Altan: La bilancia è un segno di merda, basta un niente e si squilibra

nato il 30 agosto 2011 alle 00.40

Posted: Agosto 31st, 2011 | Author: | Filed under: mitologia | Commenti disabilitati su nato il 30 agosto 2011 alle 00.40

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le Darionidi

Il Viaggio

Personaggi Mitologici

L’Antieroina

Le dipendenze ancestrali e post-moderne

nella colorata antropologia delle malattie milanesi

 

 

 


Jorge e Manu

Posted: Febbraio 10th, 2014 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Jorge e Manu

lisboadakar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A volte ritornano…
Non si può certo dire « a volte ripartono» perchè di ripartenze ce ne sono state, di transcontinentali, di sentimentali, di psicopsichiatriche, di lavorative. Insomma ci starebbe un bel pezzo che inglobi le varie sezioni de Le darionidi ma non è tempo. Semplicemente non è stato. E ora ripercorrere quello che è stato ha un sapore diverso. Siamo nel pieno del trip del «qui ed ora» quindi è tempo di Jorge e Manu, protagonisti indiscussi della mia Lisbona all’aglio.

Per ora…

Pochi giorni spinti dalla voglia di viaggio, dalla curiosità di una città che mi ha sempre attirato sulla carta e di cui non so niente. Pura curiosità.
Voglia di viaggio?
Beccati la tempesta all’arrivo in aeroporto. Assapora i vuoti d’aria accompagnati dalle grida dei passeggeri. Una tedesca tenta pure di prenderti la mano in uno slancio di disperazione mentre il trabiccolo su cui siamo seduti sprofonda verso terra di qualche centinaio di metri. Sudo, ho la nausea e mi chiedo chi me lo ha fatto fare. Fisso lo sguardo di porcellana della hostess che non si scompone mentre in cabina si spengono le luci e volano mani in aria alla ricerca di un appiglio. Toccare terra ti fa venire immediatamente una gran voglia di vomitare in santa pace e ti accende la claustrofobia. Poi pensi che tra 3 giorni dovrai risalire su questa bella giostra e ti scappa il bestemmione. Ma quale metro e viaggio low cost… io adesso mi piglio un bel taxi che mi porta veloce veloce all’ostello.

Lisbona per me ha il sapore dell’aglio e l’odore del cibo per strada.
Sì certo, il fado, i tram gialli e le stradine in salita.
Ma l’aglio stende qualsiasi cosa. E persiste come l’odore di cibo. Ti accompagnano per la giornata. Il tram passa e va, il fado ti entra nelle orecchie e lentamente si spegne quando giri l’angolo. Ecco, anche le ginocchia dolenti sono un elemento persistente se inizi a camminare alle 930 e ti fermi solo alle 18. Conclusione: se hai problemi di menisco e non ti piace l’aglio cambia meta, godresti solo la metà.

Cammina cammina arriva il momento meditativo. Non c’è niente da fare. Acqua, vento, orizzonte ti proiettano immediatamente nel personaggio contemplativo che disquisisce tra sè e sè sull’universo, anche se invece stai semplicemente e banalmente pensando alla considerevole persistenza dell’aglio mangiato la sera prima. Sono ripetitiva ma credo sia efficace nel trasmettere la sensazione. Ti devi rassegnare donna che viaggi sola. Se ti siedi di fronte al fiume che sembra già oceano, anche se hai lo zainetto in spalla e sei vestita da muratore, anche se sei lì per farti una montagna di affaracci tuoi, il mondo esterno non capisce. E pensa che tu ti senta sola.
Mentre sei lì che passi la lingua sulle gengive cercando la centesima cicca alla menta forte, arriva Jorge. Oddio, ancora non sai che si chiama Jorge. Allora diciamo così. Arrivo sto vecchio, magro, con il viso segnato dal vento e dal sole. Pare quasi un cantautore con la sua giacchettina di pelle. Si avvicina mentre tu stai ridacchiando guardando una coppia che tra i gabbiani della spiaggia sta facendo petting estremo. Ecco cos’è…è la risata che ti fotte, che ti piazza immediatamente nel palmares delle donne sole e disponibili. Questo Jorge lo sa, ma io che vedo davanti a me solo un vecio non lo immagino neppure e quando si avvicina mostro il rispetto che si addice a codesta categoria di persone. Respect the vez insomma…
Jorge parla solo portoghese, ma io  io cerco comunque di conversare amabilmente pensando che a volte magari essere in pensione è dura, ci si può sentire soli, si ha voglia di chiacchierare o ancora meglio, trasmettere le proprie conoscenze ad altre generazioni. E io sono sempre aperta alle nuove conoscenze. Questo l’ho imparato in Laos. «Stai aperta» mi diceva Claudiana. E funzionava. Il qui ed ora si arricchiva, la strada si disegnava all’istante senza bisogno di prefigurarsela, di programmarsela. E dopo tutto questo insegnamento io che faccio? Devo allontanare il vecio? Macchè, cerco di comunicare come meglio mi riesce, mi arrabatto e gli faccio pure delle domande.
Poi Jorge mi chiede se può lasciarmi il suo indirizzo, così magari gli spedisco una cartolina. Ora, io sarò anche la regina delle fesse ma questa è una cosa molto tenera e in un mondo che va come dovrebbe andare sarebbe quasi commovente.
Certo Jorge. Mi metto il biglietto in tasca. C’è vento e ho il sole in faccia e i capelli mi coprono il viso. Mentre faccio il gesto di scostarmi la tenda dalla fronte, faccio in tempo a vedere il buon vecchio Jorge che con gesto felino cerca di mettermi la lingua in bocca. Manco fossimo in discoteca a 14 anni. Cazzo Jorge hai sbagliato periodo. Non mi puoi fare l’adolescente in pensione. La cosa mi infastidisce alquanto ma sempre per il recondito respect the vez io mi allontano con una mossa di collo repentina e dicendo NO NO gli tendo la mano. E cordialmente lo saluto. Grazie e arrivederci.

Mi vien da ridere un bel pò. Sono un pò turbata ma mi viene da ridere, soprattutto al pensiero della mia assurda uscita di scena. Così cerco una nuova meta. A sto giro la cerco bene però. Sono sempre sul lungofiume quindi Daria occhio perchè il setting è sempre lo stesso. Coppia di ragazzi del pakistan, scusatemi, non voglio fare la razzista, ma voi se vi ci mettete potete diventare dei grandissimi asciugoni… via, oltre i pakistani…ecco mettiamoci vicini a questo tedesco qua che sicuramente non mi attacca la pezza…ecco, perfetto, mi siedo e quando nessuno mi vede scoppio a ridere al pensiero di Jorge e dei suoi calori.
Niente, non c’è tempo per la pace. E’ il momento di Manu.
Senegalese, classico, qualche monile al collo e altri ai polsi o tra le dita. Penso «questo me lo fumo in cinque minuti, quando capisce che non gli compro niente se ne va e torno alla montagna di affaracci miei che ancora stanno qua ad aspettare di essere affrontati». Prima che io apra bocca, lui mi chiede se sono italiana. In italiano. Mi ha già fottuto. In due secondi è seduto di fianco a me e rolla. E inizia lo show. Manu ha 40 anni, ne dimostra 10 di meno. Parla il portoghese, l’italiano, l’inglese, il francese, l’olandese e il tedesco. Ha studiato all’università di Montpellier, che ha mollato dopo 2 anni. Ha viaggiato in tutta Europa. Spazia dal Leoncavallo (yo man!) all’isola d’Elba, dal terremoto dell’Aquila ai bar razzisti di Cremona. Mentre mi parla di tutti i paesini dell’Emilia Romagna che conosce, mi dice che ha incontrato a Lisbona Fassino. Piero Fassino. E lo descrive bene. Dice «quello magro magro, con pochi capelli…Dai il sindaco di Torino». Poi mi spiega che ha anche visto la Gelmini. Ora, io sarò sempre l’arcidiacono delle fesse ma uno non può bluffare sulla Gelmini. Impallidisco quando mi dice che in Italia c’è stato due anni dal 2001 al 2003. E sta Gelmini da dove me la tiri fuori? Ovviamente lui mi risponde che legge le news su internet. Manu, anche io «leggo le news su internet» ma un tale livello di approfondimento in politica estera non l’ho mai raggiunto (politica estera? Gelmini? ma cosa sto dicendo…che vergogna).
E Claudiana che mi dice «stai aperta»…
Allora vediamo un pò che mi racconta il senegalese erudito. Due ore di discorsi durante le quali Manu prende le sembianze  di (nell’ordine) Giulietto Chiesa, Branko, Sai Baba, Jung, Bob Marley e Youssou Ndour. Non mi vende niente e mi offre il caffè.
Mah. Qualcosa non mi convince fino in fondo mentre continuo a ripetermi che non devo avere pregiudizi. Quel qualcosa sono i suoi denti. O Manu ha seri problemi di igiene orale o mastica coca. Mi concentro sul gravoso problema del tartaro nella razza senegalese e lascio perdere la coca. Ma ogni tanto i suoi discorsi prendono una velocità e una deriva che mi riaccendono l’idea di una schizofrenia sottostante slatentizzata dall’abuso di sostanze. Sto lì, lo ascolto, mi inserisco, parliamo dell’accettazione dell’altro e mentre dissertiamo raggiungiamo la piazzetta dove lui si ritrasforma in venditore ambulante.

Certo, poi mi chiede anche il numero e dopo che io glielo do dicendo che non ho intenzione di uscire, mi da un pò il tormento con i messaggi… ma preferisco fermarmi alla piazzetta e ai problemi di tartaro.


Santa Psaico de Monte Bianco

Posted: Luglio 26th, 2013 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su Santa Psaico de Monte Bianco

Io le ho lasciato 480, dico quattrocentottantamicabriciole, sull’unghia e non mi sono sembrati neanche tanti. Si potrebbe pure pensare che il mio incoscio abbia sapientemente organizzato la dimenticanza del pagamento del mese scorso, nonchè la perdita del mio libretto di assegni, cosicchè da rendere necessaria la raccolta del malloppo in biglietti da 20. Tiè, beccati tutti sti soldi come peso della mia gratitudine, come segno tangibile della ricompensa. Manco li ha contati. Che amore.

Tralasciando i dettagli degni da tempo delle mele

“oh, ci siamo tagliate i capelli insieme…”

“hihihihih”

“oh, ma si è fatta rossa anche lei”

“uhuhuhuhuh”

e gli imbarazzi del saluto sulla porta in cui lei mi tende la mano e io con tutto l’imbarazzo di chi vorrebbe invece abbracciarla, scivolo agitata su quella stretta, cosa che tra l’altro NON FACCIO MAI, sempre decisa la stretta, invece con lei oggi c’era l’imbarazzo dell’emozione. Quello del saluto con il sorriso. Dicevo, tralasciando i dettagli che hanno fatto da contorno a questi 50 minuti d’oro, la sedutasaluto di oggi aveva un sapore particolare. Quello della banalità. Io sto scoprendo a poco a poco quello che rappresenta la scoperta dell’acqua calda per molti. La banalità di un dialogo con i genitori dove le parole non siano annebbiate dai sottotesti

CIAO COME VA?

perchè non mi chiami mai?

LAVORI TANTO?

perchè non torni neonata così che io possa prendermi cura di te?

La banalità della noia, del tempo che passa senza che succeda niente. La banalità di una discussione che, banalmente, si risolve senza che si avverino presagi apocalittici di solitudine e morte .

Benedetta la psaico che mi ha riportato sul piano della banalità. Della semplicità.

Santa psaico de monte bianco che mi hai mostrato l’imprevisto, storicamente acerrimo nemico della mia necessità di controllo, come un semplice folletto cacacazzi che mi cambia scenografia senza consultarmi. Niente di più. Un banale cambio di scenografia che mi para davanti mille altre possibili strade.

Stabilmente squilibrella. Lo squilibrio me lo hai lasciato come parte costruttiva del mio essere. Solo sto imparando a goderne e a non averne paura.

Io questo cercavo. Un pò come quando sulla spiaggia di Bali sono rimasta nello stupore infantile di un sole grande grande che sprofonda nell’oceano. Io come un puntino minuscolo, immerso in tutto ciò che sopra, sotto, dentro di me si stava autogenerando fottendosene altamente delle mie aspettative di mondo.

e ora, con questa bella immagine new age, immagino già cosa abbia voglia di fare ora squilibrella….

 


Traslochi

Posted: Dicembre 18th, 2012 | Author: | Filed under: squilibri | 2 Comments »

 

Uuuuh finalmente basta pipponi psicoanalitici, deliri di onnipotenza e concentrati di rabbia frullati all’occasione. Parliamo di traslochi.

E vi frego.

Perché le metafore sono una delle mie figure retoriche preferite.

E vi incanalo direttamente nella sezione squilibri.

Partendo da un’ammissione che nasce da una presa di coscienza.

 

IO SONO UNA PERSONA ESTREMAMENTE ANSIOSA.

 

L’ho detto. E ora può sollevarsi anche il coro gratuito di ovazioni al vaso di Pandora o all’acqua calda se preferite l’immaginario popular a quello intellectual.

Posso pure dire di essere stata nutrita a pane ferrarese e ansia. Le buone abitudini si coltivano fin da piccoli, si trasmettono all’infante nel periodo della crescita e se troveranno terreno fertile le potremo vedere animarsi, conformarsi, delinearsi e conficcarsi saldamente nel comportamento quotidiano o nella visione del mondo.

L’ansia è la mia fedele compagna. Quella che mi manda in confusione. Quella che nutro con minuzia e passione. Quella che mi accelera i pensieri.

Funziona più o meno così.

Diciamo che fondamentalmente le mie aspettative, che definirei napoleoniche e rivolte verso qualsiasi ambito della vita sociale, affettiva e lavorativa, fanno sì che io pretenda e mi aspetti che tutto vada come voglio io. Mi sono convinta che io posso eliminare il fottutissimo fattore imprevedibile che puntualmente fa capolino nelle giornate degli esseri umani e della natura in generale. Poveri voi che non avete sufficientemente sviluppato la vostra materia grigia per permettervi di controllare il flusso degli eventi a vostro piacimento…io sono diversa! Povero Napoleone che si è preso una mazzata sui denti nella Campagna di Russia. Gli sarebbe servito un consulente strategico…

E’ chiaro che una mente che si ritiene in grado di fare questo architetta piani faraonici per il suo avvenire. Piani perfetti. Definiti in ogni singolo particolare. Nulla è lasciato al caso, al fottutissimo caso.

E’ oltremodo chiaro che tanto più si alza la posta in gioco, tanto più aumenta la possibilità di fallimento. E questo genera nel meccanico e splendente ingranaggio uno scricchiolio. E’ lei, l’ansia che si insinua.

Tu pensa solo che figura di merda ci fai se dall’oggi al domani ti convinci che ti eleggeranno Papa e questo non succede. Minchia. Mi viene l’ansia. Perchè fino all’ultimo ci proverai, cercherai di arrivare all’obiettivo dimenticando che per esempio, non sei manco cresimata e magari questo potrebbe creare un problemuccio

E allora che fai?

Non puoi restare in confusione, in balia dei pensieri e delle sensazioni.

Semplice. Controlli. Usi la testa e pianifichi, organizzi, sezioni, indicizzi. Che meravigliosa sensazione quella generata dalla visione di una lista a punti che ti permette come un lumicino in un labirinto di avvicinarti alla via di uscita. Primo punto: cresimarsi…

Il problema è che certe cose possono assoggettarsi al processo di razionalizzazione e altre no. Sono comunque convinta che una parte di problematiche abbia una soluzione quasi matematica, che non prevede, o almeno non in porzioni significative, il caso. Poi magari più avanti ritratterò il tutto.

Devi fare la spesa?

Ti organizzi. E lo fai.

Certo, ti puoi pure trovare la macchina sfondata da un platano che in quel preciso giorno ha deciso di stendersi al suolo senza alcun apparente motivo se non quello di impedirti di scorrazzare nei vialoni dell’esselunga, les champs elysèe del consumatore.

Ma generalmente puoi controllare o prevedere ragionevolmente gli eventi.

Il problema è che se quello che devi fare non è la spesa ma qualcosa di meno pratico e più elaborato, tipo costruirti una vita, trovare un lavoro, coltivare amicizie e stare al mondo in generale, non puoi pensare che tutto possa risolversi con un algoritmo unidirezionale.

Temo di essermi accorta che il darione invece questo secondo passaggio l’aveva rimosso.

Orbene, a questo punto le situazioni ansiogene, ossia quelle che prevedono la possibilità di un fallimento, si moltiplicano esponenzialmente. A meno che il darione non si limiti a trascorrere i prossimi 40 anni tra il banco frigo e l’allettantissimo settore nutrizione bio…

Ma abbiamo una ruota di scorta. Eccerto, semo mejo de Napoleone o no?

La ruota di scorta è il trasloco, ossia lo spostamento dell’ansia su un altro scenario più gestibile. Penso ad uno spettacolo teatrale in cui l’attore, sempre lui, vede scorrere dietro di sé cambi di scenografie. L’ansia della morte è difficilmente risolvibile con un algoritmo. Così come l’ansia della solitudine, del fallimento, del dolore. Cosa fai? Una freccina che parte dal quadratino “soffri?” e che si dirige ineluttabilmente nel quadratino “ ma no, dai…sorridi che la vita è bella”? Molto meglio caricarsi di tutta quest’ansia incontrollabile e spostarla in un ambito più terra a terra. Basta scegliere qualcosa della vita quotidiana. I colleghi di lavoro così come la scomparsa della vostra marca di yoghurt preferito dall’ormai sovracitato bancone frigo. A quel punto il gioco è fatto. Tutta l’ansia, sicuramente spropositata, nata in altri scenari si convoglia sullo yoghurt. E ora, individuato il campo da gioco, le possibilità sono due.

Se va bene, trovi lo yoghurt da un’altra parte e torni a casa serena, soddisfatta della tua soluzione razionale.

Se va male ribalti la cassiera di turno riproducendo lo stesso disagio che ben altre situazioni, lasciate nascoste nell’incoscio, avevano generato. Lei è lì, con il suo bel completino e cuffietta che sorride di fronte al tuo accanimento per il fantomatico yoghurt e non sa che mentre tu pronunci con incompresibile enfasi parole come “marca, ecocompatibile, sapore, fermenti” in realtà non sono altro che la trasformazione razionale di “famiglia, lavoro, procreazione, stima”. Come dire. Se sono in ansia perché mi sono accorta che queste ultime cose non dipendono solo dal mio raziocinio, capisci perchè vorrei impiccarti, tu, che manco al supermercato mi lasci essere padrona della mia volontà?

Lei ovviamente vede solo una pazza isterica che parla di latticini come se fossero nati dal suo utero. E questo ti fa ancora più incazzare.

 

Capire il meccanismo del trasloco è illuminante quanto frustrante. Indovina un po’? perché ancora una volta ti genera ansia, ti mostra vulnerabile.

Ora devo solo trovare un modo per eliminare o affievolire (ma non sotterrare, no…quella daria E’ R I M O Z I O N E) l’ansia di partenza.

 

Dite che fare le torte aiuta?

 


Vicino Vicini

Posted: Ottobre 12th, 2012 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Vicino Vicini

 

Casa di ringhiera milanese, gialle le pareti, verdi le persiane.

Un sacco di giovani coppie o giovani single si affacciano sul cortile centrale.

E come nella più classiche della finestre sul cortile, se ti attardi a curiosare dietro le finestre, spesso vedi un mondo colorato, un po’ etnico, un po’ radical chic, anche un po’ fintofreak. C’è la rossa di capelli che cura le sue piante mentre il moroso apparecchia il tavolo, la coppia chic con lei orientale, capelli curati e pelle candida, il gruppo dei tatuati con cane al seguito, il figo della fastweb che ancora non ho capito se è macho per davvero o macho per sauna. E ancora, il ragazzo sputatore di professione che fa il gallo con la morosa alla finestra e le parla tra un’aspirata di Marlboro e una sputacchiata in cortile, il folle sociopatico vestito da marins sulla sua moto, il vecchio incazzoso che odia il nipote, la famiglia di filippini e i loro odori di cucina tradizionale.

Lui invece è poco scrutabile. Il suo mondo non si presta allo sguardo curioso della ragazza del quarto piano. Motivi geometrici, pochi riflessi da sfruttare, gelsomini invadenti che si frappongono tra i due. Eppure solo un muro li separa, i due condividono i rumori del mattino, le scelte musicali del pomeriggio, i film della sera guardati con un occhio solo tra le lenzuola del letto. Tanta intimità e altrettanta incomunicabilità. Più volte lei ha cercato un approccio, uno sguardo, un saluto d’intesa. Sempre caduto nel vuoto, o peggio, schiantato contro l’indifferenza, o peggio, trucidato da uno sguardo in direzione contraria di intenti.

 

Lui ti odia. Non c’è niente da scoprire, nessun segreto fiabesco, nessun ragionamento contorto in cui sadicamente immergerti. Odia te come odia i colori del cortile. Nessuna preferenza. La sola sfiga è che tu sei la sua vicina e quindi più di altri sfiorerai i suoi silenziosi percorsi giornalieri. E bada bene. Il fatto che condividiate lo stesso cortile non significa niente. Tanto il nero vicino sgattaiola veloce lungo le scale, attraverso il cortile, rifuggendo lo sguardo inquisitore della portiera. Lo spazio pubblico non lo possiede, è un’ombra furtiva, impalpabile ma allo stesso tempo granitica nel suo sguardo. Passa, scivola sulle mattonelle.  Puoi raggiungerlo solo nel privato, quando si rintana a casa e tu, prediletta, puoi percepirne la presenza al di là del muro. Lui lo sa. E lui ti sente. Per questo ti odia. Perché stabilisci un contatto con lui contro la sua volontà.

 

Si veste di nero. E fin qui chissenefrega.

È rasato, e vabbè.

Ha una tomba tatuata sul braccio. Okkeeeeeei…

Anfibio? Presente.

Gatto nero. Simpatico dettaglio.

Con quali meravigliosi figli dei campi adorna il suo balcone? Cactus…

Musica preferita? Direi i Ramstein. Me ne accorgo una  domenica mattina, quando forse, mea culpa, rispondo al telefono con un tono di voce troppo alto per i muri di casa mia. Però parliamone, d’accordo che è domenica mattina, ma sono comunque a casa mia e non sto facendo una festa di 40 persone. Nonostante l’entusiasmo della telefonata non credo di aver superato una soglia di decibel tale da impedirti il sonno. Ma svegliare il nero è sufficiente perché il suo acido solforico si riversi sul malcapitato di turno. E la malcapitata sono io. Scatta il cd dei Ramstein a tutto volume. Non un brano, ma tutto il cd. In loop. Non per sproloquiare sui generi musicali, ma credo sia abbastanza condivisibile che cotanta violenza musicale ben poco si adatta alle 9 della mattina. Si sente il gusto della vendetta, non c’è che dire. Non mi venite a dire che l’ha sparata a palla perché doveva trovare la carica giusta per spolverare le mensoline del bagno.

E da lì una dopo l’altra. Silenzioso odio. Voltate di faccia appena mi incrocia, per lui puzzo come una carcassa in putrefazione. Esco sul balcone per fumare una sigaretta, mi nota, mi guarda con il sopracciglio incurvato e rientra. Gli ammorbo l’aria.

Ma a distanza di quasi tre anni di convivenza di muro, l’effetto che mi lascia il nero vicino è il medesimo dello psicologo turbato. Ormai mi diverte. Mi diverte vedere fin dove si può spingere, fin dove il suo collo può torcersi di fronte ad un mio sguardo amichevole.

Forse la vera sadica sono io.

 

 

 

 

Nella bassa non ci sono le case di ringhiera.  Io in questa ci sono capitata per caso, dopo appena 6 mesi dal mio arrivo a Milano. Una casa scartata da una coppia. Una casa colorata e vissuta, con la lacca alle porte di legno, con l’intonaco un po’ fatiscente, con la catenella del cesso fatta all’uncinetto e la vasca da bagno con i piedini.

Sei stata la mia tana, il mio guscio. La precedente coinquilina l’ha lasciata dicendomi che “è una casa in cui essere felici”… tesoro mio bello, io in questa casa mi sono stracciata le vesti e ho raggiunto livelli di abulia che avevo provato solo in piena adolescenza…mannaggia a te e al tuo inconsapevole anatema.

Ma come in Martin Eden, nel momento in cui si tocca il fondo, si può appoggiare il piedino e spingersi verso l’alto, ricercando ossigeno.

Così, in 3 anni esatti, si ri-forma il darione. Tanta merda, presa, data, affittata e coltivata. Ma tanto altro. Tre anni in salita. Una pièce teatrale con tutti i crismi.

 

Di questa casa amo

La luce e il cielo di Milano, bello o butto che sia, che si staglia contro il tetto sghembo davanti alla camera da letto

Il pavimento psichedelico

Le scale che quando sei sballato sembrano non finire mai e i saluti infiniti che ne conseguono

Indicare ai visitatori che si approcciano per la prima volta a la maison dove sono ubicata gridando dal balcone

L’accozzaglia di colori

La cucina più anni 70 che abbia mai avuto

I piedi gelati sul pavimento

I vicini di casa che sbanfano per arrivare a domicilio

Le vibrazioni della metropolitana nel silenzio

I ritorni dai viaggi con gli zaini sparsi qua e là

I resti degli intrusi, osannati come risolutivi del mio malessere, consumati come cereali nel latte caldo. Li ho visti appassire e li ho pure vomitati. Un po’ mi è anche dispiaciuto. Un po’ sì e un po’ no…

Le ciotole dei cani

Le piante immortali

 

… e spiare i vicini…


Chiedimi se faccio fatica

Posted: Giugno 6th, 2012 | Author: | Filed under: squilibri | Commenti disabilitati su Chiedimi se faccio fatica

Senza ambivalenza non c’è conflitto, e senza conflitto non c’è mutamento.

Sono in piena ambivalenza, tirata di qua e di là dalle pulsioni, dalle idee, dai sogni, dai legami.

Sono in conflitto e non me ne ero resa conto.

Non sono in angoscia, non ho ansia. E questo è un gran bene. Sicuramente ho paura, perché detto popolaramente “si sa cosa si lascia ma non quello che si trova”. E io mi trovo qui.  Come in quell’immagine del bambino di Talking heads in pantaloncini, di spalle, con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Marò quant’è grande quest’orizzonte e che paura che fa a guardarlo da qui, tutto piccoletto…però non sembra affatto male.. e tra questo guardare avanti e guardare indietro il piccoletto o la piccoletta che sarei io, ci si stanca parecchio. E’ fatica, sì. Mica che mi dispiaccia fare una fatica del genere, soprattutto se in previsione di un cambiamento scelto (e forse dovrei sottolinearla questa iniziale, timida, capacità acquisita di scelta che negli ultimi mesi sta caratterizzando i progressi del darione sdraiato sul lettino viola). Ma chiedi a Coppi se mentre pedalava sulle Alpi era solo contento della fatica che faceva…

Dall’espressione si direbbe di no…

Vien da dire ” meno male che c’era Bartali”…

ed è effettivamente così. Avanti da sola. Sostenuta. Ma i piedi sui pedali ce li metto io, scegliendo la strada da fare, affiancandomi agli altri corridori, condividendo la salita e mirando al traguardo. E con queste premesse, davvero si può dire che ovunque e comunque vada, sarà un successo.


The day after

Posted: Giugno 6th, 2012 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su The day after


Poche informazioni, confuse. Birmani sorridenti e assolutamente non curanti della situazione di panico che si sta generando attorno. Non c’è la voglia e nemmeno la lucidità per capire se questa sia davvero tranquillità basata sulle informazioni che loro sanno (e che non ci dicono) o se sia totale fatalismo. Il sorriso birmano questa sera, con il sole che ormai è scomparso sotto al mare, davvero non mi tranquillizza.

 

Dopo una giornata di mare sto per imboccare la lunga strada per il villaggio. Stanca, con la pancia vuota. Saluto da lontano il ragazzo slovacco che sudato e con il viso stravolto mi chiede dove sto andando.

“a tsunami is arriving on this coast in 2 hours”

La sensazione è tremenda, lacerante. Se fossi in italia, saprei cosa fare, dove andare, come spostarmi. Ma qui ho solo le gambe e attorno a me non conosco il territorio. Realizzo in un lampo il viaggio di andata qui e mi appaiono in visione le colline che ho attraversato. Ma quanto sono lontane? Cosa sono due ore? Che vuol dire tsunami. Nel frattempo sono già passati 15 minuti.

Corro in camera e metto l’orologio al polso fissandomi in testa le 1930. Riempio lo zaino. Metto tutto pensando alle peggiori cose possibili, no, non ci penso, lo riempio e basta. Metto una bottiglia d’acqua e corro di nuovo verso gli altri stranieri.

Nessun aiuto, nessun conforto. Il personale dell’albergo è totalmente assente, guarda le news in birmano e basta.

Risultato. Saliamo su una collina dietro l’albergo, dove anche i militari hanno radunato qualcuna delle loro armi. Se pensano siano al sicuro, allora forse è un posto sufficientemente alto…

La visuale è devastante. Sono sullla terrazza della piccola pagoda che si affaccia sulla spiaggia. Una collina di circa 10-15 metri di altezza. Davanti a noi, la visuale spazia ben oltre i 180 gradi, come se ci trovassimo su un piccolo promontorio.

Davanti a noi, c’è solo mare, sconfinato. Mi sento sulla prua di una barca, di fronte l’oceano che infrange le sue onde sulla sabbia bianca.

Sta diventando buio, ormai si vede solo la schiuma bianca delle onde rifratte ed è proprio quella che  continuiamo a fissare per controllare che non si ritragga. Tanto più si ritrae, tanto più l’onda è alta. Dicono…

Fissa le onde Daria. Controlla l’orologio.

E penso. Penso che non può essere vero. Che è un falso allarme. Penso che mia madre starà malissimo. Penso alla mia vita a Milano. A mia nonna che era rimasta impressionata dalle immagini di Bagan che avevo visto su internet. Penso che tutti quelli attorno a me sono dei coglioni e non hanno capito la mole del problema. Penso che devo fidarmi di loro perchè non ho altro. Penso a casa mia. Voglio tornare a casa. Ho paura. Cazzo se ho paura.

 

La ragazza che si trovava in Shri lanka nel 2004 è nel panico totale

Il vecchio che sta con la ragazzina birmana accende l’i-phone e ci fa ascoltare bob dylan

I ragazzi belgi bevono rhum

Qualcuno scatta foto. Mi sono sempre chiesta perchè su youtube si trovino così tanti video delle catastrofi. Ma come cacchio si fa a mettersi a fare foto e filmati quando hai paura di morire? Esorcizzi la paura. Puoi persino ridere e fare dell’ironia.

 

Io fumo, scherzo, rido, cerco parole rassicuranti che talvolta arrivano, talvolta no.

Aspetto. Il giorno dopo mi diranno che sembravo la più calma perchè scherzavo con tutti.

Effettivamente ad un tratto ho pensato che non potevo fare altro che aspettare.

“can we go higher on the hill?”

“ you can try, but there are many cobras”

 

ok. questa fa ridere. Anche io ho riso. Lo tsunami e i cobra…nient’altro?.

 

Passano le 1930 e neanche un ondina smilza si infrange sulla costa. Allarme rientrato. Con il senno del poi, il tutto ha l’aria dello psicodramma.

La serata prosegue al tavolo del bar. Si è creato il gruppo degli tsunami’s friends. Ci conosciamo, ridiamo, chiacchieriamo e cerchiamo di ritardare il momento in cui dovremo chiuderci nei nostri bungalow, al buio, con il rumore del mare che proviene dalla spiaggia.


Investimenti

Posted: Maggio 10th, 2012 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Investimenti

cambia il ritmo. E cambia decisamente la location. La fatica del viaggio è altamente simbolica. Almeno per me che di fatica spesso non ne ho voluta fare scegliendo la via più facile, quella apparentemente più rassicurante e meno impegnativa. Ma quando ti ritrovi in mezzo alla fatica, e non sto ovviamente parlando della fatica sopportata durante un attraversamento pulmineo, e ne esci con le ossa un po’ rotte ma sicura di aver fatto una Scelta con la S maiuscola, la sensazione che ti pervade è decisamente differente. Forse c’è anche bisogno di viaggiare per capire certe cose, almeno per me. Le darionidi nascono, forse inconsapevolmente con l’idea di percorrere e trascrivere un viaggio tanto geografico quanto interiore. Qualcuno con gli occhialetti e la parcella gonfia dice che ho saltato a piè pari l’adolescenza, il momento del distacco dal nido, il periodo delle scelte che vanno di pari passo con le sperimentazioni. Forse a 33 anni il mio modo di sperimentare passa per il viaggio, per il tempo trascorso separata dal mio mondo, lasciando andare la mente, il corpo, il ragionamento. Sperimenti e trovi la tua via. E in questo i 21 giorni burmensi hanno aggiunto qualcosa in più a quello stupore balinese che avevo ritrovato. E dopo lo stupore, che continuo a voler tenere acceso, si placa l’irrequietezza, si osservano e si ascoltano le cose con un altro spirito, si cambia anche prospettiva.

Quindi, il primo investimento più o meno inconsapevole è stato quello di sperimentare il viaggio, nel senso più lato possibile.

Ma ci sono anche altri investimenti. Più o meno divertenti.

 

Yangoon è lontana 6 ore di autobus standard ( senza aria condizionata e con numero di passeggeri illimitato) dal mare. Sostanzialmente ci sono tre stazioni balneari in Myanmar, approdo di una ben determinata classe sociale, oltre che classica tappa finale dei viaggiatori occidentali. Ngapali, Ngwe Saung e Chaung tha, in ordine di fighetteria, se cosi’ la si può chiamare. Scartata Ngapali un po’ per i soldi un po’ per la difficoltà di raggiungerla, si arriva a Ngwe Sang. Solo mare e palme su una costa di sabbia bianca su cui si affacciano hotel assolutamente lussuosi per i miei standard. Sono bungalow, ma l’aria che si respira, la riverenza dei camerieri in divisa e il the sempre caldo sul tavolino della veranda effettivamente mi mettono quasi a disagio. Sono in una bolla spazio temporale, lontana dalla gente con cui ho condiviso ore di sudore. Immaginavo fosse così ma avevo anche bisogno di chiudere in discesa la vacanza. Il grosso del folklore non lo fanno gli occidentali, sparuti e pallidi sotto gli ombrelloni di palma, ma i locali, doppiamenti eccitati dalla vacanza balneare e dal capodanno imminente. E che locali! Gente ricca di Mandalay o di Yangoon, famiglie numerose con bambini ben vestiti, I-pad, telefonini, collane d’oro e un particolare molto south est asia…il rombante motorino.

Ma dove vai se la motoretta non ce l’hai?

Giovani coppie alla moda con la donnina coi capelli lisci al vento e l’occhiale scuro seduta di lato che sorride e saluta i turisti in maniera delicata mentre il suo boy con l’aria da duro conduce il bolide…sul bagnasciuga…ma sì, chi se ne fotte se siamo in spiaggia e se la natura è così bella e incontaminata, io con la mia motoretta piena di adesivi ( e pochi sono quelli di Aung San Su Kyi, ma va..) sgommo sulla sabbia e faccio avanti e indietro come in una domenica di struscio. “Ehi tu bagnate che  pensi che la spiaggia sia fatta per stare in panciolle e prendere il sole, scostati dalla mia pista” pensò il giovine mentre sempre sorridente alla myanmar way suona ripetutamente il clacson..pittoresco, anche questo è folklore, ora so che esiste anche la riccione burmense.

Non sempre però fila tutto liscio. E a volte rimpiangi l’amato clacson.

Passeggio in serata con una nuova amica ungherese con cui condivido il bungalow. Chiacchieriamo del più e del meno, mi fa sorridere il suo accento tedesco e la pacatezza dei suoi discorsi. Senza alcuna avvisaglia, come nei migliori schetch di Fantozzi mi ritrovo in culo un motorino guidato da una panzona occhialata e catenata d’oro. A volerlo rifare uno schetch così, non verrebbe altrettanto bene. Mi solleva da terra e continua e spingermi per almeno un paio di metri, finchè finalmente la panzona si arresta e scrosta il parafango dalla mia gamba.

Era una strettoia?

La spiaggia è larga almeno 20 metri…

C’era buio?

Erano le 4 del pomeriggio…

C’era molta gente, genere folla intricata entro cui la povera panzona doveva ahimè destreggiarsi per raggiungere l’amato figliolo piangente all’altro capo dell’assembramento umano?

Io e Cristine, due persone di 1.70, sole, in pieno giorno, in 20 metri di spiaggia…

Panzona di merda, lasciati dire “li mortacci tua”. In Italia l’avrei presa a male parole spargendo letame su tutte le generazioni passate e future. Qui tutto è inutile.

Ride, non smette di sorridere mentre io mi accascio a terra e aspetto a guardarmi la gamba per paura di avere sangue che sgorga. Cerco di far sbollire la rabbia e la voglia di saltarle al collo. Ride, sorride e ripete parole in birmano. Manco I’m sorry riesce a dire. E allora affanculo la classe dirigente birmana se il soldo ti ha fatto così rapidamente perdere la gentilezza e la poesia della povera gente. Hai il karma adiposo, ecco tutto. Cristine prende in mano la situazione e in tono deciso ordina di andare a prendere dell’acqua. Mollemente il compagno della panzona si avvia verso un gruppo di poveretti che affittano salvagenti giganti. Non ci vuole un genio per capire che l’acqua non la possono tenere nascosta in frigoriferi sotterranei. Torna sorridendo e mi chiede se voglio andare in ospedale. Gli chiedo dov’è. Mi risponde no, che non lo sa. Sorride.

Ok. Avete vinto voi. Manco mi metto a discutere. Mi alzo, zoppico fino al mare, li saluto e me ne vado.


Salita e Discesa

Posted: Maggio 8th, 2012 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Salita e Discesa

la poesia del lago Inle doveva prima o poi interrompersi. Nel bel mezzo dell’idillio ti spunta in testa il pensiero del trasferimento, le 12 ore di bus che ti aspettano chissà in quali condizioni, a quali temperature, con quali vicini. Troviamo soltanto posti in ultima fila in un bus air-con. Pareggio: gli ultimi posti sono risaputi essere uno schifo ma almeno ci sarà l’aria condizionata. E invece è una vittoria schiacciante per la sfiga (ma va…). I sedili non si possono reclinare, il nostro vicino ha la brillante idea di mangiare semi di girasole per tutta la durata del viaggio buttandoceli addosso con tutta la noncuranza ingenua con cui i birmani abitano e vivono lo “spazio pubblico”. Non si accorge nemmeno di star riducendo il pullman a una gabbia per conigli. Va avanti imperterrito mentre io, ancora schiava della mia contrattura alla schiena, alla quarta ora di viaggio crollo dal male e  mi schianto per terra, nel corridoio centrale, in mezzo a ciabatte, piedi, bucce di arancia e ovviamente semini di girasole. Me ne sbatto. Ormai mi sento immune a tutto. E infatti riesco anche a dormire tra tutti quei piedi che ovviamente alle sbandate del pullman oscillano sopra di me. Piccolo particolare omesso. La temperatura interna al pullman potrebbe aver raggiunto i 5 gradi. Ci stiamo conservando. Non c’è rischio di invecchiare in queste dodici ora di viaggio. I passeggeri starnutiscono, tossiscono, si coprono con qualsiasi cosa ma nessuno che dica niente. La sofferenza fa parte della vita, anche quando a portartela è un banalissimo condizionatore che puoi spegnere con il minimo sforzo. Tutti patiscono e nessuno neanche pensa di dire qualcosa al conducente o al suo assistente, anche loro sofferenti e coperti con asciugamani di fortuna. Ma perché? Su questo dovrei aprire un’enorme parentesi e la carica attuale del pc non me lo permette.

Comunque, alla prima pausa concessa per pisciare tutti allegramente in un campo, mi fiondo sul conducente e forse con un po’ troppa aggressività accumulata dopo il binomio pavimento-semini gli dico di chiudere l’aria condizionata. Un po’ esterrefatto dalla mia richiesta mentre io lo guardo con gli occhi ricolmi di altrettanta perplessità , sorride e dice di si. Il pullman tira un sospiro di sollievo quando la temperatura ritorna a valori umani. E anche io finalmente non tremo più. Pochi minuti di pace con il mondo dei trasporti birmani, anche il mangiatore di semini mi fa quasi tenerezza. Poi, chissà perché, per quale oscuro motivo, riaccende il tutto. E si torna a congelare. C’è grossa comprensione culturale…

 

Yangoon. La stazione dei bus. Una città nella città. Un tripudio di gente ammassata, tavolini con sopra telefoni chissà connessi a quale rete, gasolio, polvere, donne urlanti che sponsorizzano i loro prodotti al sapor di suola di scarpe, masticatori di bethel, produttori di bethel, fiotti rossi di bethel ovunque. E’ un androne infernale, sono le 6.30 della mattina e già la caldazza ti si appiccica addosso. Destinazione “centro” con un pullmanino devastato. Sto arrivando a destinazione, mi piace questo scatafascio, l’entrata nella città, la foschia che sale, riconoscere alcune vie. Il mio e’ un ritorno a Yangoon, dopo le meraviglie del nord. Da qui sono passata appena 15 giorni fa e mi sembra passato tantissimo tempo. La fatica che ho addosso va di pari passo con le migliaia di immagini che mi porto dentro. Un viaggio faticoso è soddisfacente nel corpo e nell’anima. Ma richiede energia e io sento che comincio ad averne sempre meno. Il caldo asfissiante mi porta addirittura a rinchiudermi in un internet caffè. Non c’è altro posto dove posso avere pace. E’ dura. In questo girovagare con la maglietta fradicia mi prendo qualche bestia infettiva, e diversamente non poteva essere. Sono alla fine del viaggio, il livello di attenzione si è ridotto. Qualcosa si è impadronito del mio intestino e mi accompagna in viaggio.

La meraviglia di Yangoon è la Shwedagon Paya. A cui arrivo nel tardo pomeriggio, stremata, arrancante. I templi sono stati le red bull di questo viaggio, le rinascite energetiche. E’ una di quelle aree monumentali su cui il governo si arricchisce, ma non vederla mi sembra troppo una perdita. E infatti. Dall’imbrunire alle prime luci della notte continuo ad aggirarmi tra le piccole e infinite pagode che cingono lo stupa centrale. Un brulicare di persone, un continuo ondeggiare di schiene che si piegano davanti ai Buddha dorati. Mi ubriaco di scintillii d’oro, di profumo di incenso, di candele con le fiamme al vento. Cammino a piedi scalzi, ogni tanto mi fermo, mi siedo, rimango incantata tra l’amaranto dei monaci.


Noodles o non noodles?

Posted: Maggio 2nd, 2012 | Author: | Filed under: solidaria planet | 1 Comment »

 

Oggi è il 5 aprile. Una bilancia è posizionata davanti all’entrata dell’albergo. Curiosità. Ma anche una certezza, che si conferma. Meno 2 Kg. E non e’ merito del riso. La questione è che non mangio. Salto i pasti, scelgo il digiuno. Ma per meglio comprendere la scelta, che poco ha a che fare con un percorso spiritual-buddista, veniamo all’epopea del cibo birmano.

Tutto si svolge come nei copioni più banali. Fase di eccitazione, fasi di accomodamento, stasi, noia, disgusto.

Copione già noto, appunto.

 

Fase di eccitazione

yuuuuuuhuuu, finalmente posso abbuffarmi di verdurine sane, di riso mangiato lentamente con le bacchette, di pollo a bocconcini, il tutto speziato con odori e sapori che solo qui posso assaporare.

I noodles mi sono sempre piaciuti e qui hanno una consistenza che non ha nulla a che vedere con quella a cui anche il mitico jubin mi ha abituato. Qui sembrano tagliatelline. E questa similitudine si addice solo a quei primi giorni perché, come vedremo nella fase della noia o ancor più del disgusto, ben presto il paragone con le Sante Tagliatelle ha del sacrilego.

I piatti sono colorati, c’è il verde del broccolo, la carota, il pomodoro, il tutto adagiato sul noodles avorio. Mi scofano piatti su piatti senza accorgermi che sto preparando il mio stomaco alla fase successiva.

 

Fase di accomodamento

la papilla gustativa non si eccita più. Il recettore è ben presto saturo, la carotina assomiglia sempre di più al noodles broccolato e il pomodoro si scioglie in bocca come acqua. Ma vado avanti, perchè c’è sempre un caldo boia, mi stanco in fretta, il riso si sa n’ora te tene tisu e la fame si ripresenta puntuale dopo un paio di orette dal consumo del pasto. L’unica scarica di neurotrasmettitori sulle vie organolettiche la generano i pezzetti di frutta tagliata che, talvolta, vengono serviti a fine pasto. O l’anguria che si raccatta per strada dai camion che ne trasportano a quintalate. Peccato sia calda. Ma è sempre anguria, rossa e dolce. Il caro noodle è avorio e insapore, quindi ben distante dallo zuccherino.

 

Fase di stasi

e’ rapida, manco te ne accorgi. Ormai mangi come un automa, ingurgiti le poche calorie che un pasto simile può darti. Hai messo in stand by tutta la corteccia cerebrale deputata al piacere del mangiare. Sei un criceto. Nooooooo, non dire quella parola. Ecco ci fiondiamo nella fase della noia e del disgusto.

 

Ricordo ancora quando un bel dì, per la prima volta incrociai la via del sapor di criceto…eravamo a Bagan e dopo aver riso per l’ennessima vaccata in inglese trascritta sul menù ( offrivano qualcosa come baby dead), lasciai a metà il mio rigoglioso e ennesimo piatto di fried noodles (ah certo avevo omesso il simpatico particolare che qui il noodle è rigorosamente fritto e strafritto in chissà quale oglio con il gl per aumentarne la pesantezza) per un retrogusto che, come la madeleine di Proust, mi rimandava alla velocità della luce ad un’immagine, chiara e precisa: la gabbia di un criceto. Qull’odore penetrante, secco, di semini misti a merda e stantio. Ingenua a pensare che si trattasse di cibo parzialmente avariato. Poi capii che si trattava di una spezia, di un intingolo che accompagna ogni pasto e che viene  opportunamente disposto in piattini rotondi al centro della tavola, cosìcche anche se non vuoi favorire, l’aroma ti si sparge intorno. Un breeze al criceto.

A questo simpatico e emozionante trip sensoriale aggiungi la rivolta del tuo stomaco al fritto strafritto… lasciatemi sprofondare nel trash adesso che credo di aver risollevato leggermente la testa… forse è stata colpa delle fave contenute segretamente nel classico noodle, ma io voglio pensare che si tratti invece della rivoluzione giacobina intestinale alla dittatura della cucina birmana. Mi sveglio alle tre e mi trovo di fronte all’ardua scelta: sbatto la testa contro il muro finchè non mi passa il cerchio che mi opprime dalle tempie alle orbite degli occhi, o mi ficco due dita in gola? Occcazzo, occazzissimo non avevo calcolato la fattezza dei vuccì birmani. Trattasi di vater con un residuo abbondante di acqua stagnante, pulita neh, ma sempre stagnante è. Lascio all’immaginazione del lettore il proseguo. Troppo tardi, il vomito indotto è partito. Subirò anche quest’affronto da parte del vater ribelle e mi lancerò diretta nella fase del disgusto.

 

Fase del disgusto

Basta. Ho detto basta. Ci ho provato. Ho fatto anche l’automa, ho ingurgitato sperando di ritrovare nelle carotine quell’ebbrezza dei primi giorni. Ma possibile che io sia già in questa fase dopo solo 10 giorni? Quasi non mi riconosco, poi penso ai pranzi e alle cene da Mr. Food a Hsipaw e trovo mille ragioni. Chiudo gli occhi e vedo montagne di noodles. Mi immagino come un enorme Doraemon che frontegggia il mostro filamentoso. È una guerra impari. Più cerco di combattere più mi viene in mente quello che ho sempre denigrato nei viaggi lontani da casa. La pasta. La santissima pasta, la pizza con la pummarola in coppa.

Così inizia il digiuno. Riso in bianco, bollito, appiccicoso, servito in bacinelle di plastica. Cerco l’assenza totale di sapore, il neutro. Ogni tanto mi sfiora l’odore del criceto e io lo rimando indietro con boccate stanche di poltiglia bianca. Affronto a digiuno il viaggio della speranza, 16 ore di pulmann che ti fanno rimpiangere la Salerno-Reggio Calabria in agosto. Sosta alle 22 in un baracchino dove tutto è già pronto per i malcapitati che arrivano in pulmann e che hanno solo 30 minuti per mangiare. Le tavole sono già apparecchiate, un coprivivande di plastica azzurro è posato al centro del tavolo di legno. Scoperchiato…eccola lì, bella al centro, la poltiglia marrone, oleosa…criceto fragrance. Quest’affronto mi uccide. Interrompo il digiuno di quasi 24 ore con due cucchiate di riso, poi proseguo nell’autolesionisimo, vado nei bagni pubblici e mi ributto sul pulmann dove l’odore di umanità mi sembra almeno più sopportabile.

 

 

Poi ci sono i miracoli. E come spesso accade qui in Birmania, la difficoltà del viaggio ti fa apprezzare le scoperte. Effetto oasi nel deserto. Sono sul lago Inle e la colazione offerta dall’albergo prevede un pancake al miele. Due sapori assolutamente nuovi. A pranzo bevo un lassie alla fragola, minchia che festa! La sera, alle 19, con lo stomaco ristretto ma senza i morsi della fame scorgiamo un bancone di spiedini di fronte ad una griglia per strada. Apriti cielo. Pesce, gamberi, zucchine, patate e broccoli, tutti infiocinati e pronti ad essere semplicemente grigliati. Niente fritto. Sono una donna felice.


Si Va a Si Po

Posted: Aprile 30th, 2012 | Author: | Filed under: solidaria planet | Commenti disabilitati su Si Va a Si Po

 

Tre giorni a Hsipaw, paesino rurale molto gettonato dai viaggiatori lonely planet e, nonostante questo, perla di autenticità con le sue strade polverose, le campagne coltivate e i contadini pronti come sempre a un sorriso, sincero.

Fa bene all’animo. Per me che ho sofferto la città con il suo caldo appiccicoso, l’odore di gasolio e la relativa frenesia, mi fa subito sentire arrivata. Per questo ho pressato i tempi per arrivare. Viaggio della speranza: un bel 12 ore di nave lenta, peraltro comoda, seguiti da un arrivo a Mandalay, il purgatorio. Stop di 9 ore dalle 18 di sera alle 3.30 della mattina. Che si fa? Si approda e ci si fionda alla stazione per procacciarci i biglietti del treno per la notte stessa. La follia birmana fa si che il biglietto si possa pagare solo in dollori. Prima mazzata. Cerchiamo di trattare allo sportello, ma qui non hai mai la soddisfazione di riuscire a scalfire l’animo sereno e cordiale dell’impiegato di turno. Continua a sorridere e a ripeterci con un’ amabile cantilena che no sir, we accept only dollars…bene, cambiamo allora la valuta locale in dollars e riusciamo a comprarci il biglietto. Sono le 20, che si fa? Si cerca di mangiare. Qui andrebbe aperto l’opportuo capitolo sul cibo birmano ma credo che al termine dei 21 giorni il mio stomaco permetterà alle dita di scorrere più veloci sulla tastiera per affrontare con la dovuta ironia l’argomento. Quindi si mangia. In uno dei migliori posti in cui abbiamo mangiato. Sì , è vero, siamo praticamente a digiuno da 1 giorno e ci andrebbero bene anche le cicale fritte, ma il baraccone che ci ospita mi scatena ondate di buonumore. Zeppo di birmani, tutti incantati da una tv che ci propone la classica partita di calcio inglese. Il cibo, la birra, la predominanza del sesso maschile che scruta i due turisti e la visione di Balotelli ci permette anche di sghignazzare all’italiana. Le elezioni sono andate bene e a testimoniare la felicità, seppur illusoria, dei birmani, ci sono i nostri vicini, con il tavolo coperto da bicchieri vuoti di birra, gli occhi lucidi e il tono di voce più alto del normale. Il rituale della vestizione inizia con una fascia rossa per Gianluca e un fantastico cappellino griffato MUST BE WIN ( le libere traduzioni in inglese qui hanno dell’esilarante) per me. Foto di rito. Birra offerta. Si suda, si mangia, si beve in questo capannone illuminato da un generatore che fa un bordello tremendo. Ma tutto mi piace.

Poi l’illusione.

Un albergo. Sembra anche figo. Uno sguardo di intesa e decidiamo di lanciarci nella spesa folle per riposare qualche ora, per fare un doccia, per prepararci alle prossime 12 ore di treno. Entriamo. Sembra il paradiso. Ci aprono pure la porta. Ma niente. No rooms available.

Cerchiamo di alimentare ulteriormente l’illusione facendoci trascinare su un risciò da un nonnino che non ha paura di portare i nostri 140 kh  + bagaglio. Si cappotta. E te pareva. Ma andiamo avanti albergo dopo albergo alla ricerca dell’oasi di ristoro. Però spingiamo noi, sia il risciò che il vecchietto perché è penoso farsi trascinare in salita da uno scheletrino, seppur sorridente

Quello che troveremo era ben fuori dalle mie aspettative.

Vampiro all’ingresso. Sorridendo ci propone una stanza per 15 dollari che trattiamo fino a 12. Non la vogliamo neanche vedere, siamo esausti. Con la certezza di chi potrebbe dormire ovunque, entriamo nel tugurio. Non è un tugurio, è peggio. E non è vero che puoi dormire ovunque…

E vabbè. Mi schianto sul letto. Che è corto. Eccheccazzo. Vabè vado in bagno. Mi faccio una doccia con gli occhi chiusi. In queste situazioni sei anche felice soltanto della soddisfacente pressione del getto d’acqua. Solo questo riesco a salvare. Al ritorno in stanza mi sembra di soffocare. Zanzare in ogni dove. Non dormo. Cazzo sono le 23. Prendo il cuscino e mi sbatto su una panca sul balcone. Zanzare a tanfonella. Risciò musicali che fino alle 3 suonano imperterriti il meglio di 50 cents e Beyoncè. E nessuno che li caghi. Ma allora a che pro tutto sto bordello? Nel fratttempo guardo in strada e sulle panche tutti i birmani dormono scacciandosi come degli automi le zanzare con un ventaglietto. Loro riescono a farlo anche mentre dormono. Loro. Io non chiudo occhio e benedico l’arrivo delle 3 del mattino, quando finalmente possiamo incamminarci verso la stazione.

 

Yuppi yuppi il nostro treno fa 3 ore e mezza di ritardo. Aspettare un treno che ci metterà 12 ore ad arrivare a destinazione è come aspettare con ansia il tuo boia. Ma in quel momento preferisci il boia. E in effetti la partenza del treno è un evento gioioso. Non posso dire lo stesso della quarta ora di viaggio dopo aver scoperto che l’ammortizzazione non esiste e che i treni in birmania sono delle specie di bestie anomale che talvolta vanno al galoppo, saltellando poderosamente e compromettendo i tuoi dischetti intervertebrali, talvolta ondeggiano come delle gondole in mare aperto. E mancano altre 8 ore.

L’arrivo a Hsipaw ha il sapore della redenzione.

Poi uno si chiede perchè piuttosto che tornare a Mandalay sono disposta a sciropparmi 16 ore di autobus di filato..

 

Bagliori di Hspiaw

L’emozione di scoprire i monasteri buddisti, nella loro quotidianità, nei semplici gesti dei bambini, che vestiti di amaranto, come copie in miniatura dei monaci anziani, si ammassano a giocare per terra con un trenino o giocano con l’acqua fredda nell’ora del bagno. Rumorosi. Colorati. Rimanerli ad osservare ha qualcosa di magico. Entri nei templi timorosa, con la paura di non essere sufficientemente rispettosa della loro regole, ti togli le scarpe, non  rivogli i piedi verso il Buddha, hai paura di intrometteri in una realtà che non è la tua. Ma i loro gesti, assolutamente conformi a quelli di un bambino della loro età ti riportano ad una spiritualità così semplice, così lontano dalle pomposità a cui siamo abituati. Sono pur sempre bambini ed è permesso loro di esserlo. Li trovi correre e ridere nelle pagode, ogni tanto una tunica rossa sgattaiola dietro di te e ti saluta. Nuvole. Folletti. Amaranto e oro. Profumo di incenso. E vecchi monaci che lentamente ti  avvicinano e ti chiedono da dove vieni.

Oggi l’apoteosi della normalità ce l’ha offerta un monaco che ci ha invitato a giocare a ping pong con lui. Birmania contro Italia. Ci ha stracciato. Abbiamo riso. Poco prima di iniziare la partita, seduti nelle sue stanze, ci aveva sussurrato che eravamo fortunati a poter viaggiare all’estero mentre a loro rimaneva soltanto il sogno di farlo. Silenzio. Ma tutto riparte con una partita a ping pong sotto il sole.