Posted: Aprile 22nd, 2012 | Author: d'aria | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Breaking Dawn

Io li chiamo i Vampiri. La Birmania è zeppa di spiritelli (nat) e di vampiri. Ma veri, in carne e ossa.
Appena arrivata all’aeroporto, dopo lo smarrimento del effetto phon caldo che mi soffiava addosso, salgo su una camionetta-forno e mi dirigo all’ostello. Nel tragitto, tra la foschia dell’umidità, scorgo macchie rossastre, ferrugginose, sugli sportelli delle macchine. Ogggesù…Sparatorie? Accoltellamenti al semaforo? Sgozzamenti di polli? Qualche metro più avanti un tizio in macchina si sporge dal finestrino e sputa a terra un fiotto rosso sangue. Minchia L’Ebbbbbola! Eppure il mio occhio clinico non ha rimarcato altri indizi di malessere generale, di iperpiressia, né tantomeno di disorientamento spazio-temporale. Il tizio ha vomitato sangue con una naturalezza che lascia intendere una certa quotidianità nell’attività sputereccia. Un po’ come soffiarsi il naso. O come le emorroidi croniche…
Quell’uomo fu soltanto il primo esemplare di una grande, immensa comunità di vampiri, sputacchiatori di sangue per strada, in bus, nella pagoda. Vampiri e grandi masticatori. Il mistero si chiarifica ben presto scorgendo, lungo le strade, dei tavolini adibiti alla preparazione del betel, una sorta di eccitante psico-fisico misto di foglie, tabacco e roba bianca che richiama subito l’eccitante per eccellenza.
La storia è questa. La mattina il Vampiro Stanco inizia la propria giornata con l’equanimità intrinseca a questa popolazione, anche se qualcosa intacca questo stato di placido fatalismo. Forse è la stanchezza, la mollezza degli arti appena svegli, lo stomaco vuoto. O la dipendenza. Velocemente, mentre guida, il Vampiro Stanco cerca nelle tasche il portafoglio, sceglie un’umida banconota, vecchissima, tanto che a fatica se ne riconoscono le forme e i colori . Scelta la banconota, o quel che resta di lei, sporge il braccio al semaforo. Un ragazzino che gira tra le macchine vendendo coroncine profumatissime di fiori si avvicina. Estae dalla tasca un sacchettino verde, al suo interno sono riconoscibili quattro pallette di foglie. Il Vampiro Rapido afferra il pacchetto in cambio della sua banconota e sempre tenendo una mano sul volante, apre il pacchetto e si infila una palletta in bocca. E inizia a masticare. Ancora. E ancora. La foglia di betel rilascia una quantità di liquido allucinante. O forse è un forte stimolatore della salivazione umana. Ma forte stimolatore. Il Vampiro Stanco ma Rapido si accende lentamente. Sappiate che per nessun motivo il Vampiro Stanco ma Rapido e In Botta arresterà l’unica attività che al momento fa vacillare la sua equanimità, ossia il masticare. Un piccolo criceto la cui bocca progressivamente si allarga, aumenta di volume rilassando lentamente le guance. La grande cavità orale diventa un otre per accogliere il succo del betel. Fagli un domanda, chiedigli di parlare. Il V.S.R.I.B vi parlerà attraverso la fessurina delle labbra, tenendo in bocca l’ettolitro di succo miracoloso. Bloahgr gholrah…una lingua onomatopeica per così dire. Rischia pure che ti schizza se si impegna un attimino nell’articolare le consonanti…
Il viso è deforme, l’occhio acceso e la bocca straripante di un succo color sangue ferroso. La trasfigurazione del Vampiro è ormai a termine.
Il miglior incontro con Il Vampiro è stata una notte, manco a dirlo. Partenza dall’ostello prima dell’alba. Un prode tassista si prende carico di me e si avvia verso la stazione degli autobus. Minchia, i Vampiri Stanchi li trovi alla mattina, quando il sole è già sorto! A quest’ora puoi solo trovare Il Vampiro Sfatto! Parte. E’ sfatto. Apre il finestrino per avere un po’ d’aria fresca ( e butta male sulla questione aria fresca ad aprile qui). Ma è sfatto. Sfatto di brutto. Al terzo chilometro di sofferenza, pensa che il finestrino non sia sufficiente e allora apre tutta la portiera. Una mano per volante e cambio, una per la portiera. Un genio. E’ talmente sfatto che lo stunt-man si abbiocca nonostante il suo corpo sia a meno di un metro dall’asfalto. Invoco il betel. Che miracolosamente passa veloce dalla tasca del tassista stunt-man alle sue fauci. Mastica, Vampiro Sfatto! E portami alla stazione!
Posted: Aprile 19th, 2012 | Author: d'aria | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Tra l’India e la Cina c’è il Galles
Fa un caldo boia. No, può fare ancora più caldo. Non ci sperare. Oggi giravo con la canotta pezzata e questo già la dice lunga sull’abbigliamento sciantoso che ho adottato per il viaggio.
C’è qualcosa di molto diverso dall’Indonesia.
Gli odori sono diversi, meno dolci, più intensi e speziati.
Le donne con i pomodori, i pesci e i pezzi di maiale a terra esposti per la vendita.
L’assenza totale di motorette.
La polvere.
I monaci, e questa è facile.

Lento scorre il fiume, in rotta verso Mandalay. Acque placide, torbide, solcate solo dalla barca a motore. Pochi i turisti. Inglesi che per certi versi hanno ancora il sapore del coloniale, con i loro vestiti cachi, la loro mezza età, la pelle bruciata dal sole e gli occhialetti leggeri abbassati sul naso mentre leggono sull’orlo dell’assopimento i loro romanzi di viaggio. Siamo al 31 marzo e come spesso accade quando ti ritrovi immerso in coordinate spazio temporali che tanto si scostano da quelle a cui sei abituato, ecco che perdi completamente i tuoi punti di riferimento. Il tempo ha un altro sapore in questi luoghi. Sono passati 5 giorni ma ogni istante ha una durata diversa, dilatata. E cinque giorni valgono quasi come un mese. Da questo punto di vista lo scorrere lento del fiume rispecchia esattamente questa sensazione. A guardare fuori dal finestrino, in questa saletta da the, ascoltando uno dei marinai sperimentare arditamente uno strumento chitarriforme che mi ricorda qualcosa di indiano, ci si sente totalmente estraniati. Tutto molto opaco, l’umidità confonde i confini, annebbia i contrasti e uniforma i colori. La sabbia delle sponde si scioglie nell’acqua e nel cielo soprastante. Solo le barche dei pescatori si distinguono chiaramente, il loro scorrere senza rumore, il loro ondeggiare ritmato, le mani in alto per salutare.
Molto bene. Mentre scrivo ci siamo volontariamente schiantati contro un’altra barca per rifornire i nostri compagni di birra. Un bello scambio in the middle of the river. Geniale. Il comandante ha deciso che si vuole schiantare un’altra volta. Avanti pure, siamo al secondo botto. Chissà cosa si erano dimenticati di scambiarsi.
In attesa di nuove rocambolesche decisioni di manovra, veniamo alle prime immagine da fissare su carta e corteccia cerebrale…
Renegade e lo zio
Gallesi. La prima volta li incontriamo nell’ostello di Yangoon dove una delle impiegate ci rassicura sul nostro tranfert in taxi dicendoci che avremmo potuto dividerlo con 2 friendly guys. Diciamo che ad una prima occhiata non hanno né dei friendly, ne tantomeno dei guys.
45 e 72 anni, Renegade e lo Zio, sono coperti di tatuaggi home made che tanto hanno del galeotto. Si parla di tigri, dragoni, diavoli, qualche stemma del Galles e qualche nome di donna. Lo Zio non si rassegna al tempo che passa ed effettivamente anche il suo aspetto fisico è li a testimoniare un verosimile passato prestante. Sul presente la signorina aterosclerosi è ormai regina. Scopriremo nei giorni a seguire che l’origine di tatuaggi e spalloni è il mondo del pugilato con annessi e connessi. Senza voler categorizzare ma basandosi solo sui pochi cenni che Renegade ci ha fatto sulla vita passata de Lo Zio, stiamo parlando di scazzottate in preda all’alcool, galera, puttane, una simpatica giovane cambogiana che lo aspetta a Phnom Penh e pillole di viagra innaffiate nel wisky prese a dosaggi pachidermici. La signorina aterosclerosi è dunque in buona compagnia.
L’aspetto interessante nei due sta negli amabili contrasti forse più evidenti in Renegade, ma comunque caratterizzante anche Lo Zio viagrato.
Dopo aver fatto scendere a forza due tizi che avevano avuto la malaugurata e inconsapevole idea di sedersi negli ultimi due posti del pulman che ci avrebbe condotti a Bagan, obbligandoli così a prendere posto su un altro pulman altrettanto confortevole ma ripieno di “freaky monks”, scorgiamo Renegade tra i templi di Bagan a scattare fotografie, tutto preoccupato per la scarsa durata della sua batteria fotografica. Ecco che Renny (nella sua versione sweety) ci spiega teneramente che lui non ha niente contro i monaci ma che il solo problema è l’odore. Ma il buon Renny prosegue nel suo cammino spirituale mostrandoci altre profondità. La sua passione per il mare, la scelta di non essere pugile, come lo era stato suo padre e suo zio, il sogno di una pensione low profile lavorando come istruttore di diving con il suo bungalow sulla spiaggia.
Soltanto oggi la frivolezza di Renny oh dolce Renny ci ha spiazzato. L’omaccione tatuato, oltre ad aver già sfoderato una borsettina birmana a tracolla, si presenta nella sala da the in compagnia de Lo Zio maneggiando un bollitore d’acqua che chiede cortesemente di attaccare all’elettricità. Segue una sequenza memorabile.
Dalla borsetta a tracolla escono 2 bustine di the inglese
E a seguire, due simpatiche tazzine personalizzate che i due sanno riconoscere in base alla presenza di un cuoricino/ faccetta di scimmietta sorridente. Mentre sorseggiano il loro the home made, quell’ondeggiare di scimmiette e cuoricini tra i bicipiti tatuati e i discorsi ripetitivi prodotti dall’encefalopatia de Lo Zio, ha qualcosa di straordinario.
E a posteriori, rientrata in Italia, alla scrivania del mio freddo appartamentino, rileggo. E rido. Perché so come è andata a finire, da tanti punti di vista. Fortunelli voi che avrete un ulteriore spunto di comicità…
Renny, Lo Zio e il mio compagno di viaggio si prendono una sbronza a whiskey. Sì, a loro piace così, stomaco vuoto, 40 gradi e whiskey a garganella. Tenerino il darione che prova a comunicare con i tre.
Si sente dire che una donna va almeno picchiata una volta a settimana per dimostrarle il vero amore. Guardo Lo Zio che fa il segno del pugno come Rocky Balboa e deglutisco.
Si sorbisce un colossale trituramento di maroni da parte dell’accoppiata Renegade Gualano sulla propria vita sentimentale. Un “senti da che pulpito viene la predica” non mi è uscito dalla bocca giusto perché in due facevano 180 kg.
Le amorevoli tazzine scimmiate cuoriciose sono volate in acqua a seguito di un litigio gallese non meglio precisato.
Posted: Marzo 22nd, 2012 | Author: d'aria | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Bhurma is in the air

Lo squilibrio è solo questione di punti di vista
Ci siamo. Se la dogana vorrà, sta per iniziare un nuovo capitolo di solidaria planet.
Bhurma is in the air, appunto.
Riassunto delle puntate precedenti e spunti possibili per racconti creativi.
Parto con il gualano. Ominide viaggiatore che ha incrociato la mia strada nel gennaio 2012 e che travolto dallo slancio di squilibrella si è fatto coinvolgere nell’acquisto di un biglietto. Non temere Gualano, squlibrella a anche i suoi momenti di equilibrio… … …
Parto in condizioni ambientali al limite dell’umano. Si parte a marzo, forse nella peggiore stagione dell’anno per visitare la Birmania. Temperature superiori ai 35 gradi e umidità che rasenta l’80% in serata. Un bagno turco, una casseruola per cuocere le verdurine a vapore, una lavastoviglie appena aperta dopo il lavaggio intensivo
Parto con il bagaglio a mano. Niente mascara. Anche perchè in quelle condizioni climatiche il concetto di waterproof è uno dei capisaldi del teatro dell’assurdo.
Posted: Febbraio 27th, 2012 | Author: d'aria | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su minestrone e formaggio

Nei momenti di consapevolezza (e la parola va pronunziata con il giusto tempo per farne assaporare la pesantezza e il complesso percorso di acquisizione) si capiscono molte cose.
Si capisce che abbiamo un sacco di carenze, un sacco di necessità, in sostanza un sacco di problemi. Divago volentieri sul “un sacco di problemi” perché la giornata del 27 febbraio è stata ricca di incontri e scoperte umane.
Cristo si è fermato poco prima del centro Sarca
Federico è un alcolista. C’è davvero poca ironia da fare perché in quell’ambulatorio, di gente profondamente disagiata e seriamente ai confini della società se ne vede eccome. E per me è abbastanza una novità, almeno a questi livelli. L’hinterland è pesante. Mi mette in crisi continuamente. E meno male. Perché ho la netta percezione di non essere mai sufficientemente adeguata. E infatti non lo sono, non posso pretendere di esserlo. Federico sbiascica, si regge a fatica in piedi ma appena si accorge che lo sto giudicando, diventa una bestia violenta. Io non lo so che vita ha avuto, io non sono nella posizione per dirgli che deve smettere di bere. Mi esce un “come ti sei conciato”. La parola conciato gli accende una luce negli occhi che mi fa paura. Per fortuna ci sono persone come Federico che ti spiattellano in faccia il fatto che anche se sei medico, non sei onnipotente, che lui non lo cambierai mai perché beve da quando ha 14 anni e che non puoi fargli la lezioncina. Federico scoppia a piangere dicendomi che se avesse una bella ragazza al suo fianco la smetterebbe di bere. So che non è vero. Ma capisco un po’ di più da dove gli viene quest’accanimento contro se stesso. Mi parla di una ragazza che aveva quando era adolescente. E si commuove mentre mi racconta di quanto era bella. Si certo, da ubriachi si piange spesso. Ma c’era qualcosa di più. Un’angoscia profonda che mi può soltanto sfiorare. Posso solo ascoltare. E stare muta.
Le maledette abitudini
La sala d’aspetto di uno studio condiviso di psicologi è un minestrone umano di una sapidità inesauribile. Soprattutto per chi fin dall’infanzia è abituata (sì lo ammetto per la profonda solitudine in cui versavo) ad ascoltare almeno 3 conversazioni differenti e ad osservare attentamente i prototipi umani circostanti (immaginate una bambinetta dall’aria castorina, per via dei dentoni davanti, che seduta in maniera educata al tavolo, come mamma e papà suo le avevano insegnato, cercava di combattere la noia mortale che la prendeva guardando gli altri bambini/famiglie. Occhi sbarrati. Orecchie protese. Sottotesto: portatemi via, mi sono rotta i coglioni di fare la brava!!!!)
Tre specialisti.
La mia è intoccabile. Solo io posso, solo quando decido io, darle della bastarda ma in altre giornate, tipo questa, guai a chi me la tocca.
Lo psicologo amico. Quello che mi chiama “collega” perché molto inopportunamente mi ha chiesto che lavoro faccio e dove lavoro. Quello che mi regala sempre il suo giornale anche se io in quei 5 minuti di attesa vorrei anche farmi un po’ gli affari miei prima di calarmi le braghe e raccontarli a quella là. Quello che mi parla della sua sedia di Le Courboisier e di quanto l’ha pagata. Dandomi ovviamnete del tu. Quasi quasi cambio studio, vado da lui e a fine seduta gli do una pacca sulla spalla corredata da un “bella zio, a posto così allora, grazie”. Simpatia 7—, livello di assurdità 8
Lo psicologo turbato. La somiglianza alla fotografia di Freud che campeggia a fianco del suo studio è già esilarante di per sé. Oltretutto Freud aveva un taglio di capelli/non capelli onorevole e adeguato. Questo ha un caschetto alla Kurt Cobain (+frangetta…allora forse la Carrà gli si avvicina di più) che stona un pochino con la sua professione. Il suo appalesarsi con la camminata lenta e l’andatura un po’ da bradipo in completo cachi indipendentemente dalla stagione stimola inconsultamente il diaframma che vorrebbe liberarsi nella produzione di una risata fragorosa. Il suo immancabile distogliere lo sguardo e rifiutarmi il saluto (anche dopo il mio cordiale buonasera) lo rende un personaggio da fumetto. Ora che mi sembra di aver superato la fase di disperazioneangosciacolite, mentre salgo le scale già rido sotto ai baffi pensando all’incontro umano che mi si sta per rappresentare. Dentro di me spero sempre di incontrare lo psicologo turbato, perché ogni volta mi chiedo quale rocambolesco modo troverà per non rivolgermi la parola. Fingerà una crisi epilettica? Lentamente girerà le spalle rispondendo al telefono? Si stringerà i pantaloni come per un’orinazione impellente? Ma cazzo sono io che sto venendo dallo psicologo, tu la tua analisi dovresti averla già conclusa!!Simpatia 3, livello di assurdità 10 cum laude
I pazienti .Diciamo che la sola idea che qualcuno da fuori possa ascoltare quello che dico così come faccio io ( e ben tre sedute contemporaneamente) mi fa inorridire.
“scusi signorina Pocaterra ma perché bisbiglia? “
“ eh, lo so io, lo so io. Cazzo c’avete dei muri di cartone!”
Frutto di anni, di rapporti, di meccanismi calcarei solidificati con il tempo, i bisogni io me li immagino come dei buchi nella nostra personalità, nel nostro Io. Ci sono due vie per colmarli.
Cercare facilmente di riempirli a partire dal mondo che ci circonda
Cercare di capire la loro origine e scoprire all’improvviso che niente di esterno sarà mai all’altezza delle nostre aspettative. Il rischio è quello di restare come degli emmenthal insoddisfatti.
Posted: Gennaio 18th, 2012 | Author: d'aria | Filed under: squilibri | 2 Comments »

Torno a casa scalpitando, con passi veloci e ritmati, gli scalini tre alla volta. Sono arrabbiata, gli angoli della bocca sono all’ingiù e stringo le labbra che un po’, sì è vero, tremano e rimangono incastrate tra i denti. Sono arrabbiata, sono nervosa, aggrotto la fronte. Ancora una volta la rabbia vuole uscire e, trovatasi costipata nella mia pancia, nella mia testa, quando esce devasta e sparge sale.
Sparo la musica e schiaccio i tasti della tastiera, sperando di fare ordine, di sfogare, di tirare fuori.
L’aspettativa è un linguaggio. Quello che spaventa è che oggi ne ho la percezione come se si trattasse di un gene, di un virus contagioso e pertanto trasmissibile. Nel complicato universo darionesco si cresce investiti da aspettative e si impara a ragionare per aspettative. Interrompere il circolo vizioso mi sembra un’impresa titanica.
Dopo una rapida e superficiale lettura internettica riguardo al significato sociale delle aspettative, mi imbatto nell’interessantissimo effetto Pigmalione, tematica prettamente scolastica ma che trova altrettante stimolanti applicazioni nell’ambito delle relazioni.
Nella mitologia greca, Ovidio narra di Pigmalione, scultore, che dopo aver creato e plasmato una statua in avorio rappresentante il suo ideale di femminilità e di bellezza, se ne innamora. Venere, la dea della bellezza commossa da questo suo stato di perdizione amorosa, esaudisce il desiderio e le preghiere di Pigmalione, dando vita alla statua, trasformandola in Galatea.
Ripercorro un po’ la mia storia educativa e trovo alcune agghiaccianti corrispondenze. La brava bambina, quella che si comporta bene al ristorante, quella che va bene a scuola, quella che si impegna e non per ultimo quella che si mette in giovanissima età con un uomo di 10 anni più grande che la istruisce per filo e per segno. Tante cose belle ma sicuramente nel momento formativo più sbagliato. A 16 anni forse si dovrebbe andare a fumarsi le canne ai concerti piuttosto che ascoltarsi Bach alla Sainte Chapelle a Parigi no? Sì certo, come sei stata fortunata a fare la vita da principessa a quell’età. Ma ero davvero nelle condizioni di scegliere? Il primo sdoppiamento lo riconduco a quel periodo, quando partecipavo a salotti intellettuali portando la mia ingenuità e la mia testa fertile e allo stesso tempo mi devastavo di nascosto, per paura di deludere. Bella storia. Sono la vittima consapevole del mio Pigmalione francese. Mai rabbia contro di lui. Sempre comprensione. Un campanello suona tutte le volte che mi accorgo di aver abbassato la testa come un fedele animale domestico di fronte a coloro che non volevo deludere. Quando il campanello suona, scatta la rabbia, la voglia di rivalsa. Da questi campanelli sono nati i rigurgiti velenosi contro il Dottor Merda e contro l’Antigotama. Facile prendersela con loro che poco hanno contato nella mia vita, la posta in gioco era bassa. Ora da gestire c’è la rabbia verso il nido, verso gli affetti che ti hanno fatto crescere (o plasmato?).
Riconoscerla è il primo passo.
Appalesarla senza senso di colpa sarebbe il secondo.
Ma sul secondo punto si inseriscono le fottutissime aspettative. Quello che gli altri si aspettano da te e quello che tu, per la proprietà transitiva del contagio, giocatrice più o meno inconsapevole di questo gioco al massacro, credi che gli altri si aspettino da te. In questo senso l’aspettativa è un linguaggio, una rete di comunicazione che ti collega agli altri universi.
Di esempi concreti questa settimana ne ho avuti a iosa.
Giovedì e venerdì mi sento male, prendo un antibiotico sbagliato e divento l’epifania del foglietto illustrativo. Che qui riporto fedelmente
Disturbi psichiatrici
Non comune: insonnia, nervosismo.
Raro: reazioni psicotiche, depressione, stato confusionale, agitazione, ansia.
Molto raro: reazioni psicotiche con comportamenti autolesivi compresi ideazione o atti suicidi (vedere paragrafo 4.4), allucinazioni.
Bene, molto bene Daria. Li abbiamo sperimentati tutti. Ora ho un vero motivo per non avventurarmi nell’esperienza funghetto allucinogeno.
Dunque, mi sento male, ma male male male. All’ ennesimo scarafaggio con la bocca larga che vedo appena chiudo gli occhi, mi spavento e cerco aiuto.
Prima telefonata. Autentica.
Ho paura, sto male, chiamami ogni ora per assicurarti che stia bene. Grazie, sei un’amica.
Seconda telefonata. Il gioco delle aspettative.
Sto malino, non ti preoccupare, siiiii vedo gli insettini ma sono tanto carucci e mi fanno ciao ciao con le zampine. Mah dai, magari ci sentiamo tra un po’.
Cosa ho capito.
1- che avevo delle chiare aspettative nel secondo caso.
2- che mi sentivo investita da aspettative del tipo “ce la puoi fare da sola”. Sono una brava bambina che sa gestire TUTTO, anche uno stato psicotico.
Risultato: le parole non sono autentiche, sono mitigate, sono plasmate. E la reazione a quelle parole non può che andare contro alle aspettative che inconsciamente avevo.
Le nostre aspettative influenzano le relazioni con gli altri in modo sorprendente. Per esempio, chi vive con la paura di essere rifiutato dagli altri, metterà inconsapevolmente in atto dei comportamenti che provocheranno il rifiuto altrui (cit.)
Propongo dunque un foglietto illustrativo alternativo…
ASPETTIVIX, supposte da 500 g, clisteri da 1kg abbondante rivestiti di ortica
Indicazioni terapeutiche: nei bambini/adolescenti in accrescimento ASPETTIVIX supposte garantisce un ottimo rendimento nei campi da VOI graditi. In caso di personalità eccessivamente autonome somministrare ASPETTIVIX clisteri ripetutamente.
Posologia e modo di somministrazione: abbondante q.b. Non sono necessari alcuni aggiustamenti posologici per insufficienza psico-attitudinale
Controindicazioni: ASPETTIVIX risulta inefficace (ma ci potete provare comunque) su pazienti con le idee chiare.
Effetti collaterali: ansia da prestazione, sdoppiamento della personalità, stati maniacali seguiti da profonde fasi depressive, paraculaggine, gatti che si mordono la coda, recriminazioni, piagnistei, egocentrismo, cazzi e mazzi.
Interazioni: non somministrare ASPETTIVIX se il paziente sta andando dallo psicologo perché oltre a giragli i coglioni per tutto quello che spende, si potrebbe anche accorgere del clistere da 1 kg e due che si è autosomministrato dopo opportuno addestramento; in tal caso le reazioni avverse comprendono acidità, aggrottamento, irritabilità, perdite più o meno inconsapevoli di telefoni cellulari, isolamento e vendetta. Nel caso di persistenza dei sintomi è consigliabile una dose di carico di cannabinoidi guardando Henry pioggia di sangue a scopo sedativo.
Gravidanza e allattamento: ASPETTIVIX garantisce uno stimolo costante sul centro della frustrazione.
Sovradosaggio: non c’è mai limite a ASPETTIVIX. Dagliene finchè vuoi. E vedrai che il paziente somministrerà a sua volta ASPETTIVIX a tutti i suoi conoscenti.
Posted: Dicembre 1st, 2011 | Author: d'aria | Filed under: il sesso degli altri | Commenti disabilitati su 1° Dicembre Giornata mondiale contro l’AIDS
Sommossa. Sit-in. Diritti o privilegi?
La questione mi aveva già solleticato in altre occasioni. Mi piacerebbe mettere nella stessa stanza un giurista, un idealista combattivo e un concreto commercialista per vedere cosa ne salta fuori.
Cos’è un diritto? E quando diventa un privilegio? Immagino che prima delle poco nobili darionidi qualche mente si sia arrovellata sull’argomento. La situazione di oggi rinverdisce il medesimo disagio che avevo avvertito forse un paio di annetti fa, comodamente seduta nel dehor del caffè Nordest all’isola, mentre mi confrontavo con altri lavoratori precari.
Sono precaria, sono libero professionale. Immediatamente le parole “libero-professionale” si associano nella mente altrui a concetti quali soldi- ti scarichi tutto- non paghi le tasse. Come al solito nella repubblica delle banane di soggetti corrispondenti a questa triade ne troviamo a iosa, dall’imprenditore con il Cayenne spiattellato sui giornali ai più fashion D&G che si permettono pure di minacciare di lasciare l’Italia, paladini del disgustoso “sono ricco, sono famoso, faccio quel cazzo che mi pare, prova a fermarmi”. Ma senza andare tanto in alto nella lista delle entrate, sappiamo benissimo che la logica del furbo, del mi arrangio da solo perchè lo stato non mi aiuta e cerca di fregarmi, è assolutamente insita dentro la maggior parte di noi, anche quando andiamo a farci la ceretta e paghiamo meno senza ricevuta. Attenzione. Il “chi è senza peccato scagli la prima pietra” non diventi una giustificazione meschina. Chiamo sul palco l’ormai introvabile “senso della misura”. Un conto è non farsi fare lo scontrino dall’estetista, un conto evadere cifre esorbitanti. Significa mettere da parte “il principio” in favore del “compromesso”? Forse sì. Ma ho l’impressione che con le questioni di principio non si riesca ad andare avanti. Hai voglia a dire all’alcolista non devi bere. Forse meglio dirgli bevi meno, se vuoi ottenere progressivamente qualcosa. Io, nel meraviglioso mondo del “sesso degli altri” lavoro così. Ma sto divagando terribilmente.
Sono precaria, sono libero professionale, pago le tasse, pago in nero l’estetista, talvolta faccio questioni di principio, talvolta preferisco il compromesso.
In questo scenario, un amico, precario, ma con stipendio decisamente inferiore al mio, mi definisce una privilegiata. Che mi lamento a fare mi dice. Già che mi lamento? Sul mio contratto di collaborazione c’è scritto che sono tenuta a fare 30 ore settimanali, ho un esubero di 700 ore roba che potrei rimanere a casa, fammi pensare, 5 mesi ed avere diritto comunque al mio stipendio. Peccato che il ricatto latente sia: brava pocaterra che mi fai ore in esubero, così mi viene voglia di rinnovarti. Altre garanzie non ne ho, se non lo sguardo sadicamente soddisfatto di chi ti vede lavorare oltre il dovuto. Per carità, non lavoro in miniera e faccio la mia vita tranquillamente. Ma il ricatto c’è. Sordido.
Mentre il mio amico precario mi da della ricca piagnucolosa che non pensa a chi guadagna 600 euro al mese in nero, mi si rivolta un po’ lo stomaco e penso. Visto che il sistema lavorativo fa acqua da tutte le parti, visto che sul tavolo troviamo merda, dobbiamo mangiare la merda e dire che è anche buona? Io, con il mio contratto libero professionale, sospeso a un filo ed esposto alle fluttuanti idee primariali, sostenuto dal mio chinare la testa, privo per definizione di qualsiasi garanzia sul futuro, su malattia e maternità, sto puntando i piedi per un diritto o per un privilegio?
Stessa diatriba all’ambulatorio MTS (malattie trasmesse sessualmente) di Sesto San Giovanni, dove mi dissero “effettuerai visite ambulatoriali in una struttura destinata alla chiusura. Il tuo compito è gestire la transizione agganciando i pazienti nelle strutture di riferimento di Milano e dintorni”. Bravi i neuronini del darione che attivano velocemente le connessioni e accendono un cartello luminoso nell’anticamera del lobo temporale con scritto “ACHTUNG, attaccati al muri prima che ti arrivi questo siluro nel posteriore”. Ma poi c’è la solita questione delle 700 ore in esubero, il ricatto sordido e ci mettiamo pure il fottutissimo superIo che si diverte a cimentarsi nelle situazioni di frontiera per non dispiacere agli altrettanto fottutismi “others”. Nel concreto
– Ambulatorio situato geograficamente tra il serT e il NoA (ci manca giusto il rock and roll e siamo a posto)
– A Sesto San Giovanni, medaglia d’oro della Resistenza
– Pazienti inferociti per la riduzione di orario e la promessa di chiusura di una struttura decentrata sul territorio che li ha coccolati fino all’arrivo, appunto, di quella stronza della Pocaterra ( bbboni ragazzi, guardate che qui mi ci ha messo il mio primario…sapete la sanità e tutta la gestione pubblica in Italia è un po’ una questione di favorini qui e là, uno gli ha chiesto una mano, lui ha risposto con un bel “che problema c’è” così intanto allargava il suo bacino di utenza, chiedeva soldi per finanziare il progetto e poteva in futuro chiedere in cambio il favore concesso…les jeux sont fait tant c’è la pocaterra con l’elmetto e lo scudo in mezzo ai pazienti agguerriti)
– Per completezza la petizione degli utenti di SSG pubblicata su internet
Un accordo siglato tra ASL di Milano e ASL di Monza nel marzo 2010 prevede la CHIUSURA DEFINITIVA del SERVIZIO MALATTIE A TRASMISSIONE SESSUALE di Sesto San Giovanni: la delibera della ASL di Milano n. 564 del 26/03/2010 stabilisce infatti di chiudere entro il 31/12/2010 questa struttura che da oltre 10 anni opera nel territorio, come punto di riferimento di unʼutenza (circa 800 pazienti) residente prevalentemente in questo territorio.
Una struttura sanitaria pubblica di eccellenza, dotata di un’equipe interdisciplinare di operatori, che si occupa della prevenzione e della cura delle malattie infettive, in particolare di quelle trasmissibili sessualmente (epatiti, sifilide, gonorrea, HIV) spesso in sinergia con altri servizi (Igiene Pubblica, Servizi della Dipendenza, ecc.) su cui la Regione aveva investito non molti anni fa con un finanziamento ad hoc di circa 3 miliardi di vecchie lire.
Offre il suo servizio qualificato alla popolazione gratuitamente, con accesso facilitato e garantendo l’anonimato per una utenza complessa e fragile come ad esempio quella affetta da patologie HIV/AIDS correlate. Ma, cosa ancora più importante, distribuisce gratuitamente farmaci per il trattamento dell’infezione da HIV.
Ci troviamo di fronte ad una decisione tanto più grave quanto anomalo è stato il percorso che ha condotto a questo ulteriore smantellamento di un pezzo di Sanità Pubblica: con la costituzione della Provincia di Monza e Brianza la Legge Regionale 11/08 ha determinato il trasferimento, dal 1 gennaio 2009,di tutte le strutture sanitarie presenti nei Comuni del Nord Milano, dalla ex ASL di Monza a quella di Milano.
Alcune postille
– Siamo a fine 2011. La chiusura è stata posticipata per interpellanze varie che hanno coinvolto anche il sistema politico con conseguente amplificazione del sistema favorini-favoretti e allontanamento inesorabile dal problema concreto, quello medico, di cura
– Dalle parole scritte sembra che al di fuori di questa struttura non esistano equipe interdisciplinari e che i farmaci antiretrovirali vengano fatti pagare al paziente
– Io credo ancora fermamente che la storia dell’utenza fragile e complessa riferita ai pazienti HIV sia da smantellare progressivamente. Perché? Perché crea un auto ghettizzazione e amplifica lo stigma sociale che la malattia ancora si porta dietro. Perché non è solo l’HIV che discrimina ma piuttosto il fatto che si tratti di omosessuali, transessuali, tossicodipendenti. L’effetto è sinergico. Ma parliamoci chiaro. Nella nostra società ha più diritti l’eroinomane con l’epatite C o il fotografo gay sieropositivo? Siamo sicuri che sia soltanto questione della malattia?E ancora, gran cavallo di battaglia…il fatto che un sieropositivo di 20 anni, assolutamente abile al lavoro, possieda un esenzione che gli permette di avere accesso gratuito a tutte le prestazioni sanitarie non stride con il fatto che altre patologie croniche abbiamo delle (giuste) limitazioni?
Sarà mica ancora una questione di diritto e privilegio?
Posted: Novembre 4th, 2011 | Author: d'aria | Filed under: solidaria planet | 1 Comment »
A volte mi sembra di essere venuta al mondo per rifornire la quotidianità di storielle divertenti. Mi sembra una buona mission…mi piace. In fondo è un modo per distoglierci da quello che crediamo essere importante, fondamentale. E per renderci ancora conto che non c’è programmazione che possa vincere contro il fato. Ah, come mi sento fatalista in questo periodo.
Quindi?
Quindi il darione appena rientrato dall’Indonesia è tutto intrippato dal viaggio, dalla scoperta, dall’improvvisazione spazio-temporale. Si lancia trascinata da un evergreen Orselli nell’avventura “weekend devasto a Bruxelles”. E compra subito il biglietto aereo.
Programma: concerto di grupposconosciutochefacomunquefigo (e ricordiamo che fu l’Orselli ha rimarcare la inusuale bravura dei Sigur Ros in tempi assolutamente sospetti) e a seguire electroparty in location european/underground…mamma quanti punti che guadagno in un solo weekend. Ma perché nessuno va mai a trovare Orselli?
Mah…puntini di sospensione…
Il weekend si avvicina e io sono tutta presa dalla nuova esperienza couchsurfing, quindi apro casa mia a chiunque abbia bisogno di un posto dove dormire. Donne comprese.
Anche la sera prima di partire. Ed è la volta di due porette che arrivano a casa mia dopo mezzanotte e che dovranno sgomberare a gambe levate la stanza alle 730 della mattina. Perché va bene ospitare, ma i ritmi li detto io. E intanto assumo l’aria da master, mentre mi rollo una semplicissima sigaretta e cerco di carpire qualcosa della loro vita. Niente, un bel muretto si erge tra di noi (oh che metafora political incorrect…sono israeliane…). La bionda boccolosa cerca di fare conversazione, la mora ha un espressione intermedia tra il disinteresse e la fattanza. Risultato: rimane immobile con giacca e calosce e mi fissa seduta al tavolo come una matrioska.
Andiamo a dormire vah…
Sono stravolta, ho sonno e devo preparare lo zaino. Non so che freddo fa. Non so se la pantacalza argento è eccessiva per l’elecro-party…insomma, ho un sacco di pensieri, ma agisco rapidamente e con metodo e in breve lo zaino è pronto per qualsiasi intimidazione del personale easyjet.
Addirittura adagio con precisione i vestiti dell’indomani sulla sedia. Cose mai viste…
Lavoro. Rapida. Efficiente. E intanto ballo nei corridoi cantando “vado a una festa con gente molto entusiasta…”. Un tripudio di egomania.
Mangio al volo e via verso Malpensa sotto la pioggia. E chi se ne frega. C’ho la mini e sembro una ventenne con questo meraviglioso zainetto verde!
Malpensa.
Diretta al gate.
C’è gente.
Ho un sacco di anticipo.
Che figata.
E’ tutta discesa…
Dubbio
Evolve rapidamente in concreto sospetto
Diventa una certezza
IL PASSAPORTO PORCO D’UN PORCO…
Conclusioni:
1- ho tirato un pacco memorabile a Orselli che ripaga la comunità dei suoi storici malfatti
2- il weekend devasto lo faccio comodamente a casa mia
3- rido di me stessa per i prossimi 12 mesi
Posted: Ottobre 24th, 2011 | Author: d'aria | Filed under: mitologia | 1 Comment »

Preambolo: esci (ah, ne sei uscita? vabè questa è un altra storia…) dallo storione della tua vita, in un certo senso tranci un rapporto che fatichi a portare avanti perchè di fatica non ne vuoi sapere, di scavare manco…esci, ti guardi intorno e prendi il primo che ti capita a tiro. Mamma mia come ti ci applichi (aaaah, ma qui stiamo aprendo parentesi su parentesi, poi chi legge come fa a capire…), usti come ti lanci alla cieca. Vola vola vola l’ape maia…tre mesi e si esaurisce la poesia. Con il biglietto del traghetto ora puoi farci un aereoplanino…Insomma, ti fai scaricare dal diversivo e decidi di partire per la prima volta da sola. E così nacquero le darionidi, primo viaggio in solitaria forzata. E’ così, miracolosamente, come la Venere del Botticelli, nacque dalla schiuma del mare delle Baleari -suono di trombe- G O T A M A. E benedetto sia il Signore.
Dio mio che sguardo impaurito e sprovveduto che ho nel primo autoscatto della vacanza, seduta sulla poltroncina della nave, le cuffiette e lo sguardo autistico che trasuda ansia. Della serie ” e mò che ci faccio qui una settimana”. Te lo dico io cosa ci fai…
Ci metti tre giorni, e forse ce ne avresti messi di più, ad adattarti al ritmo del viaggio in solitaria. Inizi a scrivere le darionidi, quasi compulsivamente, un pò per raccogliere e fissare tutte le emozioni contrastanti che si susseguivano, un pò per focalizzare l’attenzione su qualcosa di concreto. E poi?
Poi ti lasci andare. Però esageri. Ti lanci in un topless nella spiaggia all’altro capo dell’isola. Ti fai abbordare in tre secondi netti e in altrettanti tre secondi netti sei al chiriguito (con il pareo) con un mojito in mano e tre tizi che ti offrono da bere. Un ciccione, un mezzo indios e uno dalle fattezze nordeuropee. Bel mix. Vai con il secondo mojito. UUUUH che bello, ci sono anche delle ragazze argentine (what a presagio!!). Altro giro. Finisce che accetto di recarmi con il trio mix l’indomani, sulla loro barca, da sola, in mezzo al mare. Sono una galla, ho pensato. Sei un’idiota, invece.
Ma anche dopo aver smaltito l’alcol con un rientro notturno in bicicletta per una ventina di km, non ho cambiato idea. Neanche la mattina dopo. Sì, sono andata al porto, ho addirittura raggiunto la barca. Che fortunatamente era vuota. Non soddisfatta da questo tentativo divino di salvarmi dallo stupro collettivo con successivo occultamento del cadavere in mare aperto, ho lasciato pure un biglietto dicendo che non li avevo trovati e che sarei tornata più tardi. Della serie “ehi aspettatemi, ragazzi, sono il vostro bocconcino!”.
Dio vuole che mi allontani dalla barca. Uppalà, ci sono delle bancarelle. Facciamo allora la disinvolta mentre aspettiamo che tornino i miei potenziali aguzzini. E lì, tra una camicetta a fiori e un pantalone thailandese, scorgo quello che diventerà in poco meno di 24 ore (eh sì, sono un pò all’antica…) G O T A M A. Finisce il preambolo e inizia la mitologia.
Si chiacchiera, si ride e gli compro pure una camicetta. Chiedo di sedermi e gli chiedo l’accendino. Non fuma. Iniziamo a parlare dell’Argentina, suo paese d’origine. Mi mostra foto e dalla quantità di stagioni che si susseguono comincio a chiedermi “ma quanto cazzo viaggia sto qua??”. E infatti è così. Cinque mesi di bancarella e il resto dell’anno in giro per il mondo, preferibilmente oriente. Mica male sto Pablo. Decido di rinviare lo stupro collettivo e comunico a Pablo il mio intento di spiaggiarmi prima possibile. Mi offre l’ombrellone. Un dono estremamente fallico ma gradito. Anche perchè se me lo presti, vorrà dire che te le devo riportare indietro stasera…
La sera, prima di riportare “l’ombrellone”, mi vesto BENE, scegliendo TUTTO con criterio, anche, devo ammetterlo, il colore delle mutande. Piccola postilla: ricevo contemporaneamente due approcci telefonici dagli esseri mitologici che mi stavano rallegrando l’estate facendomi perdere 6 kg in 30 giorni. Carini loro, che tempismo adorabile. Mando giù e imbraccio l’ombrellone.
Alla bancarella lui è lì, che ancora sistema. Sorride. E io mi sciolgo. Mi invita a cena. Liquidata la seconda tazza di vino, si offre per portarmi a casa
D: Ma abito proprio lì..
G: Dai ho parcheggiato qui..
(lo sguardo si sposta su un furgone. Questo vuole portarmi a casa con il furgone. O meglio. Vuole farmi salire sul furgone solo per attraversare la strada. Ci deve essere un sottotesto…)
Tra un “lì” e un “qui” esordiscono sul panorama mondiale dell’approccio le celeberrime 3 MOSSE DI GOTAMA
1- bacio
2- mano destra: apertura portone furgone
3- mano sinistra (già stretta attorno alla mia vita): lancio della preda dentro il furgone. Questo implica che la mossa 1 e 2 si debbano svolgere contemporaneamente, onde evitare inutili perdite di tempo e di elegante sincronismo.
Io avrei voluto fargli un applauso ma ero già planata su un materasso adibito per ogni occorrenza. Il telo era ghepardato. E ho detto tutto.
L’indomani il mio romanticismo si sgretola immediatamente non appena, al rientro dalla spiaggia, vedo che hanno smantellato tutte le bancarelle. Vabè, è andata così. Puff.
Ma a volte ritornano. E rischia che non ti diano tregua per tre giorni. E benedetto sia il Signore bis.
Il Gotama si riproduce preferenzialmente in ambiente bucolico, alla guisa del fauno. Spudorato, assolutamente non convenzionale, se ne impippa allegramente delle consuetudini morali e ricerca il binomio natura-istinto, con grande gaudio della compagna. Sta giustappunto alla compagna il compito di sapersi adeguare alle regole caldeggiate dal fauno, dimenticando le ammonizioni materne e incamminandosi verso una nuova frontiera della conoscenza. Senza questa sorta di patto il fauno non si intrippa e la compagna rimane nell’imbarazzo. Presumo. Qui si è scelto di intraprendere senza esitazioni il grande cammino del Gotama.
Gotama ha una passione per le superfici rigide. Cazzi tuoi se hai le ossa sporgenti.
Gotama cucina da Dio (assiomatico). E non ha paura di fare il galante.
Gotama ti insegna a respirare. E lo fa nei momenti meno convenzionali ridicolizzando in un secondo Mina e e il suo “l’importante è finire”.
Gotama fa yoga. Avvistarlo la mattina fuori dalla tenda in un campo di papaveri, munito solo di un candido pantalone thailandese, è uno spettacolo della natura.
Gotama c’è. Semplicemente. Senza giri di parole e senza ragionamenti inutili. Questo, al di là dei racconti mitologici è la vera forza di Pablito. Tutto si semplifica. E tutto diventa più vero.
Il Pablito io me lo sono “curato” per qualche mese dopo il primo stravolgente incontro. Mai ho pensato che tra di noi si potesse creare una relazione convenzionale e non soltanto per la distanza. Ma anche per una incompatibilità apparente di intenti. Lui viaggiatore, zingaro. Io nel marasma di una separazione con tutte le mie dipendenze dalle relazioni. Ma me lo sono curato perchè quella semplicità d’azione mi affascinava e avrei tanto voluto farla mia. Imparare. Scoprire uno sguardo nuovo, sganciarmi da quello che si deve fare e affrontare invece quello che capita, con quello stupore infantile che oggi, ottobre 2011, sto ricercando in tutto e per tutto. E sì, me lo sono curato anche per “quello”, mica sono scema.
Un messaggio qui, una mail di là, i rapporti non sono difficili da mantenere perché basati sulla sincerità di quell’incontro. Ci si è piaciuti. Non c’è dubbio. E nessuna tristezza e angoscia si è mai insinuata nei nostri discorsi. In questo clima idilliaco ci si scambiava virtualmente opinioni sulle rispettive vite. Senza approfondire, certo. Ma senza neanche parlare a vanvera.
Semplicemente gli ripropongo di vederci di nuovo. Dopo 8 mesi. E semplicemente lui c’è. Si organizza lui e mi organizzo magistralmente io, lo ammetto, sospinta da un entusiasmo impareggiabile.
E qui, a posteriori, la mia sottile vendetta sull’antigotama.
Apro una parentesi. L’antigotama è il cerebrale per eccellenza, quello che piuttosto che una pippa si spara un ragionamento contorto esistenziale. L’antigotama era entrato in collisione con la mia orbita alla fine di aprile. Eravamo a maggio. L’antigotama che gli piaci, ma forse no, o forse sì, ma chissà possiamo dormire insieme, però non si tromba, perché mi piaci troppo, o forse non mi piaci, ma non te lo dico, anzi ti dico che mi piaci, uuuuh come mi piaci, sai io prima trombavo a tutto spiano con chiunque mi capitasse a tiro ma con te è diverso, non ti trombo apposta, ma vorrei, però non te lo mollo, facciamo passare un altro mese dai che vedo che ti stai divertendo parecchio, sì mi sei un tantino smagrita e ti vedo con l’espressione un po’ tesa ma dai che mi resisti un altro paio di mesetti su! Ma dirmi che non ne vuoi mezza no?????? Chiudo la parentesi. E non in senso figurato.
La sottile, mica tanto sottile, vendetta consiste nel acconsentire che l’antigotama mi raggiunga in vacanza. Diabolico ( e lungimirante) Darione che si organizza la luna di miele con il Pablito con un incastro perfetto che gli concede ovviamente il diritto assoluto di precedenza. Perché a Gotama mai avrei rinunciato. Perché mi faccio prendere per il culo per un mese ma un minimo di orgoglio l’ho mantenuto. Perché se ci avessi rinunciato (in nome di cosa? Coerenza? Spirito di sacrificio?) mi sarei data della cogliona a vita.
E così prendo l’aereo da Maiorca per arrivare a Barcellona. Dove affitto una macchina. E attraverso Barcellona, la tangenziale, pensando che è meraviglioso lasciarsi andare all’istinto e fare quello che si ha voglia di fare. L’incontro con Pablo sorridente mi fa sentire nel posto giusto al momento giusto.
Ah, andiamo a casa dei tuoi? Molto bene.
Ah, dormiamo (dormiamo?) nella stanza di tua sorella? Ottimale direi…
Ingenua tu che credi che la situazione possa condizionare Gotama. Ringrazia che non ti ha proposto di appenderti al davanzale del balcone di casa perché sai benissimo che lo avresti fatto…
Si parte alla scoperta della Catalunya. E parlando, passando ore insieme, viaggiando, scopro di nuovo Pablo e la sua visione del mondo. Un briciolo della sua vita in Argentina, le sue passioni, il suo essere solitario, Aqua de beber canticchiata alla chitarra sotto il vulcano e Frank Zappa. Il campo di grano. Magia.
La magia sta nel fatto che ancora una volta al momento della separazione la tristezza o la malinconia non si affacciano nemmeno per un momento. E’ bello così, in fondo ci siamo trovati, nel nostro modo di relazionarci. E ci piace. Senza pensieri aggiunti.
[e l’antigotama che mi chiede come mi sono fatta quei segni…
e quella risposta ingenua…
“in un campo di grano…”]
Posted: Ottobre 23rd, 2011 | Author: d'aria | Filed under: squilibri | 1 Comment »

Sono pronta. C’è chi dice “addà passà a nuttata” o più semplicemente “ne deve passare d’acqua sotto i ponti”. Nel mio caso il viaggio ha reso tutto più semplice, e forse da un lato ha reso le cose più dinamiche, ha sospinto i pensieri ormai arenati nella melma, dove si crogiolavano, come maiali nel fango. Con l’unica e sostanziale differenza che i miei pensieri non si sollazzavano nella melma come gli animaletti rosa, ma piuttosto ci sguazzavano in nome di una sorta di sadico piacere.
Trovo uno sguardo diverso. Ancora esito nel convincermi che questo è il mio nuovo sguardo. Ho paura che non duri, ho paura di tornare nella trincea con il mio elmetto in testa e il fucile imbracciato guardando a destra e a sinistra, sparando un colpo qua e là, trovando alleati temporanei sulla strada, senza sapere veramente dove andare. E nel dubbio, fermarsi, in mezzo alla melma e ai colpi di pistola miei e altrui.
L’immagine che ho adesso davanti agli occhi è quella di un bambino (non una bambina, ma qua c’è il fottutissimo problema dell’imprinting) di spalle. Fa parte di un fumetto, i disegni sono minuziosi e onirici come in uno scorcio di Miyazaki. E’ di spalle, in canottiera e pantaloncini bianchi e ha i capelli corti. Sembra fermo, l’istante esatto prima di iniziare a fare il primo passo. Una placida tensione che si traduce immediatamente in tensione emotiva. Davanti a sé l’orizzonte confuso con il cielo . Sì, il confine del mondo che gli si svela davanti non è definito. Ma è verde, è una distesa di verde, ravvivata da cespugli o alberi che ne interrompono la serena monotonia.
Un mondo. Aperto. Dove sta per entrare.
Dietro di se, invisibile allo spettatore odierno, c’è una porta che ancora non ha chiuso, forse non la chiuderà neanche mai, non ce n’è bisogno, o al contrario, sempre per il principio del contrasto, è necessario che rimanga aperta. Resta invisibile e volutamente all’oscuro, tutto quello che si cela prima di quella benedetta porta.
[ l’immagine è stata trovata a posteriori. Semplicemente digitando Miyazaki su google]
L’affettività
Studiare lo sviluppo affettivo significa analizzare il tipo di rapporti che il soggetto instaura con l’ambiente e le caratteristiche individuali, evidenziando i fattori che influenzano l’evoluzione.
Aspetti di ordine ambientale che condizionano la qualità delle relazioni affettive possono essere:
– il comportamento dei genitori, in modo specifico quello della madre nei primi anni di vita;
– l’atteggiamento di accettazione o di rifiuto dell’ambiente;
– la possibilità di sperimentare esperienze sociali positive.
Daria ha una relazione complicata con la propria affettività. E’ ufficiale. E’ incontrovertibile. Provate a smontarmi e non ci riuscirete.
Troppo facile sarebbe ironizzare sui tre citati aspetti, anche se esilarante. Dico solo questa: sulla “possibilità di sperimentare esperienze sociali positive” ho senza volere (anche se quel bastardo del Sig. Inconscio già ride sotto i baffi mentre tieni i fili che mi gestiscono come una marionetta) allestito la sezione “mitologia”, fa un po’ te…
Affrontare seriamente gli altri due punti si fa soltanto da sdraiati con una vocina che ti parla da dietro.
Quindi passiamo agli effetti piuttosto che alle cause. E preciso : ste cazzo di cause…
Ci sono blocchi e bulimiche espressioni di affettività. E quando la faccenda si fa così antitetica c’è qualcosa che stride in sottofondo. Eccome se stride. La ricerca sconclusionata e vorace del contatto fisico e la rigida risposta distaccata all’abbraccio materno possono albergare nella stessa persona? Se e solo se la persona in oggetto ha un’ affettività conflittuale. Lo stridore viene da lì. Da una rotella che cerca di girare ma si intoppa ad ogni rotazione e sprizza scintille ovunque, in tutte le direzioni.
Posted: Ottobre 19th, 2011 | Author: d'aria | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su Cristo, un precedente scomodo
E’ colpa sua. Ero già nervosa. Lei era pure in ritardo e io avevo mille sbattimenti tutti incastrati alla perfezione nella mia testa bacata grazie al mio SuperIo con gli occhialetti da professore e il grembiulino della brava massaia. E provavo dolore. Dolore fisico. Ma non mi dilungherò sul dolore fisico, perchè c’è, sta lì e mi logora. Fanculo.
Ma non potevamo continuare a parlare delle relazioni con l’altro sesso? Quante scenette divertenti, quanta ironia, quanta gratificante sofferenza (la massaia occhialuta ammicca con lo sguardo, maledetta!)…no, lei vuole scavare e io le vado dietro perchè comunque lo sappiamo entrambe che il nucleo sta lì. Un nucleo brulicante di sensazioni contrastanti, un magma urente che sprizza scintille impalpabili e ustionanti allo stesso tempo. e va beeeeeeene, approcciamoci all’argomento del C O R D O N E O M B E L I C A L E…
Ho urgenza di essere dissacrante, per portare il tutto su una dimensione più ironica e leggera. Per la pesantezza c’è tempo e ci spenderemo altri soldi, ma non ora.
Quindi, coroniamo la giornata con la sequenza di sfighe che il mio trentatreesimo compleanno ha inaugurato. Cristo. Che precedente scomodo.
in primis…Gotama si è fidanzato.
Donne, raccogliamoci in almeno un minuto di silenzio.
…
…
E me lo ha scritto. Insieme a tante cose belle. Insieme ad una agghiacciante scelta grammaticale: il tempo passato. Genere: è stato bello conoscerti. Gotama sta chiudendo la parentesi, dichiarando il suo nuovo status…e adesso dove mi insinuo io?
e telegraficamente riporto
l’ennesimo portafoglio rubato
un clamoroso pacco che per carità, siamo amici, e sei pure l’amico dell’uomo frigorifero oltremodo detto pervinca perculo perwerther quello che manco se gliela offri su un piatto d’argento ti fa la carità (mi sto scaldando, forse è finalmente giunto il momento di inserire il soggetto nella categoria mitologia con il nomignolo di frigidaire), e sei pure l’ex special friend della mia amica, ma perchè poi volevi uscire con me e soprattutto perchè mi hai dato pacco all’ultimo secondo?proprio oggi che gotama si è fidanzato?
Tutto qui? Sì tutto qui…infatti la vera tragedia è Gotama, non c’è niente da aggiungere. Nel momento in cui lo scrivo sento una vocina che dice “ma cosa te ne frega? Mica ci contavi su di lui, non faceva parte della tua vita, era un simpatico aneddoto con cui ridere con le amiche”. Ma fatti un pò i cazzi tuoi, si chiama fantasia, via di fuga, evasione… io vado a raccogliermi nel mio dolore