Altan: La bilancia è un segno di merda, basta un niente e si squilibra

Second week: 1-2-3- CIAK SI GIRA

Posted: Settembre 30th, 2011 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Second week: 1-2-3- CIAK SI GIRA

 

Il tempo che si dilata lascia trascorrere le cose, che prendono respiro. E io le ho lasciate risuonare. Dopo due settimane sento un tranquillo distacco, scandito da un ritmo che non mi appartiene ma che mi governa lasciandomi soddisfatta. Mi accorgo di cercare ancora di dominare la giornata, tentando una sorta di programma giornaliero che ogni volta viene piacevolmente alterato dagli eventi.

Quindi solo flash, perchè il ritmo del racconto si è disperso sul vulcano quando il programma è stato stravolto.

La salita alle 4 della mattina dopo una notte insonne forse per l’emozione, forse per tutto quello che mi sono bevuta con Johnny e Turut parlando dell’importanza della sanità pubblica ( ma io davvero non so come si possa ficcarsi in discorsi del genere…ore e ore… bevendo Arak ), cantando Tracy Chapman e ovviamente il grande Bob che anche qui rimane un evergreen.

La fatica di notte, il buio e le lucette degli altri escursionisti come fosse Natale.

 

La mia guida che voleva vincere il premio Capretto d’oro e convinto che avessi 20 anni mi faceva superare tutti. Io ovviamente, per un sadico piacere nel faticare, alle domanda “are you tired” trattenevo il fiato per nascondere l’affanno e pronunziavo un serenerrimo “no no”.

 

L’arrivo alla cima insieme al sole. Il latte caldo con il vento freddo che soffia. Le uova e le banane cucinate dalle bocche di vapore del vulcano. Il sorriso di Gede quando gli chiedo di fare una foto insieme e il piacere di incontrare altri montanari che si emozionano come bambini davanti a questo spettacolo. Che non si descrive, ma non per tirarsela, ma perchè non ne sono capace.

Il verde mai visto delle risaie di Sideman e tutta la strada in moto che ho fatto, con le chiappe dolenti, le spalle bruciate e il sorriso pronto per chiedere informazioni ai meccanici sulla strada da percorrere. Ferma ogni 10 minuti per fare foto. Risultato: almeno 3-4 ore di marcia (l’assenza di orologio non aiuta). Risultato infausto bis: per qualche arcano motivo la mitica nikon mi cancella con assoluta casualità le foto che faccio. Sidemen mi sa che ce la siamo persa.

La Parigi-Dakar. Da Sidemen a Padangbay. Un lavoro in corso continuo. Hati Hati (piano piano). E dai con i camion che sgommano su cumuli di sabbia mista a catrame posti per non so quale motivo sulla strada. E io dietro. Con le lacrime agli occhi, l’asma e la faccia ricoperta di sabbia manco fossi Abdul il predone del deserto.

Padangbay. L’allegro porto. Quanto mi piacciono i porti con la loro puzza e i bambini che giocano in mezzo alle barche. Ferma sulla spiaggia a guardare e a fotografare (belle foto…alla nikon non sono piaciute), mi scappa persino un sorriso allo sfigatino francese occhialuto che come me si perde a guardare le onde.

 

La mattina da Padangbay si parte per le Gili perchè il programma ce l’ha stravolto Johnny e il suo Arak, io volevo andare ad Amed… si parte, barca solo turisti, superveloce, supercara, supervomito sulla porta del cesso (non mio per fortuna, io ho imparato a fissare incessantemente l’orizzonte come se fossi in coma vigile per tranquillizzare il mio labirinto). A metà strada si torna indietro perchè è troppo pericoloso (il giorno dopo una barca affonderà con 12 morti). Scena esilarante che riassume le caratteristiche dell’australiano medio in vacanza a Bali

L’australiano medio

Uomo. Rigorosamente surfista. Rigorosamente monoteista. Rigorosamente palestrato, gonfio che pare un canotto, se potesse chiamerebbe suo figlio Quick Silver o in alternativa il cane Rip Curl. L’occhiale è a specchio, il capello selvaggio, cotto dal sale e dal sole. Mediamente, così, per non dare giudizi, è scemo. Ma scemo per davvero. Rimarrà negli annali il tentativo di conversazione con la coppia di Big e Jim sulla nave per Lombok. Io, per carità, avevo seri problemi linguistici nel comprendere gli arguti discorsi che mi proponevano. Loro, avevano seri problemi logici. Giunti al porto di Lombok, quel bonaccione di Big volge il suo acuto sguardo verso le prime colline dove sta divampando un incendio. E’ evidente. E’ incontrovertibile. C’è del fumo, si vedono gli alberi che bruciano e la collina si sta tingendo di nero. Si volta verso di me e con fare arguto mi chede “this is the volcan of Lombok?”. Eterno momento di sospensione perchè io rimango veramente interdetta. Decido di chiedergli di ripetere, cosi, per prendere tempo. Il geniale Big ripete con lo stesso tono alla Piero Angela “this is the volcan?”. Vorrei prenderlo a testate, l’intolleranza vince sul sarcasmo anche perchè non lo capirebbe. This is the volcan??? vabè Big, torna a parlare di cera per tavole con Jim.

A Padangbay, si appalesa un meraviglioso trio. Lui, lei e l’amico. Inizialmente li guardo anche con simpatia. Perchè hanno coinvolto una donna. Perchè non sono superpalestrati. Perchè fumano come delle bestie e non mi sembrano salutisti. Ma a breve eccolo l’animo australsurfista. La barca deve tornare indietro perchè è troppo pericoloso attraversare il mare. Si rischia di capovolgersi. Francamente, non me ne sbatte una cippa se oggi, mio caro, non potrai cavalcare l’onda perfetta di Desert Point. Non me ne frega una cippa a me e non gliene frega una mezza cippa a tutti i passeggeri. Ma lui deve fare lo sciò. E comincia con un grandioso e plateale “ehi maaaaaaan”. Si scosta gli occhiali, comincia a scuotere la testa, assume un’aria da cattivone e intercala allegramente con una serie di fuck. Que viva l’indonesiano che prima gli risponde con cortesia invitandolo a sedersi perchè in fondo il problema non è solo il suo, e che insiste con gentilezza non capendo che quel lobo del cervello normalmente adibito al ragionamento è sommerso da adesivi della ripcurl. Addio circonvoluzioni cerebrali. Acqua, solo acqua.

Le Bettole that I love

Sono bettole. Ma le adoro. E’ iniziata una specie di sfida per vedere fin dove posso adattarmi. E contemporaneamente il braccino corto si sente super stimolato, alla ricerca del prezzo minore.

La bettola si compone di un letto, un mobilio, un accessorio lavabo, una doccia e un vuccì. Ma vediamoli nei particolari.

Il letto ha un’anima di plastica. Generalmente la testata imbottita ne è ricoperta per proteggerne il pregio. Le lenzuola sono sempre ben riposte, ben stese. L’odore è variabile. Dal candido vanigliato al tiepido cantinato. Ci ho trovato anche delle mosche morte, belle stese sopra il sudario anch’esso ben steso. Prese per le alucce e via. I cuscini sono sempre due, belli gonfi.

Il mobilio è di bambù, sfumatamente trash, bello nero sugli angoli. Spesso si può trovare anche uno specchietto con i bordi completamente ossidati. Non sempre la faccia te la puoi vedere.

Il lavabo può esserci oppure no. Il che significa che devi lavarti i denti sotto la doccia o dal rubinettino dietro al cesso. L’acqua è fredda, solo fredda, e salata, ovviamente non potabile ma l’infettivologa all’ameba non ci pensa. Ma che bella impresa lavarsi i denti.

La doccia piove sul vater, può essere anche solo un tubo, niente pioggia allora ma un rivolino sotto cui danzare per lavarsi i capelli.

Lo scopino del cesso è riposto senza alcun contenitore sul pavimento dove ti fai la doccia.

Non c’è lo sciacquone. Devi aprire il rubinettino da cui ti lavi i denti, riempire un ciotolino e via con l’onda che purifica il vuccì.

Bettola number one è quella di Sonya Homestay. Sul vuccì un cartello rammenta di non buttare la carta dentro lo scarico…molto bene, e allora dove la butto? Non vedo cestini, non vedo sacchetti. Non essendo fortunatamente camera mia ma non sapendo che fare, ripongo la carta in saccoccia. Nella stessa stanza…una zanzariera tendente al grigio, più utile per ripararsi dalle blatte che dalle zanze. Un caldo atomico, umidità al 90% contrastata da un timido ventilatore. 70.000 rupie, circa 5 euro colazione inclusa. Ce l’ho fatta. Oggi non vedo morsi di pulci.

Poi meravigliosamente ci sono le finte bettole. Gli elementi sono i medesimi ma sprizzano di poesia. A Gili Air il mio bungalow è un angolo di paradiso. Sulla spiaggia, dolcemente adagiato in una piantagione di cocco, amacamunito. Il dolce dondolare con l’azzurro all’orizzonte. Non è una bettola. E’ la mia reggia.


verso il Gunung Batur

Posted: Settembre 21st, 2011 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su verso il Gunung Batur

Ai piedi del volcano poderoso , che sta proprio davanti a me. Dietro sento invece lo sciabordio dell’acqua, delicato e aritmico, come si addice alla quiete di un lago.
Stanotte si sale, non sarò sola. In giornata sono arrivati parecchi turisti, tutti sufficientemente montanari, giovani, attrezzati e in coppia.
Una giornata lunghissima, iniziata presto con la ricerca, peraltro andata a buon fine, delle maschere del teatro balinese. Mas è il paese delle mask, inutile che ti metti a cercare in ogni negozietto di Ubud, chiedere, tradurre, mostrare foto. Vai a Mas. Ho trovato un primo mascheraio che mi ha condotto dal secondo, il suo maestro. Il maestro dei maestri. Dice che ha avuto riconoscimenti anche in Romania. Detto questo, le maschere erano meravigliose e lui sapeva indossarle (il che mi ha subito colpito) modificando immediatamente il tono di voce e l’attitudine  non appena assumeva un altro volto.
Poi diretta a Tempaksiring per la visione del tempio. Che poi fortunella si limita ad osservare i templi dall’esterno in quanto “impura” per il benedetto ciclo mestruale. E ovviamente, anche se nessuno può saperlo, è questione di rispetto.
Ancora in moto, per strade meravigliose che attraversano prima coltivazioni di caffè, poi alberi da frutto. Due cose fondamentali che ho imparato:
1- sai cosa c’è attorno da quello che trovi nelle bancarelle in strada
2- gli indonesiani quando fanno un commercio, lo fanno TUTTI. MAI fermarsi alla prima bancarella pensando di avere trovato il primo e unico artigiano/rivenditore di frutta/coltivatore diretto di caffè…dopo il primo, iniziano i cloni…è incredibile. Se uno vende anche solo fette di anguria, stai sicuro che il vicino farà lo stesso, anche se ha la casa piena di mango.

Quindi, mangio frutta al primo chiosco che incontro. E lo scelgo male. Perchè ho fame, perchè ancora non avevo imparato la teoria del clone. Ma è comunque stupendo fermarsi al bordo della strada, parlare a gesti, scegliere la frutta sbagliata (troppo acerba, troppo matura) e mangiarsela cacciando le flotte combattive di mosche sdraiata sulle foglie di banano. Nel frattempo ogni macchina che passa ti fa ciao con la manina. Buon segno. Sicuramente vuol dire che anche qui sono di una gentilezza disarmante, ma anche che di turisti non ne vedono molti.

Arrivo al Parco del Vulcano. L’ingresso è circondato da personale falcheggiante che riconosce dalla distanza il turista e il locale. Il turista paga 10.000 rupie. Discriminano anche le macchine. Grandiosi, glieli do volentieri. Appena entrata nel parco, tempo dieci minuti e mi viene voglia di uscire. Incredibile. Le moto ti affiancano e ti chiedono
1- da dove vieni
2- dove vai
3- sei da sola

Il tutto mentre si percorre una stradina piena di camion che trasportano pietra lavica e che vanno probabilmente a carbone misto grasso di foca vista la capacità dello scarico di essere doppiamente nero e appiccicoso sulla pelle.
La risposta unica è: Some balinese friends and my husband are waiting me in Toya.
Semplice, conciso, efficace soprattutto se si scandiscono bene le parole B A L I N E S E and H U S B A N D.
Si allontano facilmente ma il problema è che dopo uno ci riprova l’altro. E’ una lotta, stancante. E un po’ si sclera. Ma poi ce la faccio e scansandone uno dopo l’altro ( incredibile, l’ultimo ci prova esattamente a 2 metri dall’albergo dove volevo andare…) e mi riappacifico con il mondo.
Meraviglioso tour tra i campi, assolutamente auto da fè. Mi fermo in varie case, ci esprimiamo a gesti, in un nugolo di mosche che non mi lascia mai.
Alcune cose imparate.
Anche per loro sembro una 25enne.
Le donne continuano a dirmi che bella pelle, come sei bella. E andiamo..la migliore è stata Ouioui che si riposa un attimo con me all’ombra di un muro. Lei ha la mia età e mi mostra i suoi 3 figli (la maggiore di 15). Quando capisce che faccio il medico mi dice “a lot of money”, quando le dico che sono sola “a lot of boyfriend”. Mi presenta alla mamma e le ribadisce il concetto..tanti soldi, tanti uomini. Cerco di recuperare un po’ della mia reputazione ma ho l’impressione che non pensino affatto male di questa cosa e allora ridiamo insieme.
Allarga il sorriso più che puoi per essere bene accolta, avvicinati piano e usa la mano destra per indicare, per porgere qualcosa, per stringere la mano, per salutare e chiedi sempre se puoi fotografare. Cose banali, ma la mano destra porco d’un porc me la dimentico sempre . Aaaaaaargh…


Ubud

Posted: Settembre 18th, 2011 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Ubud

 

Approdo con nonchalance in Gotama Jl (la via di Gotama…)

Buddha Bali. Sembra perfetto. Mi avvicino alla cameriera non ancora conscia dell’ambient che regna sovrano nel locale. Una sorta di tempio vega-vegetariano dove la mia richiesta di wifi risulta quantomeno fuori luogo. Come facevo a sapere che il wifi cozzava clamorosamente con la campagna di salvaguardia dell’orango che il locale porta avanti. Lei, indonesiana, non sa guardarmi male..al resto ci pensa il tizio occidentale tutto vestito d’arancio che mi guarda come se avessi urinato su Buddha stesso. Saltello allegramente con aria iconoclasta verso il prossimo approdo, il caffè luna. E lì inizia l’analisi attenta dell’antropologia del turista a ubud.

I prototipi

La coppia

Lei. Bionda, fisico nervoso, maglietta e pantalone bianco. Seduta di fronte a lui parla della sua “esperienza”. Mi soffermo sul dettaglio con cui descrive quella che mi sembra la respirazione anche se in questi casi forse è meglio parlare di respiro del mondo. Chiude gli occhi mentre con le mani mima l’aria che esce dal corpo e che spandendosi attorno diventa un tutt’uno con l’universo, l’asse terrestre e gli oranghi da salvare. Non smette un secondo di parlare o di fare aria con la bocca.

Lui. Sorride beote. O è seriamente invaghito della pulzella che ha davanti, o è vittima più o meno consapevole di un etto di funghi allucinogeni (peraltro facilmente reperibili) o, più probabilmente, sta pensando a come vorrebbe tapparle la bocca nel modo più erotico possibile, legarla al suolo rigorosamente sul tappetino gommato e sentirsi lui in pace con il mondo. La scena prosegue fino a che non sposto lo sguardo su un’altra coppia.

Due ragazze. Look natural. Capello non tinto, lasciato asciugare al vento, riccio naturale, senza un taglio preciso (sì d’accordo molto simile ai miei eccetto per il riccio). Abbigliamento non appariscente, della serie mi sono messa la prima cosa in cotone a tinte organiche che ho trovato. La caratteristica che le fa entrare a pieno titolo nella famiglia di Ubud one love one soul è il fatto che per salutare chiunque, abusano dell’abbraccio. Stringono, restano immobili nella stretta come dei pitoni e nel frattempo chiudono gli occhi in un’espressione non beota ma beata. Sì, ti porterò sempre nel mio loto.

L’altra coppia. Questa è facile. Lei. Cinquant’anni o forse sessanta, fisico appesantito ma anima di chi non si rassegna alla perdita di collagene dai tessuti, vestita troppo giovanile per l’età che ha, qualche ciondolo simbolico al collo e, meno male, una caipirinha sul tavolo. Questo la rende più simpatica e assegna alla terza coppia il premio realismo. Lui. Indonesiano, d’un tamarro come pochi se ne vedono qui dove l’eleganza regna sovrana. Capello lungo alla Lorenzo Lamas, cinturone e jeans corto, troppo corto. Non parla inglese, la lascia parlare e anche lui si scola profusamente dell’alcool. Tiene gli occhiali da sole probabilmente perchè nel frattempo si sta allegramente facendo gli affari suoi, magari ammiccando alle due pitone tenerone. Credo si tratti del trastullo dell’inglese agée, difficile pensare al contrario. I due si alzano, lei sboroneggia dicendo che non costa affatto caro per quello che hanno bevuto e lui non avvicina nemmeno la mano al portafoglio.

Poi c’è una tipa sola, seduta al tavolo, non troppo comoda, ogni tanto si contorce alla ricerca del muscolo contratto da distendere. Di yoga ne ha fatto poco. Mangia. Sicuramente curiosa, forse inacidita, indubbiamente critica. Osserva, muove gli occhietti a destra e a sinistra e si ha la netta impressione che riesca a seguire almeno tre conversazioni differenti. C’entra con l’ambiente, ma non si camuffa perfettamente. Ci si potrebbe chiedere che ci fa lì, seduta al tavolo, sola, assorta nelle vite degli altri.

Già. Che ci faccio qui? È ora di prendere la moto…

Legong, la danza.

L’impressione è quella dei sonagli appesi al vento. Scintillano, ondeggiano, fremono e risplendono di mille riflessi. Ammaliante, ipnotico. Ti rapisce lo sguardo. Segui il battito d’ali delle dita, armoniosamente ammaestrato. Movimenti infinitesimali, così precisi e così evocativi. Disciplina ferrea e natura che fluisce attraverso le dita. Impossibile trascrivere l’emozione che ti attraversa dal primo all’ultimo degli sguardi, dalle palpebre azzurre che si chiudono in alternanza, dalle sclere bianche che si allargano e si restringono. Così preciso, così magico. Uno splendore di cristalli dorati che ondeggia sulla musica, anch’essa fautrice dell’ipnosi. Sono incredula e assorta. Mi godo l’eco della danza mentre il geco nascosto canta.

L’antiJulia

Per il ciclo “mangia, prega, ama” l’anti Julia della situazione propone un bel “cammina, infangati, spa”. Oggi il tempo scorre diverso, non c’è niente da fare, è il tempo solitario, scandito soltanto dai propri impulsi, dai propri desideri e dalla propria voglia di scoprire quello che ti sta attorno.

Sveglia più o meno spontanea (la casa dove mi trovo ha un parco zoo mica da ridere comprendente un simpatico gallo che come tutti i galli al primo raggio di sole sfoggia il suo canto e prosegue a intervalli regolari per tutta la giornata, una specie di iguana canterina alla luna, mille galline, milioni di uccelli che mimano versi quasi umani). Attenzione, sveglia più o meno spontanea alle 630..esco di casa e l’aria è tutta un’altra cosa. Nebbiolina all’orizzonte, umidità che risale dalle risaie e condensa sulle foglie di banano. Sopra il cielo terso. Mi incammino, scatto qualche foto, mi diverto, sorrido al verde che avanza e che si infittisce. Colazione a bordo strada con quello che riesco a raccattare ad uno shop aperto a quell’ora. Sto arrivando alle terrazze di Sayan e ancora non so cosa mi aspetta.

Perchè ti sei messa i sandali minchiona?

Perche sono da trekking e la risaia non mi sembra che richieda particolarmente sforzo.

Ma lo sai che non puoi mai sapere il terreno che ti ritroverai

eh capirai, ci sarà della morbida erbetta…

e giungla fu! per pochi metri, ma sono bastati. Tanta giungla concentrata in 200 metri da farmi dire a voce alta “no Da, qua si muore”. Appesa ad una specie di radice che mi dava fiducia quanto un filo di cotone, i piedi ben fissi dentro il fango con tutte le simpatiche e piacevoli sensazioni che ne derivano, con lo sguardo verso la mia prossima presa…

quale presa?

Non ne vedo…

guarda meglio.

no, non ne vedo. Mi sa che devi saltare. Non c’è alternativa. Mi spiace.

saltare su cosa? Quello per me potrebbe essere fango con la stessa consistenza di quello che ho sotto-attorno i piedi, ossia poltiglia.

grazie grazie grazie, era solido!

Posso proseguire maledicendo i miei sandaletti. E dopo la giungla, il paradiso, il torrente, le terrazze, le cascate, le liane, il contadino che mi chiede soldi per passare sopra il suo terreno e vabbè, un sentiero, che si immerge nel verde ma ben disegnato. Meraviglia, giro con la bocca aperta mentre le zanzare tigre imbastiscono un buffet. Ma chi se ne frega.

L’antijulia è inzuppata di fango dalle ginocchia in giù, graffiata e felice come una pasqua.

E’ il momento di ficcarsi nella prima spa e spararsi un sonoro massaggio con tanto di bagno floreale. Evviva i contrasti.

Il lotus bar è un’istituzione a Ubud. E come tutte le istituzioni è pieno di turisti. Entro così mi ciuccio il loro wifi. No wifi come al budda bali…ma porc! Cosa devono salvaguardare qui oltre agli oranghi? Ah giusto, il look tradizionale…

Mi diverte osservare i turisti orientali, la loro bramosia di foto, le espressioni da manga che coronano posizioni improbabili appoggiati ad una ringhiera, con la testa inclinata, il cappellino e le ciliegine tra i capelli. L’occidentale, l’australiano, l’americano (zero italiani per ora) è molto più grezzo nella scelta delle pose anche se la bramosia di autoritrarsi davanti ai portoni dorati è la stessa. A Legian un americano è stato fermato da un indonesiano mentre si adoperava in un cunnilingus a discapito di una statua femminile facendosi fotografare dalla moglie…che rideva. Io sudavo freddo sperando che scattasse automaticamente l’impiccagione per entrambi. Sono intollerante? Su certe cose sì.

Al Lotus si scattano ogni tanto solo dei pudici bacetti alle statue del giardino, con quelle boccucce a culo di gallina che tanto stanno bene sulla bacheca di faccialibro (faccio la galla solo perchè non riesco a far funzionare sulla reflex la funzione autoscatto altrimenti sai che pose…). Il resto sono coppie che si immortalano felici davanti allo splendore del giardino acquatico.


Rayban e Marmitte

Posted: Settembre 18th, 2011 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Rayban e Marmitte

 

Le Darionidi oggi cominciano con una bella moto divelta…olè…

siccome ogni secondo è prezioso, prima di partire con la nostra pulminata carica d’ammmore ( una neo coppia di sposi e una giovane famiglia pseudo-autoctona… e io), mi organizzo la mattina per partire in solitaria.

Tutto rego: fotocopia del passaporto in saccoccia, controllato che lo sfigamat funzioni anche a Bali, acquistato pantaloncino da battaglia per andare sui monti come Heidi, acquistato anche magnifico secchiello balinese in cuoio e tessuto tutto un ricamo e un colore sgargiante che me lo abbini ad ogni cosa tanto fa a pugni con tutto e l’etnico poi lo piazzi anche sul gessato.

Davvero tuuuuuutto rego.

Torno trionfante con anche un altro secchiello (hey men…sto parlando di una borsa, non quello per la sabbia…) opportunamente scelto per la spiaggia, in tessuto colorato (adorabili margheritine) che non da troppo nell’occhio se no ci fottono pure questo, ed ecco un nugolo di persone attorno alla motoretta…oibò che vorranno costoro?

Ragazza con rayban a specchio, dall’aspetto indonesiano

Abbindolatore con maglietta del Milan, panzuto, dall’aria indonesiana, abbastanza di strada

Abbindolatore per turisti numero 2 con in mano piantina di Bali, sfoggiante sorriso smagliante al mio arrivo

Abbindolatore numero 3 , con in mano un mazzetto di rayban perfettamente finti, sventolante la sua mercanzia verso di me…

No, aspetta, cosa cavolo sventoli?

Quello è un pezzo di marmitta?

Ma porc….

Tranquilla, sei a Bali, cerca di razionalizzare e soprattutto non farmi l’isterica. Oltretutto hai appena comprato una magnifica borsa che alla Rinascente se la sognano… decido comunque di mantenere lo sguardo serio, un po’ incazzato, un po’ “guarda che a me non mi fai fessa”, un po’ “siamo tutti amici, vediamo di non fare gli stronzi”.

La ragazza raybanata si scusa, parla bene inglese, l’abbindolatore inizia a svitare bulloni a caso, l’abbindolatore 2 mi chiede se voglio che mi accompagni a pranzo per la modica cifra di…Aspetta… Sono le 12. Io che il parrucchiere ha sempre smadonnato per farmi uno straccio di piega che contrastasse il mio liscio accanito, sono riccia dall’umidità. Mi sudano anche le orecchie. Tra 1 ora devo partire con il pulmino ed essere a casa con lo zaino pronto. Tu che cazzo sviti! Fermati Cristo! “Trust me I’m a motor specialist!” Ci manca solo che mi chiedano “Massaaaaaaggggee” (frase tipica qui in spiaggia, che per carità mentre stai sdraiata al sole con il motorino integro parcheggiato all’ombra delle palme ti sembra anche un piacevole mantra, ma adesso mi sento un po’ nervosetta e sto cercando di restare shantissima). E ancora quello che svita…ok è ora del mio tono duro…

Momento di sospensione

Snapshot sul finto meccanico svitatore che mi guarda con le sopracciglia inarcate

Snapshot sull’abbindolatore 2 che continua a sorridere e dirmi “mangiare?”

Snapshot sull’abbindolatore 3 che sventola sventola sventola al rallentatore

Snapshot sulla raybanata che parte con il suo motorino dicendomi “vado a recuperare il pezzo rotto e torno”

Snapshot sul magnifico secchiello cuoio tessuto che lo metti su qualsiasi cosa

La ragazza se ne è andata e tutti mi prendono per il culo.

Non tornerà.

Sì che tornerà.

Dovevi avere fiducia in me dice lo svitatore.

Dovevi prendertela con calma e venire a mangiare con me ride l’abbindolatore.

Ma un paio di rayban non li vuoi? Guarda come sventolano…

Dovevo restare chiusa in casa penso io.

Sono le 1130. Mi siedo sul bordo della strada e mi schiarisco le idee respirando un po’ di smog. Sono ad altezza marmitta…sei una cogliona, adesso dopo il portafoglio rubato questa come la spieghi?

Alle 11.35, il mio angelo raybanato ricompare con in mano un pezzo nuovo di marmitta, incellophanato e sopra c’è scritto HONDA, quindi non è un supertaraccone (almeno non ne ha l’aria).

La mia dignità è salva. Ora posso sollazzarmi con il mio secchiello.


Frumentera settembre 2010…nascita de “Le Darionidi”

Posted: Settembre 14th, 2011 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Frumentera settembre 2010…nascita de “Le Darionidi”

Tra i numerosi fogli di word che si accavallano nella cartella “robe daria”, spiccano “Le Darionidi”, prodotte nella prima vacanza in solitaria forzata. Rileggerle, mi apre scenari assolutamente lontani anni luce, ma riesco comunque a riderci ancora su…e sicuramente sono facilmente riconoscibile…

Riporto paro paro…e aggiungo delle note esplicative

 

cambi sempre titolo per non decidere, il sole intanto fatica a uscire

Cristobal…solo Cristobal guardando il mare

Inizia il viaggio. Dopo la notte. Perchè anche la notte che prelude è la vera partenza. Si lasciano i pensieri indietro e si guarda avanti. O almeno così sperava il darione, che spenta la luce voleva spegnere anche la testa o quantomeno chiudere le serrande del magazzino di pensieri che aveva stipato negli ultimi giorni per dare aria un po’ alla veranda, aprire le finestre e guardare fuori che tempo fa. Se c’è sole, i fiori potranno crescere, non troppo che ormai lo abbiamo capito che troppo solo fa male e che l’esaltazione è la connotazione negativa dell’entusiasmo. Se c’è nuvolo si potrà sempre sperare in una schiarita. E se piove? Aspetteremo che spiova…

oibò, c’è il temporale, ma guarda un po’… darione si gira e si rigira tra le lenzuola, troppo fredde per la serata, troppo rigide sulle caviglie, troppo pesanti sulle spalle. Neanche il terzo cuscino accomodato mollemente sulla schiena ( sì, un chiaro succedaneo del calore umano che manca) la blocca nel suo rollarsi sul materarso (materarso? Ottimo refuso della tastiera che esprime bene il concetto…mi piace, lo lascio). Gira e rigira, sembra quasi eccitazione per la partenza ma il darione sa bene che non è come prima di partire per Londra con le amichette. Ogni tanto addirittura le sfiora il pensiero “ma che parto a fare?e se me ne sto a casa?”. Finalmente il braccino corto prevale sul senso distruttivo e apocalittico e allora mette due sveglie perchè ha paura di non svegliarsi (ma se non stai neanche minimamente assopendoti!)…

due secondi dopo è mattina e le campane della sveglia irrompono nella stanza, che è buia perchè è ancora presto.

Movimenti meccanici, automatici, ripetuti mille volte. Scendi dal letto, sposta il lenzuolo, aggiusta il tappetino peloso, bagno, faccia, vestiti già pronti sulla sedia, mandata di chiavi e giù. Poi di nuovo su perchè ovviamente hai dimenticato qualcosa. Taxi,treno, malpensa e poltroncina davanti al gate.

Attorno a te solo coppie che si tengono per mano. E il primo vaffanculo della giornata è per loro.

 

Las Salinas ore 20.21

e finalmente  mi empizo il sigarro, seduta al mio tavolino di fronte ai cespugli del parco, più in là la strada…e a fianco l’immancabile coppietta spagnola. Che mi sorride. Forse pensa che sono una lesbica cannaiola. Un giorno di mare e di bicicletta mi ha inselvatichito a dovere e l’abbigliamento certo non aiuta. Vi lascio solo immaginare.

Giornata di bigoli e cazzofobia (le parolacce sono molto in voga). Definisco bigoli quelle specie di togo (sì il biscotto, il dessert dinonsoqualemarcanonmiricordo) che sballonzolano in spiaggia. E’ l’unico pensiero che mi si è subito appalesato appena steso l’asciugamano al sole. Sottili, timidi, imbarazzati e abbronzati che quasi non si vedono. Bella storia…potremmo dedicargli il secondo vaffa della giornata.

Scenari apocalittici a parte, l’isola sembra bellissima. La bicicletta è faticosa perchè le stradine per scendere in spiaggia sono piene di sassi e sabbia, un po’ scomoda per un destriero che scarabattola mentre pedali. Faticosa ma appagante. L’aria in faccia, il caldo del sole, la schiena sudata dallo zaino e la possibilità di fermarti ad ogni scorcio. E’ già iniziata la serie di autoscatti che spesso caratterizza le mie vacanze, solo che questa volta sono una necessità. Vedremo molti primi piani ahimè…

 

Las Salinas ore 19.44

prima di apprestarsi alla cucina che oggi riserva spaghetto allo scoglio, alcune pillole da non dimenticare

oggi il solo motivo percui invoco l’uomo è per spalmarmi la crema sulla schiena scottata

finalmente si avvistano uomini solitari sulla spiaggia lasciandomi completamente indifferente

il baretto dei bolognesi e la fatidica frase “sei qui per riprenderti da una botta ?

Il dolore alle pudenda scatenato dal sellino della bicicletta

si potrebbe dire che i miei organi genitali ormai nel completo turbine dell’ormone sballato svolgono ormai soltanto il ruolo di impiccio, provocandomi galattorree imbarazzanti, annientandomi il desiderio e strofinandosi autonomamente e senza piacere sul primo ostacolo duro che incontrano…molto bene

La lettura di Coe (Donna per caso) riserva piacevoli sorprese e momenti di vera ilarità. Penso già di regalarlo a chi fa dell’ironia il sale della propria vita. 

La lettura di Coe, dopo aver finito il romanzo, lascia un’amarezza improvvisa e inattesa. Penso non sia una bella idea regalarlo a chi pensavo.

Scampato lo stupro di gruppo: sì, ho accettato di salire su una barca di 3 maiorchini, hai letto bene, conosciuti al chiriguito della spiaggia consigliata da Filippo, il mio insegnante di teatro, hai letto bene ancora, dopo essermi sbronzata con 2 mojito e una sangria. Con tutto quell’alcol in corpo avrei detto di sì anche a Filippo, appunto. All’ultimo, vuoi per una ritrovata sanità mentale, vuoi per una casualità, ho rinunciato. E io già che mi vedevo a “Chi la visto”…

Ed è spuntato il bancarellaio (1).

 

Las Salinas Ore 20.50

alle 20.08 succede una cosa inattesa. La vita ti sorprende. Ed è molto divertente. Dopo aver dissimulato un certo sconforto nell’essere passata dal mio amatore ed aver trovato la bancarella dismessa, eccolo riapparire dal nulla. “dove sei ammore?”. Omiodiomiodiomiodiissimo. Sorrido perchè davvero non me lo aspettavo e credevo di continuare a passare la serata interrogandomi sull’artista, sull’altro, la mia vita, la mia solitudine. Un po’ come sempre. E invece evviva il diversivo inatteso. Peccato che ovviamente questa sera il sugo mi sia venuto una merda. Ma al diversivo cosa importa. Grande pablito.

 Non c’è nulla di più deprimente del ricordo della felicità…per lo stesso motivo, o forse per il motivo opposto, non c’è nulla di più piacevole dell’attesa della felicità, e quando dico nulla non sto usando la parola a caso. Per qualche motivo è molto più carino sentirsi annoiati, o indifferenti, o privi di emozioni e pensare: tra qualche minuto, o tra qualche giorno, o tra qualche settimana sarò felice, piuttosto che essere felici e sapere, anche se inconsciamente, che il prossimo cambiamento emozionale sarà un allontanamento dalla felicità.

Aspettando che il tempo si definisca verso il brutto o il bello, mi godo i minuti che passano senza avere nessuno progetto per la giornata. Al quinto giorno della vacanza finalmente raggiungo lo stato di relax completo. Non un pensiero. Nessun programma. Vediamo come va. Che bello dirlo e pensarlo veramente. Bravo Pablo e il contagio della libertà .

Momento alla Verdone quando ieri si sono installati i frosinoniani a fianco. “scusa che c’hai der sale?”. La seconda domanda è stata dove potevano trovare del fumo. Rapido passaggio sul “da dove venivAMO” sapientemente glissata da me con un “IO vengo da Milano”. Hanno perfettamente capito che quello del furgone lo avevo raccattato qui. E chi se ne fotte. Questa mattina sono partiti con la loro lancia affitatta con i finestrini chiusi e l’unz unz che rimbombava da dentro. Meravigliosi. Mi stanno simpatici.

Cristobal e Cristobal. No te vaja si te va

cerco di mettere un po’ d’ordine nella mia vita buttandola tutta all’aria

 Note (facile è solo una, ma fondamentale per la vacanza)

(1) bancarellaio: diciamo che per ora, prima che la sezione mitologica venga opportunamente compilata, basterà chiamarlo con il nome che il buon argentino si guadagnò negli Annali…Pablo, detto Gotama, zero strategia, un furgone, tre mosse…


La Valigia

Posted: Settembre 9th, 2011 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su La Valigia

 

Non è una valigia, è uno zaino, anzi sono due. Uno vuoto. Perchè è bello partire leggeri e tornare pesanti. Con tutti i significati possibili e immaginabili che un’affermazione del genere comporta. Sarà invece che è meglio partire pesanti e tornare leggeri? partiamo già male…

Nel mio caso si vorrebbe fuggire, lasciando tutti i fardelli qui, belli chiusi in casa . Magari riuscirò a guardarli con occhi diversi quando tornerò…magari…forse il primo giorno…le prime ore? La valigia si riempie di parei colorati, di costumini micro, di crema abbronzante.  Magari ci metto pure una parrucca e mi cambio il nome così il processo di rimozione mi viene meglio. All’aereoporto l’espressione è quella della psicopatica in fase maniacale che ha rinchiuso la sorella depresquilibriocolite in casa e fa finta di niente. Poi al rientro, alla solita impicciona del mercoledì pomeriggio, dopo che le abbiamo sganciato la grana , le diciamo con un sorriso plastico “è andata tuuuuuuuuttto beeeeeeeeeene”…e scoppiamo a piangere…

Nel mio caso invece si vorrebbe partire con in testa i soliti mille spunti di riflessioni, le consapevolezze da ritrovare, da governare, da acquisire,sperando che il tempo trascorso e lasciato trascorrere rifornisca le sinapsi di nuova energia. Nella valigia ci si mette il computer e tanta buona forza di volontà. Magari anche un po’ di litio così ci aiutiamo nella stabilizzazione dell’umore. Mentrediffidenti e con il cervello che grattugia, saliamo sul Cadorna Express siamo talmente convinte di questa presa di posizione che già facciamo le tecnologiche con gli occhialini abbassati sul naso, l’i-pod nelle orecchie e l’aria da blogger che cioè…mi spiego no?…

Al contrario, nel mio caso, si vorrebbe partire con un solo scopo…cuccare. Ma non semplicemente intortare, conoscere e sorseggiare aperitivi con sorrisi di circostanza. No, cuccarecuccarecuccare, facciamofikifikinsieme. Senza sosta, come un’asfaltatrice  lanciata diretta verso la beatificazione …la Gotama del mondo femminile.  Nella valigia ci metto tutto quello che si nasconde dentro il comodino e aggiungo una serie di creme al profumo di 25enne. Quando arrivo all’aereoporto ho già l’occhio assassino del “mò te magno” e quel poveretto del check-in quasi si spaventa, ricordandomi che la tecnica aggressiva non paga. Faccia da cerbiattino spaventato si posizione sugli sgabelli e scruta l’orizzonte…mmmmm..mmmmm…mmmm è il rumore di sottofondo.

Nel mio caso si vorrebbe partire e basta, senza neanche una pippa mentale al seguito. Non sognare, non aspettativizzare, pronti anche a godersi la noia di un tempo non scandito, non rigorosamente controllato. La valigia non l’ho ancora fatta. Ah giusto, devo arrivare a Malpensa, dovrò guardare gli orari…

E comunque, nei miei mille casi che si susseguono come se fossero in balia di una ruota panoramica, Daria, Darione, Mononoke, Squily e pocaterrapatatona dovrebbero cominciare a convivere.

 

Le scarpe per camminare

Due macchine fotografiche

Il pile (a Bali?)

I libri

Le hawaianas

La voglia di scrivere

La musica


Sadodaria

Posted: Settembre 5th, 2011 | Author: | Filed under: il sesso degli altri | Commenti disabilitati su Sadodaria

Ti avvicini, mi dai un’occhiata di intesa ma si vede che sei imbarazzatissimo. L’angolo della bocca trema un pò nel tentativo forzato di mantenere un’espressione a metà tra il baldanzoso e il serafico. Hai anche gli occhi che luccicano.

E ti tradisci. Perchè mi stringi la mano e ho l’impressione di averla infilata in una bacinella. Questa si chiama iperidrosi e non ci vuole la C.I.A per capire che sei agitato.  Lascia perdere, vorrei dirti, molla tutto, perchè tanto già so che tra poco sarai nudo.  Con i tuoi punti di forza, certo, ma anche con le tue debolezze. E io sarò lì davanti a te.  In realtà non ho intenzione di giudicarti, almeno non prima di averti ascoltato e forse mai, quindi approfitta del fatto che per ora hai di fronte un’alleata che saprà guidare le tue mosse mentre piano piano ti cali i calzoni. Ma ti prego, togli quel ghigno sicuro o potrei trasformarmi nella peggiore arpia dei tuoi incubi.

Ti avvicini ancora di più, io ti faccio posto e cerco di metterti a tuo agio.

Scambiamo due parole ma si percepisce lontano un miglio che pensi ad altro.  Cosce nude, grovigli umani, sudore, un caldo fiato sul collo, e il tuo respiro che diventa sempre più affannoso.

Ritorni alla realtà, mi guardi.

Silenzio.

“Ha fatto il test perchè ha avuto un rapporto a rischio?”

Apriti cielo… lo scontro tra i due mondi, quello maschile e quello femminile, quello del medico e quello del paziente. Io sto dicendo “hai avuto un rapporto occasionale non protetto” e lui sta capendo “brutto maiale schifoso che vai a puttane o peggio a trans, quanto tempo è passato dall’ultima volta che hai parcheggiato la tua merdosa utilitaria sotto un ponte per farti una nigeriana?”. Brutta roba il senso di colpa, permettetemi di dire, cattolico.

Ovviamente la risposta che segue è “no” e la domanda che io mi pongo in silenzio è “e allora perchè hai trasformato la mia scrivania in un campo di calcetto saponato?”. Ma evito di fare facili ironie, perchè per carità, ci siamo trovati tutti in quella situazione e non è bello.

Però un ruolo devo averlo, altrimenti che senso ha. Dove sta la differenza tra il prima e dopo avermi incontrata. Io non ti voglio rivedere tra 3 mesi con la stessa paura fottuta perchè hai di nuovo deciso che il preservativo offendeva la tua virilità.

Quindi prolungo la sofferenza, senza cattiveria.  E allora ti tengo inchiodato alla sedia chiedendoti se davvero vale la pena stare così male per una trombata alla cieca.

L’utilizzo su larga scala del test HIV permette di rintracciare più precocemente le nuove infezioni impedendo che, a livello di popolazione, l’infezione dilaghi.  E va bene.

Ma quello che è uscito oggi dall’ambulatorio, con il suo ghigno soddisfatto di uomo invincibile, ancora una volta negativo al test nonostante non si incappuci da 10 anni, quello lì, è un fallimento. Dove si ingrippa l’ingranaggio?

il Varano di Komodo ritorna all’azione…


IL DOTTOR MERDA

Posted: Settembre 4th, 2011 | Author: | Filed under: mitologia | 1 Comment »

Così, senza mezze misure, l’appellativo è questo. Pochi giri di parole. Resterai negli annali come il Dottor Merda, con quel “Dottor” che cerca di ingentilirmi la “Merda”. C’hai provato a risorgere…ma come dicevano le più ciniche, non ce l’hai fatta. Am spies…

Forse l’unica cosa positiva di questa esilarante perdita di tempo è stato il bis. Sul grande schermo è apparso fugacemente “Il ritorno del Dottor Merda”, pellicola straziante in cui il protagonista cerca di redimersi in nome di una ritrovata, e rapidamente persa, dignità. Un copione classico quello de Il Ritorno, una scarna sceneggiatura gonfia di parole pompose e facili buonisimi, un protagonista uguale a se stesso, incapace di progredire nel percorso dell’eroe ed una comparsa, io. Scritturata come semplice “orecchio accondiscendente che tutto può capire e tutto può accettare”, mi ritrovo nella ormai nota posizione detta volgarmente “a pecora”, pronta ad accogliere le nuove sfaccettature del finto eroe. E mi trovo subito bene nel personaggio assegnatomi. E te pareva. Ascolto, pacificamente, con fare maturo, analizzando in silenzio le corsie psicologiche che il D.M. percorre con troppa sicurezza manco c’avesse la sirena accesa. Vuoi essere perdonato? Che problema c’è…tutti hanno diritto ad una seconda possibilità. E intanto ponevo le basi per quel discorso sul varano che successivamente avrei elaborato in maniera cristallina.

La questione di fondo è? Ma perché bisogno perdonare?

 

Piccolo quiz

1- Perché è una virtù cristiana?

2- Perché ti hanno insegnato così?

3- Perché hai paura del karma che ti si ritorce contro?

4- Perché pensi che ogni lasciata è persa?

5- Perché ti interessa troppo quello che pensano gli altri di te?

 

Ognuno dia la propria risposta.

Procedo con la mia personale versione

1- sti cazzi

2- la mia psicologa suda sette camicie per cercare di portare le nostre conversazioni sullo spinoso argomento “madre/padre” ma non gliel’ho ancora data vinta a quella bastarda…

3- chiamala sfiga, è più semplice e non tiri in mezzo le religioni altrui. La sfiga, più o meno autoprodotta, è per natura ingovernabile

4- può pure essere

5- BINGO!

 

Il punto cruciale è il 5.

 

 

Ora, credo che fino a prova contraria, uno possa fare un dono a chi vuole. Sul “riporre in grazia” non commento neanche.

 

Non ha senso perdonare in senso assoluto, tutti, indistintamente. Se vuoi tornare a far parte della mia personale sceneggiatura, con un vestito ed un ruolo nuovo, deve esserci un motivo. Quindi la semplice domanda che mi sono posta è :” ma a me, in questo preciso momento storico che arcicazzo me ne frega di riportare l’esimio D.M nella mia vita? E’ una persona che stimo? Mi fa divertire? E’ qualcuno su cui si può contare nei momenti difficili (e qui mi partono le convulsioni dal ridere)? “

Dopo aver rapidamente risposto alle domande che il mio cervellino aveva saggiamente prodotto per un inatteso buon funzionamento di tutte le sinapsi con i corretti neurotrasmettitori, il gioco era fatto.

E benvenuta Rabbia. Che finalmente esci e scorrazzi in giro. La Rabbia può anche essere costruttiva se la cavalchi con le briglie per non farti perdere la lucidità. Oggi voglio essere infantile, perchè poi che male c’è a comportarsi come i bambini che non hanno ancora assimilato gli schemi predefiniti a cui siamo stati progressivamente abituati. Non gioco più. E vado via con il pallone per non lasciarti alcuna possibilità di ripresa.

Così si conclude “il Ritorno del Dottor Merda”. Parole avvelenate con cui finalmente il falso eroe può definitivamente ritornare nel suo letamaio d’origine .

E qui sta la bellezza del duplice significato del titolo: Il Ritorno non è per approdare ad una nuova dimensione ma per Ritornare rapidamente nella casella di partenza.

In breve…

Il Dottor Merda nasce per me a Bologna, nell’estate della laurea.

Il primo pacco che silenziosamente mi tira è quello di posizionarsi esattamente a una settimana dalla mia partenza per un mese in Brasile…dopo la laurea…single…con un’amica…ma a cosa avrò mai pensato quando in gennaio avevo deciso di comprare il biglietto?? Sicuramente non all’appalesarsi del D.M…questo è poco ma sicuro.

Bello il Brasile neh…alla mia amica è sicuramente piaciuto di più…

Ma vabbè, ero felice così.

Torno dal Brasile, il D.M è lì ad aspettarmi, tutto carino.

Ecco, il problema adesso è che non mi ricordo più niente…ho un efficientissimo sistema di rimozione. Passano due anni. Si conoscono amici e parenti. Si viaggia insieme. Si sopportano con grandissime facce di tolla scenate di gelosia degne di Mimì metallurgico. E si prende a picconate la mia autostima.

Ma vabbè, ero felice così. Maltrattami, ignorami e sarò il tuo zerbino.

Nel frattempo respingo con fare monacale le richieste estrose e folli di San Frencis, che all’epoca rimandava a tutto tranne che al santo.

Povero, tenero e fragile D.M, il tuo papà ti ha aperto la via verso Milano e adesso te ne devi andare tutto solo in quella grande e ostile città? Ci sono io a sostenerti, a prendermi tutte le tue ansie da prestazione, non temere.

Solo che io non potevo immaginare quanto nevicasse a Milano, e tu, povero calabro abituato a ben altre temperature, mi sei rimasto sotto la nevicata del 2005…

 

Scaricata.

Dopo tre mesi di agonia in cui lui era vatuttobene e io angosciaterrorecolite.

Vengo, non vengo.

Vengo, sono già al binario per Bologna.

No. Aspetta. Sta nevicando.

Oddio sempre di più

Minchia quanto nevica.

Ma lo sai che io vorrei tanto venire da te per parlare ma forse tutta la rete ferroviaria di Milano non sopravviverà a questa bufera?

Eeeeeeh no, secondo me non ce la fa. Non è colpa mia.

Aaaaargh stanno arrivando gli alieni…

 

Silenzio.

 

E quel messaggio…scritto per la mia amica… “quella Merda alla fine non viene”…e involontariamente spedito a lui… grazie Freud…

 


Una risata ti seppellirà. Ma adesso è il momento degli anatemi

Posted: Settembre 4th, 2011 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su Una risata ti seppellirà. Ma adesso è il momento degli anatemi

Una sera, d’improvviso è scattata la Rabbia. E come tutti gli squilibri ha fatto da padrone. Non l’ho governata, lei ha spinto tutti i tasti e io mi sono estasiata nel guardarla. Un’estasi diabolica. Molto catartica. Il risultato non si può definire “elegante”…

 

Rabbia, falla uscire, sentitela dentro, fatti inarcare gli angoli della bocca, stringi i pugni, sogna cose atroci, pensa a come metterle in pratica, godi ad occhi chiusi la sequenza esatta dei fotogrammi che vorresti vedere davanti a te. Batte il cuore, un’energia malsana ti pervade. Cazzo sì, è rabbia, senti come cresce, senti come è cieca. Se ne fotte di tutto quelle che “è bene”, quello che “va fatto”, quel cazzo di “amore per la terra che da solo buoni frutti”. E’ incredibile come ad una pulsione emotiva seguano irrefrenabilmente modificazioni fisiche, impercettibili ma fortunatamente inesorabili. Mi sto trasformando in un lurido scarafaggio, sento la schiena che si indurisce, le zampette che fremono, la voglia di merda che cresce. Non la mia di merda, ma la tua. Quella che ti scaraventerei addosso per farti soffocare.

Non posso prendere un’accetta in mano. E allora a me personalmente, con le mie zampette veloci, nero pece, rigide e forti sulla tastiera, viene voglia di concretizzare quest’onda di letame e fuoco che mi sento nello stomaco. Brutta la rabbia, bella la rabbia. Questo cercavo in Ammaniti. Il gusto malsano della rabbia che si fa concreta e che fottendosene di tutto, cerca spazio nella vita, lasciando dietro a se cadaveri che ne arricchiscono il cammino. E mentre esplode, mentre lascia salire al cielo i suoi zampilli di merda e incendia ogni filo d’erba, lentamente si estingue. Bene, già molto meglio.

Ma ravviviamola un po’…che in fondo questa versione di daria scarafaggio assetato di sangue ci da un brivido di piacere.

Sì, concentriamo per un attimo la mia rabbia su di me, sulla mia insopportabile capacità di dare fiducia o, chiamiamola, capacità di raccontarmi sonore filastrocche per il puro gusto di sentirle. C’è tempo. C’è tanto tempo. Io me la voglio godere tutta questa ritrovata sensazione. Questa rabbia che finalemente esce.

Grazie dottor merda (per chi non conoscesse l’incommensurabile Dottor Merda si prega di consultare a breve la sezione personaggi mitologici…ilarità assicurata): tu mi hai dato un simpatico spunto per togliermi questi abiti da comprensiva santarellina che per trovare approvazione è disposta a farselo mettere in culo dal primo che passa. Anzi no. Non il primo, la scelta è assolutamente oCULATA, perché non devi essere palesemente stronzo, nooooooo.

Facciamo casting signori e signori!

Mostratemi la vostra DUALITA’, la vostra innata AMBIGUITA’ , i vostri DISAGI INTERIORI, le vostre vite difficili, perché noi, vestite da sante ma con le chiappe all’aria siamo qui pronte ad accogliervi con il sorriso sulle labbra ed una preziosa espressione comprensiva. Ahhhh, siamo meravigliose nella nostra auto sodomia…ecco perché la rabbia poi la raccoglierò e costruttivamente la incanalerò verso di me nella soffitta delle scatole, chiuderò lo scatolone (non troppo sigillato perché chissà quante altre volte avremo bisogno di aprirlo, guardarci dentro per ricordarci cosa ci abbiamo messo, riempirlo con nuovi cimeli) e ci scriverò sopra con il pennarello blu “POLLYANNA VAI A FARTI FOTTERE”. Sempre a dire che ci vuole fiducia, sempre a dire che prima o poi il bene che riversi ti tornerà indietro, sempre con quel senso recondito di voler educare le persone. Il problema è che non tutti si possono educare, c’è gente che non ne vuole sapere di comportarsi in maniera diversa dal varano e che continuerà naturalmente a ferire, infettarti con il suo alito putrido ed aspettare che crepi.

Non lottare contro il varano di Komodo. Mi ci farò una maglietta rigorosamente autoprodotta.

 


What’s solidaria planet?

Posted: Settembre 1st, 2011 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su What’s solidaria planet?

Solidaria…e vedi quel che ti pare

Solidaria…e ti fermi dove vuoi

Solidaria…e scopri come non sia male annoiarsi, lasciare che il tempo si dilati e guardare il mondo dal tuo squilibrato punto di vista

In sostanza: si dispensano consigli, si scambiano impressioni, si raccolgono info per viaggi futuri, si spera di non continuare a fare autoscatti in eterno

e metti la colonna sonora che mi entri subito nel mood giusto…  01 Cristobal