mi piacerebbe scegliere il dipinto di cui fare parte e non consumarmi alla ricerca della necessaria armonia in quello in cui mi sono trovata.

Vado avanti a leggere

Lavorati a puntino sono gli uomini da un’educazione avvilente, ronzano loro costantemente i ricatti degli affetti e dei doveri. Eppure qualcuno fa eccezione, rarissimo, isolato nell’interiorità, sa affondare fino alle sue iniziali memorie, rivive quei lembi remoti e annebbiati, talvolta ne ricontempla lo splendore. Nel momento più distante cui la sua memoria si spinga, costui si ravvolge come in un bozzolo d’oro donde proietta i delicati filamenti dell’attenzione a cogliere realtà che le parole ancora non sono riuscite a alterare, ordinare, ripartire, giudicare. Ma “cogliere” non è un verbo proprio. E’ piuttosto come se costui dalle realtà si staccasse appena appena: si avverte sì distinto, eppure ancora intriso, pervaso, rapito. In un attimo trasognato e sospeso rivive l’infanzia. Qualcosa ne ridonda dei grandi entusiasmi, negli amori e nelle stupefazioni.

La rotellina dimentica troppo spesso cosa significhi sentirsi intrisi, pervasi, rapiti, come nel giocare con la schiuma delle onde.

[Lo stupore infantile, Elémire Zolla]


CROSTATINA: una croccante e gustosa pastafrolla ricoperta di cianuro

Posted: Ottobre 9th, 2011 | Author: | Filed under: mitologia | Commenti disabilitati su CROSTATINA: una croccante e gustosa pastafrolla ricoperta di cianuro

Piccola postilla su “Crostatina”? e piccola postilla sia.

Crostatina è colui che irrompe nella tua quotidianità, ti prende per mano, tu magari fai anche la ritrosa un po’ per menartela, un po’ perché non hai il tempo di capire cosa stia succedendo, e una volta che ti ha preso per mano ti conduce senza troppi fronzoli, con semplicità in una vera vita di coppia. La vita di coppia che, roba da matti, CI SI VEDE QUASI TUTTI I GIORNI…la vita di coppia con le carinerie melense che a riguardarle non sai se ridere o se assumere un’espressione schifita pensando al dopo. Insomma ti infarina come un panzerotto e nel momento esatto in cui tu prendi il largo e ti lasci andare con un po’ più di sicurezza, proprio nel momento in cui ti stai dando delle bonarie e soddisfatte pacchette sulle spalle (“vai Darione che puoi rilassarti un attimo) eccolo lì nel suo splendore…

Tutti sanno chi è crostatina, tutti nella vita hanno conosciuto un crostatina, tutti hanno avuto il piacere di svegliarsi una mattina e vedere la propria faccia trasformarsi in un immenso punto interrogativo. Tutti hanno visto aprirsi un cratere tra il letto e il comodino, proprio lì di fianco alla libreria, nella tua stanza singola da universitaria che avevi allestito con uno stile a metà tra il bordello olandese e il loft newyorkese per ampliare il raggio di azione sull’esercito maschile. Tutti hanno avuto un momento di incredulità di fronte al dottor Jekyll e Mr hyde, tutti. Forse preferibilmente, ahimè, donne. Io me le vedo tutte, questi puntini interrogativi con le loro gonnelle tirate sopra il ginocchio, opportunatamente depilate per il sig. Crostatina. E mi vedo chiaramente Crostatina che una mattina, dopo l’amore, si sveglia e ti dice qualcosa, non importa nel dettaglio cosa, ma nella tua testa ti sta dicendo “ieri volevo aprire un allevamento felice di figli con te e portarti nel mio castello incantanto, oggi conti meno del pollo in offerta all’esselunga. Pertanto, gentile sciacquetta che addobbi camera tua facendomi credere che sai essere santa-puttana e intellettuale allo stesso tempo, agevolati fuori dai coglioni…sì, anche se questa è casa tua, questo è il tuo letto e questa è la stracazzo di crostatina al cioccolato che mi hai portato a letto insieme al caffè per svegliarmi dopo che ti ho trombata- PAUSA COMICA– male”.

Cosa impari da Crostatina?

Mah…a distanza di circa 10 anni dall’esilarante mattina in cui il mio coinquilino vedendo i miei occhi da bamby sperduto davanti alla fuga silenziosa del beneamato mi ha spietatamente preso per il culo spiattellandomi tutta la cruda verità di quel momento…insomma , a distanza di 10 anni o più, vedendo i personaggi mitologici che a lui sono susseguiti…insomma…direi proprio una cippa. Da Crostatina non ho imparato una cippa. E questa è la cruda verità che riponiamo religiosamente accanto a “A Da’, ti voleva portare a letto. tu gli hai portato le crostatine! un uomo la mattina non lo devi svegliare così…”.

Sarà una stronzata, ma io le crostatine non le ho comprate più…